A Como una piccola Idomeni

La chiusura delle frontiere nel nord Italia e le sue conseguenze

15 / 8 / 2016

Le politiche di governo dei flussi migratori messe in campo dal governo italiano e dall’Unione europea nel Mar Mediterraneo, come da previsione, non sono state capaci né di gestire il numero di persone sbarcate sulle coste negli ultimi mesi, né di garantirne il rispetto dei diritti fondamentali. I dati degli sbarchi non sono differenti dallo scorso anno ma è il quadro politico generale in cui questi avvengono ad essere totalmente diverso.
L’Italia, al pari di quello che succede in Grecia, ha il compito di bloccare il flusso dei migranti verso gli altri paesi europei; quanto questo ruolo durerà è difficile prospettarlo, non pare immediato che l’Europa si renda conto che il Regolamento Dublino è anacronistico e che la relocation non funzionerà mai.

Le persone che si ritrovano quindi accampate nelle città verso i confini del nord Italia, sono per la maggior parte transitate dagli Hotspot siciliani. Ciò significa che pur essendo state sottoposte a fotosegnalamento e in alcuni casi al prelievo forzato delle impronte hanno deciso di non richiedere la protezione in Italia ma di tentare di andare verso altri paesi europei.

La chiusura da parte del governo italiano, in accordo con quello francese, dei confini a Ventimiglia aveva già prodotto uno spostamento della rotta verso il confine di Chiasso, dove fino a circa un mese fa i migranti riuscivano a transitare e ad arrivare in Germania. Già l’anno scorso a Milano erano moltissimi quelli costretti a dormire in stazione centrale oppure in Porta Venezia, sia perché esclusi dal sistema di accoglienza, sia perché in attesa di prendere il treno per proseguire il proprio viaggio. Inoltre l’aumento del numero dei controlli sui treni alla stazione di Verona ha impedito che il Brennero diventasse la principale via d’uscita dalla "prigione" Italia, lasciando perciò la Svizzera come ultimo varco rimasto per proseguire verso nord.

Dal 10 luglio, però, anche questa porta è stata chiusa. La decisione della Svizzera di ammettere all’interno del Paese solo chi sceglie di richiedere protezione internazionale e di respingere tutti i transitanti ha avuto l’effetto di produrre degli “accampamenti” informali nelle città a ridosso del confine.

Chi prova ad attraversare il confine a Chiasso da un mese circa rivive quotidianamente la stessa situazione: quando il treno arriva alla stazione, viene fermato dalla polizia che filtra su base etnica le persone e le conduce verso la banchina, dove vengono identificate. La selezione razziale non risparmia nessuno, turisti compresi.

Una volta scesi dal treno i migranti segnalati passano da un ufficio ubicato direttamente sulla frontiera: chi sceglie di rimanere in Svizzera viene mandato in un centro di accoglienza, la quasi totalità di persone che invece vorrebbero proseguire il proprio viaggio verso Germania e Francia o il nord Europa, viene riportata con un furgoncino a Como.

La conseguenza più immediata e visibile è che il numero di persone accampate nei pressi della stazione comasca sta aumentando. Quasi tutti hanno più volte tentato di varcare i confini italiani. Alcuni da Chiasso, sulla falsariga dello stesso metodo usato a Ventimiglia, sono stati riportati a Taranto e stanno riprovando per la seconda volta a passare attraverso la Lombardia. Secondo alcuni volontari circa il 70% delle persone sono state identificate negli Hotspot: fuggiti dai centri del sud Italia, in molti transitano da Roma che da alcuni anni è diventata uno degli snodi terrestri della rotta mediterranea. Ad oggi sono circa 200 le persone che dormono in via Cupa, aiutati dai volontari e dagli attivisti di Baobab Experience

Attualmente a Como sono circa 500 le persone che quotidianamente vanno a mangiare alla mensa della Caritas. La prefettura fino a pochi giorni fa non aveva ancora trovato una soluzione per riuscire a stanziare fondi straordinari per la gestione di servizi per i transitanti. Per il momento le uniche strutture messe a disposizione di chi si trova fuori accoglienza a Como sono di enti privati e associazioni, che attraverso la costituzione della rete “Como senza Frontiere” sono riuscite a trovare volontari disponibili a contribuire alla gestione di alcune docce, della mensa e di alcuni dormitori. Pur non riuscendo a garantire a tutte le persone presenti in città i servizi minimi, consentono a donne, bambini e persone vulnerabili di non dormire in strada. Durante il giorno gran parte dei migranti lascia il campo e prova ad attraversare il confine in treno. Donne e bambini sono circa il 40%, ma l’aumento del numero di arrivi rende sempre più difficile trovare posti letto per tutti. Le persone che non riescono ad accedere a questi servizi sono costrette a rifornirsi di acqua e a lavarsi ad una fontanella all’interno del giardino della stazione, mentre il cibo fornito al campo viene messo a disposizione da volontari.

Da un paio di giorni sono comparse alcune tende: migranti ed attivisti hanno iniziato ad organizzarsi attraverso assemblee quotidiane per riuscire a gestire la logistica del campo, la raccolta e la distribuzione di materiali e, grazie al supporto di alcuni avvocati dell’Asgi, fornire anche informazioni legali ai migranti bloccati al confine. Dalle prime assemblee ne è uscita anche una lettera aperta scritta dai rifugiati alla città e la creazione di un sito internet, "Yalla Como", in cui informare in varie lingue su ciò che accade al campo.

A partire da settembre il Comune metterà a disposizione alcuni container vicino alla stazione dove i migranti dovrebbero avere la possibilità di dormire qualche notte senza essere identificati. In Europa però non esiste una forma giuridica che tuteli chi transita attraverso i paesi in quanto, per il Regolamento Dublino, le persone devono rimanere nel primo paese di arrivo. Il rischio è perciò dietro l’angolo e, come già avviene a Ventimiglia nel campo gestito dalla Croce Rossa, i 400 posti messi a disposizione dal comune di Como possono rivelarsi una trappola: quali sono le garanzie affinché il campo non diventi un luogo di identificazione e un hub di smistamento delle persone in centri di accoglienza in altre parti d’Italia? Chi garantisce che i gruppi di persone non verranno separati proprio per prevenire l’autorganizzazione e le istanze di libertà di movimento che i migranti stanno chiedendo?

I tentativi di controllo e gestione militare dei flussi migratori e la chiusura di rotte “più sicure”, come ad esempio la Balkan Route, hanno temporaneamente diminuito gli arrivi, peggiorando al contempo le condizioni in cui le persone sono costrette a viaggiare verso i paesi europei. Impedire a centinaia di migliaia di persone di attraversare “legalmente” i confini, pone le loro vite nelle mani dei trafficanti e li lascia in un limbo in cui trova terreno fertile chi utilizza la retorica della paura e del degrado per raccogliere consenso sulla pelle dei migranti.

Como, se pur con numeri più bassi, sta già diventando una piccola Idomeni: un altro campo profughi a cielo aperto in Europa. Proprio come in Grecia le persone bloccate al confine ringraziano per l’aiuto fornito da volontari ed attivisti, ma chiedono soltanto che la frontiera venga aperta. Open the border!

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