Reggio Emilia alla rovescia: Diritto all'abitare

Contributo di Casa Bettola, Città Migrante, Laboratorio Aq16

15 / 4 / 2015

Negli ultimi anni notiamo come ci siano sempre più case vuote, sfitte o invendute, e nello stesso tempo vediamo aumentare le persone senza casa, gli homeless, che dormono per strada, su un letto di giornali o che trovano rifugio proprio in uno dei tanti edifici abbandonati della città. Famiglie, uomini e donne, migranti e non, che a causa della crisi hanno perso il lavoro e non sono più in grado di reggere i costi dell’affitto o si trovano la casa pignorata dalla banca perché non sono più in grado di sostenere il mutuo. E i cosiddetti profughi che si trovavano alloggiati presso strutture di accoglienza, a Reggio Emilia, così come in tante altre città d’Italia, una volta decretata la fine dell’accoglienza si sono ritrovati in strada. C’è chi ha scelto di tentare la fortuna in altri paesi europei rimanendo poi ingabbiato nel regolamento di Dublino, chi si è trasferito in altre città e chi è andato ad ingrossare la manodopera sfruttata nella campagne del sud durante le raccolte. Altri sono rimasti sul territorio. Chi è stato più fortunato ha trovato ospitalità presso qualche amico in città, qualcuno è alloggiato al dormitorio, altri vivono in luoghi abbandonati. E richiedenti asilo che non hanno accesso a percorsi di inserimento nel territorio come la loro condizione particolare richiederebbe. Un paradosso che mette in evidenza come le politiche negli ultimi decenni hanno allargato lo spazio del mercato e ristretto quello dei diritti. Scelte che, attraverso processi di liberalizzazione e privatizzazione, hanno sempre di più redistribuito la ricchezza e le opportunità verso l’alto, scaricando i costi sociali e ambientali verso il basso. La città è uno degli scenari in cui questi processi sono più evidenti. Dove beni comuni e spazi pubblici vengono espropriati per l’accrescimento del capitale privato; dove diritti universali come la casa vengono sottratti, in modo che diventino una responsabilità individuale invece che una responsabilità sociale. Ricordiamo il Signor Boldrini che si è tolto la vita per aver perso la casa il 23 giugno dello scorso anno. Il caso Boldrini è emblematico, è l’esempio della disperazione che attanaglia centinaia di famiglie, morosi incolpevoli che a causa della crisi si sono ritrovati in 19 una spirale che li ha rapidamente privati dei diritti fondamentali per poter definire la propria vita degna. Dopo aver perso il lavoro ed essere rimasto senza reddito diventa impossibile pagare affitto ed utenze, così si finisce vittime di pignoramenti e sfratti. 

Case senza persone 

Si stima che a Reggio Emilia ci siano migliaia di case vuote. Come è possibile? Una prima risposta si trova nel modello di sviluppo che ha caratterizzato il territorio negli ultimi decenni. In un breve periodo il paesaggio della città è stato stravolto attraverso una forte espansione edilizia che non corrispondeva ad un reale bisogno abitativo; negli ultimi trent’anni il suolo urbanizzato è più che raddoppiato e nei primi 5 anni del piano regolatore del 1999 si è costruito il corrispondente numero di immobili sorti a Bologna in 10 anni. Molte di quelle case sono tutt’ora vuote, proprio perché sono state edificate non per garantire il diritto all’abitare, ma innanzitutto per tutelare profitti ed interessi privati. Queste rapide trasformazioni del territorio, oltre ad avere un impatto forte sulle comunità e gli ecosistemi locali, aprono le porte alla criminalità organizzata, introducendo inoltre nuove forme di schiavitù nei cantieri. Una seconda risposta si trova nella rendita immobiliare. A Reggio Emilia ci sono alcuni grandi proprietari, con un patrimonio talmente consistente da aver bisogno di diverse agenzie immobiliari per poterlo gestire. Queste agenzie dettano il prezzo degli affitti secondo la logica della rendita; meno appartamenti ci sono sul mercato, più il prezzo può essere alto. In altre parole i grandi proprietari tengono una parte del loro patrimonio sfitto, perché più la casa è un bene di difficile accesso più cresce il suo valore come merce sul mercato. In questo clima si specializzano agenzie immobiliari in affitti destinati solo ad alcune fasce della popolazione. Ci sono per esempio agenzie che non affittano a persone di origine straniera e nello stesso tempo agenzie che affittano soltanto a persone di origine straniera, case in determinate zone della città e con standard di abitabilità altamente discutibili. 

 Persone senza casa

 L’emergenza abitativa diventa sempre più visibile in città. Sono aumentate le persone che cercano riparo sotto portici e davanti a portoni. Ma questa è solo la parte evidente di un problema più ampio; tanta gente senza casa vive in luoghi nascosti dalla vita cittadina, come fabbriche dismesse o edifici abbandonati in periferia e molte persone che, prima della crisi economica avevano un lavoro, una casa e una famiglia ora si vedono negare il diritto di vivere con dignità a causa degli sfratti e dei pignoramenti. Come è possibile che così tanti cittadini siano rimasti senza casa? Quante persone devono vivere in strada prima che si attuino politiche abitative anche per i senza reddito? Chi non vive in prima persona il disagio abitativo si sente tutelato in questa situazione? Pensiamo che per comprendere tutto questo sia necessario considerare le profonde ristrutturazioni politiche ed economiche che hanno ridisegnato la società negli ultimi trent’anni: il welfare è stato ridimensionato, i salari sono stati tenuti stabili o addirittura diminuiti e le forme contrattuali sono diventate più precarie. Nel contesto di queste politiche neoliberiste tanti vincoli che tutelavano la collettività sono stati rimossi. Nel 1998 il governo D’Alema ha abolito l’equo canone, che garantiva un prezzo dell’affitto più equo, liberalizzando di fatto il mercato. Da quell’anno in poi i prezzi degli affitti sono arrivati a pesare oltre il 60% sul salario, rispetto al 30% di prima. Questo ha offerto nuove opportunità alle banche che dai primi anni 2000 hanno iniziato ad immettere mutui a tasso fisso e variabile, con rate mensili inizialmente inferiori agli affitti e con la prospettiva illusoria che dopo 20 o 30 anni si diventava proprietari di una casa. Da una parte questo ha significato nuove libertà per la speculazione finanziaria e immobiliare e dall’altra nuova subordinazione per migliaia di persone che si sono trovate con un debito in mano al posto delle chiavi di una casa. I dati più recenti sulla situazione degli sfratti sono forniti dalla Scuola superiore di amministrazione del Ministero dell’Interno. Dai numeri risulta che nella nostra provincia a dicembre 2013 si sono accumulate 2.772 richieste di esecuzione di sfratti, nell’anno 2013 solo 8 per finita locazione e 864 per morosità e da gennaio a dicembre 2013 sono stati eseguiti 624 sfratti nel territorio provinciale. A Reggio Emilia, nel contesto della crisi, migliaia di famiglie si sono viste private del diritto alla casa, senza risposte adeguate da parte delle amministrazioni; in più, le contraddizioni del sistema welfare reggiano sono diventate sempre più evidenti e chi non ha un reddito sufficiente rimane escluso dalle graduatorie per le case popolari. Le ultime amministrazioni hanno affrontato l’emergenza abitativa investendo risorse economiche a fondo perduto a favore dei privati, senza una visione complessiva della situazione, ponendo delle pezze nei casi più emergenziali e pensando più alla propria immagine che alla effettiva sostanza. Alcuni esempi riguardano il pagamento delle bollette di luce, acqua e gas a discrezione dei servizi per una minoranza delle famiglie che si trova senza utenze o gli affitti agevolati dove il Comune versa una parte di affitto ai privati per 20 anni a fondo perduto, o alcuni alberghi che in questa città come clienti abituali ospitano non turisti ma famiglie sfrattate che i servizi non sanno dove mettere. Questi interventi da soli non colgono la radice del problema, sono delle soluzioni non lungimiranti con un alto costo economico e sociale, non consentono una reale autonomia abitativa a disposizione di chi vive nel territorio e sono rivolte ad una minoranza delle persone che subiscono il disagio abitativo. 

Il diritto alla residenza 

Una volta che si perde la casa o si fuoriesce da un progetto di accoglienza senza trovare una soluzione alternativa, in breve tempo si perde anche la residenza e così la persona che vive in strada viene cancellata dalle liste anagrafiche. La legge lega alla residenza una serie di diritti fondamentali e perdendo la residenza vengono meno questi diritti. Nello stesso tempo, per legge, la residenza dovrebbe essere garantita a tutti, dovrebbe essere infatti assegnata, a chi l’ha persa, un residenza di ufficio. Spesso però non è così semplice ottenere questa residenza, che dovrebbe essere assegnata ai senza fissa dimora in una via fittizia. Anche a Reggio Emilia si riscontrano in merito parecchie difficoltà. Inoltre la risposta di chi governa a chi è costretto alla strada e intraprende percorsi di autodeterminazione per uscire dall’invisibilità e dalla marginalità si concretizza manu-militari attraverso gli sgomberi e con leggi che negano i diritti fondamentali a chi occupa un immobile. Vediamo come infatti, lo stesso Governo istituisce il Piano Casa in cui all’art 5 si trova scritto: 

Art. 5 (Lotta all’occupazione abusiva di immobili)
1. Chiunque occupa abusivamente un immobile ai sensi dell’articolo 633, primo comma, del codice penale, non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge.

 Negare la residenza significa negare un diritto fondamentale che dovrebbe essere garantito. La residenza, secondo il diritto italiano (art. 43, II comma c.c.) è il luogo in cui la persona ha la dimora abituale. Secondo la giurisprudenza si prevedono due requisiti. Uno oggettivo che è determinato dalla permanenza di una persona in un determinato luogo e uno soggettivo che è determinato dalla volontà di tale permanenza. Questo significa che per essere iscritta nell’anagrafe di un determinato Comune la persona deve effettivamente trovarsi in quel posto e deve voler essere iscritta nella popolazione residente di quel determinato luogo. In presenza di questi elementi, come stabilito dalla Cassazione (Cass. n. 1081/68) la residenza è un diritto soggettivo perfetto, rispetto al quale la legge attribuisce all’autorità amministrativa compiti di accertamento ma non margini di discrezionalità. Non è quindi richiesta per l’iscrizione anagrafica né la proprietà dell’immobile, né un contratto di locazione. È stato riconosciuto al giudice ordinario il potere di obbligare la pubblica amministrazione al riconoscimento del diritto alla residenza, qualora ci siano i presupposti, e di condannare la stessa al risarcimento dei danni. L’iscrizione nei registri anagrafici è un presupposto indispensabile per beneficiare di molti diritti, i più conosciuti sono il diritto di voto e il diritto all’assistenza sanitaria. Ma non sono i soli. Senza residenza non si può accedere al gratuito patrocinio, quindi all’assistenza legale a spese dello stato così come alle prestazioni sociali. Qualche esempio: non si può percepire una pensione pur avendone maturato i requisiti né gli assegni familiari, così come accedere ad un’assistenza sociale. Anche l’iscrizione al centro per l’impiego (salvo prassi differenti in alcuni Centri per l’impiego in Italia) e quindi l’accesso al lavoro è subordinato alla residenza. Senza iscrizione anagrafica non è possibile aprire una partita IVA, quindi svolgere un’attività lavorativa autonoma. Nel caso la persona sia di origine straniera (cittadino extracomunitario, per i cittadini dell’Unione Europea si fa riferimento al D.gls n. 30 del 6 febbraio 2007 e successive modifiche) oltre ai requisiti indicati è necessario il titolo di soggiorno e il passaporto o documento equipollente per iscriversi nella popolazione residente di un determinato Comune.

 Che cosa comporta per un cittadino di origine straniera non avere la residenza oltre alle negazioni sopra citate? La residenza incide sulla richiesta del titolo di soggiorno. Uno dei requisiti fondamentali per ottenere il permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo, art 9 del Testo Unico immigrazione, è la residenza. Sono necessari 5 anni di residenza nel territorio italiano. Anche per la richiesta della cittadinanza italiana a sensi dall’art. 9 della Legge n. 91/92 sulla cittadinanza sono richiesti 10 anni ininterrotti di residenza. L’articolo 5 del Piano Casa del governo Renzi dal titolo “Lotta all’occupazione abusiva di immobili” risulta quindi essere una lotta a chi è stato tagliato fuori dai circuiti di accoglienza e a chi ha cercato risposte alla crisi autorganizzandosi e sottraendo immobili alla rendita e all’abbandono, negandogli una serie di diritti fondamentali. Non poter accedere all’allacciamento delle utenze significa una privazione della dignità, non accedere alla residenza (senza la quale in molti casi viene negato anche l’accesso al lavoro) non produce altro che invisibilità, marginalità e possibili forme di sfruttamento. Movimenti e associazioni che si occupano del diritto all’abitare hanno messo in campo campagne e mobilitazioni. Un prima piccola vittoria è stata ottenuta. Il Governo, ha corretto, almeno in parte, il tiro del piano Casa che da un anno nega, con il celeberrimo articolo 5, la residenza a chi vive in un immobile occupato. La circolare n°633 del 24 febbraio 24 emanata dal Ministero dell’Interno invita tutti i Comuni italiani ad iscrivere gli occupanti all’anagrafe attraverso la “via fittizia” come accade per le persone senza fissa dimora. Anche se si tratta di un tamponamento, in quanto la residenza dovrebbe essere garantita nel posto dove effettivamente queste persone dimorano, cioè nello stabile occupato e non all’aperto come previsto per la residenza nella via fittizia, sarà importante monitorare e dare battaglia affinché i Comuni, compreso il nostro iscrivino queste persone nelle liste anagrafiche in modo che possano di conseguenza avere la residenza. 

Recuperare le case per recuperare diritti e dignità 

Per superare questi paradossi e garantire il diritto alla casa per tutti e tutte pensiamo sia necessario capovolgere il modello di sviluppo della città e del territorio e fermare il consumo di suolo recuperando il patrimonio immobiliare esistente, ci sono per esempio molte persone che hanno perso la casa con capacità e abilità in grado di ristrutturare e rendere abitabili stabili abbandonati o in disuso da anni. Crediamo sia inoltre necessario riconvertire gli immobili confiscati alla malavita in uso abitativo e sociale, bloccare gli sfratti esecutivi e riconoscere la residenza di tutte le persone senza casa che vivono nel territorio cittadino per poter accedere ai servizi sanitari e sociali. Vogliamo il riconoscimento delle utenze minime garantite, per chi è vittima di morosità incolpevoli: acqua, luce, gas, che oggi sono beni comuni essenziali per poter sopravvivere con dignità. Le multiutility come IREN non possono gestire arbitrariamente questi beni primari traendone profitto, scaricando il costo sociale sul territorio. In uno scenario in cui le ingiustizie sociali ed ambientali letteralmente tendono ad essere cementificate sul territorio, vogliamo costruire un’altra città e pensiamo sia possibile incominciare già da oggi: occupando le case vuote per recuperare spazi e diritti sottratti dalla speculazione, creando welfare dal basso attraverso nuove reti solidali, riappropriandoci della possibilità di decidere come costruire la città secondo i nostri bisogni e sogni collettivi.

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Reggio Emilia alla rovescia

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