Forum a San Cristobal de Las Casas

Storie di donne migranti centroamericane

La doppia discriminazione

Utente: orsetta
10 / 5 / 2010

Negli anni '50 Giovanna, una mia lontana parente emigrata in Argentina, decise di tornare in Italia. Il marito non rispettò la sua promessa: non la raggiunse in Europa, le lasciò i figli da crescere e si costruì una nuova famiglia in Argentina. Giovanna è quella che si definisce una "vedova bianca".

Anche Maria è una vedova bianca. Si sposò incinta nei primi anni '80, a soli tredici anni, e poco dopo il marito lasciò la piccola comunità del Guatemala in cui vivevano per emigrare negli Stati Uniti. Inizialmente scriveva e mandava soldi, poi sparì. Maria continuò a vivere sotto l'ombra invisibile del marito, spiata e controllata dai parenti e dal resto della comunità. Lavorava la terra per mantenere il figlio, ma non aveva titoli di proprietà su di essa. Le donne lavorano la terra, ma solo gli uomini la possono possedere.

Sei anni dopo l'abbandono del marito, Maria rimase incinta. Se l'avesse scoperto la sua comunità l'avrebbe giudicata ed emarginata: una vedova bianca non ha diritto ad una vita sessuale e sentimentale. "Nascose la sua gravidanza anche a me, che sono sua sorella", mi dice Petronia fra le lacrime. Pochi mesi dopo il parto, la vergogna spinse Maria a scappare negli Stati Uniti, lasciando il figlio a Petronia. La disgregazione familiare è una delle conseguenze della migrazione, e a sua volta causa altri fenomeni sociali come la violenza giovanile, la tossicodipendenza e la prostituzione.

Qualche anno dopo anche Petronia decise di rifugiarsi negli Stati Uniti, lontana dalle violenze del marito. Come molte altre migranti trovò poca fortuna e tanta infelicità, che la rispinsero alla sua comunità di origine.

Petronia oggi fa parte della Commissione per i Diritti della Donna, un collettivo di Huehuetenango (Guatemala). L'ho incontrata a San Cristobal de Las Casas (Messico), durante il Forum "Donne, salute e migrazione", organizzato dall'Associazione Civile FoCa. Uno spazio in cui dal 12 al 14 aprile si sono incontrate più di quaranta attiviste per i diritti della donna di vari stati del Messico e Centroamerica.

Sono tante le storie che sono state raccontate durante il forum. Storie di donne che rimangono mentre il marito se ne va, donne che emigrano e donne che tornano, come Giovanna, Petronia e Nancy.

Di Nancy me ne ha parlato Ofelia, che fa parte di un'organizzazione femminista della sierra di Guerrero, nel sud del Messico. Nancy partì dalla sua comunità per percorrere il deserto che divide il Messico dagli Stati Uniti e passare la frontera. Era sola ed incinta di tre mesi. Fu rapita dal pollero – il caronte che la doveva transitare verso il sogno americano – che la picchiò e violentò fino a farle perdere il bambino. Fu rilasciata quando i suoi parenti negli Stati Uniti pagarono il riscatto, ma non riuscì mai a raggiungerli, e dopo un periodo trascorso a Tijuana tornò alla sua comunità.

Molte donne che come Nancy si spostano verso nord finiscono per fermarsi in luoghi che dovevano essere solo di transito. In fuga da paesi poverissimi, si ritrovano a vivere in regioni altrettanto povere, in cui vengono sfruttate da chi si approfitta della loro condizione di indocumentate. Nello stato messicano del Chiapas, il 90% delle prostitute sono immigrate provenienti dai paesi centroamericani.

Le donne che migrano sono doppiamente discriminate: in quanto migranti e in quanto donne. Quante siano esattamente non si sa, non ci sono statistiche nè registri ufficiali. Non si sa nemmeno quante siano le bambine con una storia simile a quella di Rosa.

A 9 anni Rosa, che viveva in Costa Rica con la sua famiglia emigrata dal Nicaragua, fu violentata da uno sconosciuto e rimase incinta. Malgrado riportasse delle gravi infezioni e il suo piccolo corpo non fosse in grado di reggere una gravidanza, per abortire fu costretta a ritornare nel suo paese, fuggendo quasi di nascosto dal Costa Rica con la sua famiglia. A 15 anni Rosa rimase nuovamente incinta, questa volta a causa degli abusi commessi dal padre.

"La violenza è causata dai ruoli di potere assegnati socialmente", dice Maria José dell'organizzazione costaricense CEFEMINA. Questi possono creare una catena della violenza: l'uomo, umiliato e sfruttato sul lavoro, commette violenza sulla propria moglie. La donna, frustrata, picchia il figlio, che a sua volta si sfogherà sul fratello più piccolo, il quale non potrà far altro che prendersela col proprio cane.

L'analisi di Maria José e delle altre attiviste intervenute al forum è che l'attuale sistema economico, capitalista e patriarcale, crea la discriminazione che viene riprodotta dalle persone attraverso il loro comportamento. La discriminazione genera poi violenza.

Per creare fratture nel meccanismo violenza/discriminazione, le organizzazioni e i collettivi presenti hanno deciso di formare la Rete Mesoamericana Donne Salute e Migrazione, che permetterà un coordinamento tra le azioni in difesa dei diritti della donna nei vari paesi. I diritti che, come ci ha ricordato la guatemaltecaClara, si devono esigere e non supplicare.

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