I veleni di Taranto

All'Ilva arriva la "soluzione Alitalia": privatizzare i profitti e statalizzare le perdite

"Significherebbe lasciare la città a convivere con i veleni senza che nessuno paghi per i danni subiti dalla popolazione"

2 / 12 / 2014

Si è preso pure il plauso della Cgil, il presidente del consiglio Matteo Renzi quando ha annunciato, in una intervista a Repubblica, di voler "nazionalizzare" l'Ilva di Taranto. "Da lungo tempo diciamo che la siderurgia è un settore strategico per il nostro Paese - ha dichiarato la segretaria sindacale Susanna Camusso-. Non si può perderla, e questa è un'ottima ragione per prevedere un intervento pubblico".
Una "corrispondenza d'amorosi sensi" quantomeno singolare, considerato che di questi tempi Governo e Cgil si guardano come cane e gatto. Ma sul tema del mantenimento nel Golfo pugliese di una industria che, più che inquinante, è corretto definire assassina, si sono trovati completamente d'accordo.
Su come arrivare a questo risultato invece, le strade si dividono. "Non facciamone un'altra Alitalia" avverte la Camusso. Una soluzione che però andrebbe incontro ai possibili acquirenti perché, in definitiva, la formula è sempre quella "privatizzare i profitti, statalizzare le perdite". A sentire odore di fregatura è anche il leader della Fiom, Maurizio Landini che sottolinea come serva "un'operazione vera di politica industriale. Non si può pensare di scaricare ancora i debiti di una società su tutta la collettività per regalare agli stranieri di turno un' impresa strategica".

Ma è proprio al modello Alitalia che Renzi sta pensando per rendere appetibile ai grandi gruppi industriali stranieri, su tutti il colosso dell'acciaio Arcelor Mittal, lo stabilimento tarantino che dà lavoro, diretto o indiretto, a circa 20 mila operai,
In poche parole, l'idea sulla quale sta lavorando Renzi è di modificare ad hoc la legge Marzano, che adesso consente di imporre una amministrazione straordinaria solo alle aziende insolventi, e "commissariare" l'Ilva che ora appartiene quasi interamente alla famiglia Riva. A questo, punto, in virtù dei poteri straordinari del commissario, l'azienda sarebbe smembrata in due: una "bad company" che si farebbe carico di debiti e strascichi giudiziari, e nuova società ripulita per bene grazia agli investimenti della Cassa Depositi e Prestiti da mettere immediatamente sul mercato in nome di quei principi di privatizzazione che Renzi non tradisce neppure quando parla prima di "nazionalizzare".
Un'altra Alitalia, insomma. In Francia e in Germania, l'industria pubblica esiste e prospera. In Italia, una Ilva pubblica non è neppure pensabile se non per lo stretto necessario a risanarne, a spese nostre, perdite e danni, in vista di farne omaggio a qualche potentato economico. "Eppure - conclude Landini - anche la nostra Costituzione prevede l'intervento pubblico nell'economia. La verità è che non se ne esce fuori senza una vera strategia di politica industriale". Cosa che questo Governo, come i precedenti, certo non ha.

Contrario alla soluzione "Alitalia", anche Angelo Bonelli, portavoce del comitato Taranto Respira. "Significherebbe lasciare la città a convivere con i veleni senza che nessuno paghi per i danni subiti dalla popolazione. Una 'bad company' violerebbe la direttiva comunitaria sul principio chi inquina paga e non sarebbe etico nei confronti della popolazione tarantina che aspetta di vedere il suo territorio bonificato dai veleni e di avere il giusto risarcimento per i gravi danni subiti".

Parallelamente, la vicenda Ilva continua a trascinarsi nelle aule giudiziarie. Il sistema tumorale creatosi attorno all'acciaieria avvelenava l'ambiente come la politica. Oltre a quelle del governatore Niki Vendola e di tre componenti della famiglia Riva, sono in corso una 50ina di rinvii a giudizio per accuse che spaziano dall'associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento di sostanze alimentari e all'omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. I sei "decreti Ilva" varati dagli ultimi Governi non hanno ottenuto altro che sommare disastri a disastri.
Intanto, la gente a Taranto continua a morire avvelenata.

*** Riccardo Bottazzo, giornalista professionista di Venezia. Si occupa principalmente di tematiche ambientali e sociali. Ha lavorato per i quotidiani del Gruppo Espresso, il settimanale Carta e il quotidiano Terra. Per questi editori, ha scritto alcuni libri tra i quali ”Caccia sporca“, “Il parco che verrà”, “Liberalaparola”, “Il porto dei destini sospesi”, “Cemento Arricchito”. Collabora a varie testate giornalistiche come Manifesto, Query, FrontiereNews, e con la campagna LasciateCiEntrare. Cura la rubrica “Voci dal sud” sul sito Meeting Pot ed è direttore di EcoMagazine.

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