La storia non si ripete mai nello stesso modo. Pensare che la crisi del ’29 possa essere in qualche modo uguale all’attuale crisi economica, finanziaria e politica è puerile e sbagliato.

Per quale ragione leggere oggi l’analisi di Simone Weil sulla germania del 1932?

23 / 5 / 2013


La storia non si ripete mai nello stesso modo. Pensare che la crisi del ’29 possa essere in qualche modo uguale all’attuale crisi economica, finanziaria e politica è puerile e  sbagliato. Diverse sono le condizioni economiche e finanziarie, diversi i contenti politici e sociali, diverse  le soluzioni ricercate e i protagonisti politici delle due crisi.

Perché allora leggere o rileggere oggi “Sulla Germania totalitaria” di Simon Weil; per quale motivo anche solo proporne la lettura? Perché si tratta di un ottimo esempio d’indagine sul campo che la Weil svolse nella Germania del 1932, alla vigilia della nomina a Cancelliere di Adolf Hitler, leader del NSDAP, da parte del Presidente della Repubblica von Hindenburg. Perché si tratta di un’inchiesta politica e sociale che sfocia in una lucida analisi della situazione della Germania del 1932 e in un’attenta osservazione delle forze confliggenti. Inoltre, perché ci fornisce un esempio di come un’approfondita, lucida e non dogmatica disamina dei protagonisti politici e sociali del momento possa fornire gli strumenti più idonei per cogliere le prospettive di una situazione come quella, appunto, della Germania e dell’Europa tra le dure Grandi Guerre.

Quindi non è del tutto peregrino leggere i saggi e gli articoli della giovane Simone Weil contenuti in questo libro perché se ne possono tratte utili indicazione di metodo nell’analisi sul campo proprio oggi che siamo di fronte ad una confusa situazione socio-politica e perché si possono, altresì, apprezzare curiose analogia con alcuni atteggiamenti tenute dalle attuali forze politiche della cosiddetta Sinistra (o Centro Sinistra).

Il libro si compone di corrispondenze, articoli e saggi che in un breve lasso di tempo e sotto l’incalzare del precipitare degli eventi politici nella Germania e nell’Europa degli anni 30, Simon Weil scrisse e pubblicò in varie riviste francesi. La prima parte del libro raccoglie interventi, letture e saggi sull’ultima parte della drammatica crisi politica tedesca che portò al potere assoluto Hitler il 23 marzo 1933 e sulle condizioni e le prospettive del movimento rivoluzionario tedesco e internazionale. Si tratta in gran parte di resoconti ed elaborazioni frutto della sua diretta partecipazione a quegli eventi, in quanto Simon Weil visse a Berlino dal luglio al settembre 1932 e mantenne, nei mesi successivi, una fitta corrispondenza con amici ed amiche tedesche che le consentì di seguire, giorno per giorno, le vicende di cui parla. In quegli anni Simone Weil, già grazie alle prime esperienze d’insegnamento svolte a Puy e Saint-Etienne, era venuta in contatto tramite la Federazione degli insegnanti con ciò che ancora rimaneva della grande tradizione del sindacalismo rivoluzionario d’anteguerra francese, in particolare con il gruppo di “La Révolution Prolétarienne”.

Contraria a ogni forma di aggiustamento riformista con la classe dirigente e decisamente a favore della lotta di classe; decisa assertrice della necessità di fornire alla classe operaia i mezzi utili alla più matura presa di coscienza di sé; in qualche modo vicina ad alcune tesi della ormai scomparsa Rosa Luxembourg; amica ma allo stesso tempo in dissenso con Trockij in quanto non ne condivideva la lettura della situazione internazionale e il giudizio critico ma, comunque, favorevole alla situazione dell’Urss, Simone Weil si butta a capofitto nella realtà tedesca di quegli anni per capirne e analizzarne la situazione. Da questa tensione scaturisce l’insieme di riflessioni che compongono la prima parte del libro.

La seconda parte del libro, invece, è composta da un lungo saggio dal titolo “Riflessioni sulle origini dello Hitlerismo (1939)” che risulta interessante per la sua impostazione del tutto originale nell’analisi della questione del totalitarismo rispetto alla vulgata marxista dell’epoca. Weil sviluppa la sua analisi storica e sociologica della deriva totalitaria che sta investendo l’Europa a partire dalla lettura che gli storici antichi, greci e romani, dettero dei tratti caratteristici dell’impero di Roma e di come questo seppe affermarsi nel mondo antico, per poi arrivare alla politica assolutistica di Richelieu ma, soprattutto, di Luigi XIV, passando successivamente attraverso la deriva dell’esperienza della Rivoluzione Francese nell’Impero napoleonico, alla evidenziazione del processo in corso di centralizzazione dello Stato, “fonte unica di autorità ed esclusivo oggetto di abnegazione”, del Terzo Reich. Una tendenza che Weil non concentra solo su questa esperienza ma che identifica presente sia nella giovane Unione Sovietica che nelle democrazie occidentali dell’epoca.

Il metodo adottato dalla Weil per la sua analisi e riflessione sul campo e la lettura storica del processo di burocratizzazione in corso nell’Urss e nella Germania nazista non la resero certo simpatica agli ambienti socialisti e comunisti dell’epoca, così fortemente subordinati ai dettami dell’Internazionale e alle direttive sovietiche concentrate a difesa del “Socialismo in solo Paese”.

A leggere oggi questi suoi lavori si coglie, invece, la tensione eretica di chi guarda con occhio attento, disincantato e, soprattutto, non dogmatico la realtà che lo circonda, analizzandone gli errori e le storture delle forze politiche in campo, nonché la composizione e le ragioni del successo degli avversari politici del momento. Allo stesso tempo, si osserva lo sforzo per ricercare nuovi strumenti di analisi che consentano di cogliere l’essenza dei mutamenti sociali, politici ed economici in corso e forniscano nuovi arnesi intellettuali utili a trovare soluzioni adatte alla realtà.

Del libro, a mio parere, la parte più interessante rimane però la prima. Leggendo questi testi si colgono le ragioni, altrimenti difficilmente spiegabili, di come sia stato possibile, in un arco temporale ristretto di poco più di un decennio, che il più forte e radicato movimento operaio organizzato europeo, con i partiti più forti, radicati e organizzati in Europa, sia stato schiantato, quasi senza colpo ferire, dall’avanzata del Partito Nazionalsocialista e che, in pochi anni, dopo l’andata al potere di Hitler, la società tedesca si sia lanciata quasi unanimemente nell’avventura militare della Seconda Guerra Mondiale.

Non va dimenticato che nel 1932, alla vigilia della nomina al governo di Adolf Hitler, la Spd rimaneva il partito con maggiori consensi elettorali; il Partito Comunista in quell’anno otteneva più consensi del NSDAP; a Berlino, nel novembre del 1932, contro il parere delle organizzazioni sindacali, il 78% dei lavoratori aderivano allo sciopero dei trasporti indetto da comunisti e hitleriani, confortati dall’ampio appoggio della popolazione operaia berlinese. Come è potuto accadere che, salvo una strenua resistenza di quartiere e in alcune piazze di giovani militanti comunisti e socialisti alle squadre armate hitleriane, per altro di breve periodo, solo quattro anni dopo, la politica nazista iniziasse a promulgare a ritmo accelerato leggi antiebraiche sempre più rigide, applicandole con rigore e ferocia nel silenzio totale? Come è potuto succedere che in pochi anni, l’imposizione dei campi di lavoro per disoccupati, voluta dai governi weimariani e sostenuta anche dalla socialdemocrazia, osteggiata e boicottata diffusamente da molti giovani tedeschi, di fronte al suo inasprimento crudele e spietato da parte dei nazisti non abbia sortito che la fine della resistenza a tale sistema?

Weil fornisce alcuni spunti utili a comprendere cosa effettivamente avvenne nella composizione sociale e politica tedesca in questo cruciale cambio di prospettive e di atteggiamenti. Con semplicità di esposizione ma sapienza di analisi descrive succintamente la condizione politica ed economica della Germania post guerra del 1915-1918. In poche righe descrive la fragile tenuta delle forze di governo, alta borghesia, aristocrazia terriera e proprietari dell’industria pesante, stretta tra la capacità di giovarsi dell’appoggio della socialdemocrazia, per altro al governo essa stessa in alcune regioni, e, dall’altro interessata a scendere a compromessi con la forza d’urto reazionaria del nazionalsocialismo. Governance, diremmo oggi, in crisi, alla ricerca di una soluzione forte che troverà nel nazismo, mentre sotto gli effetti della crisi mondiale dilaga la disoccupazione, si impoveriscono le condizioni materiali della popolazione, arretrano paurosamente le conquiste sociali e i diritti della classe operaia, arretrano le condizioni economiche e lo status sociale della media e piccola borghesia che aveva sostenuto la fallimentare guerra del 1915-1918.

Con maggiore profondità di analisi Weil concentra la sua attenzione alla disamina delle tre forze in grado di imprimere una svolta alla situazione: la socialdemocrazia, i comunisti e i nazisti. E’ qui che Weil fornisce il meglio di sé. Da un lato coglie il pericolo concreto nella condizione difficile della Germania e dell’Europa, alle prese con la crisi internazionale, nel consenso sempre maggiore al messaggio demogogico, nazionalista e populista del nazionalsocialismo, che risulta in grado di rispondere, allo stesso tempo, alle frustrazione dei ceti medio-bassi borghesi, impoveriti e destabilizzati dalle conseguenze del dopo guerra e di parte dei settori operai, allettati da una politica nazionalistica protezionistica e, allo stesso tempo, espansionistica. Rivalsa nazionalistica, mistica e religione del suolo e del sangue, nuovo territorio ed espansione demografica, concessioni economiche: un mix che Weil coglie nel messaggio nazista mentre la vulgata marxista rimane ancorata a interpretazioni sbagliate, a sottovalutazioni del fenomeno, ad interessi anch’essi nazionalistici.

Weil mette a nudo l’inadeguatezza degli strumenti organizzativi e di analisi delle due forze della sinistra, la Spd e il Partito Comunista, l’una tutta protesa verso il compromesso con il Capitale, convita che la soluzione alla crisi possa essere uno Stato forte gestore dell’economia al punto da accettare ogni proposta al ribasso per le condizioni degli operai occupati, al punto da farsene anche garante nell’imporle materialmente; l’altro del tutto subordinato alle direttive dell’Internazionale e della politica sovietica da non riuscire né a cogliere l’essenza della natura del nazismo incalzante, né la forza della spontaneità del conflitto sociale che vedeva protagonisti anche gli stessi giovani militanti comunisti.

La definizione di socialfascismo e la sottovalutazione del fenomeno fascista da parte dell’Internazionale spinse il Partito Comunista a ritenere molto più importante sconfiggere la socialdemocrazia che non il nazismo; lo portò a condividere con i nazisti lo sciopero dei trasporti di Berlino del 1932 e a collaborare con essi nel voto per abolire il governo socialdemocratico della Prussia. Inoltre pesava negativamente sull’azione dei comunisti tedeschi la subordinazione agli obiettivi e agli interessi nazionali dell’Urss, interessata a trovare una soluzione di compromesso con l’emergente governo nazista che troverà la sua conferma nel patto Molotov-Ribbentrop del 1939.

Weil seppe cogliere questi aspetti non così scontati in quel momento storico a differenza della gran parte degli osservatori del momento e proprio la sua spietata analisi dell’inadeguatezza delle forze rivoluzionarie socialiste e comuniste e della cinica politica posta in essere dall’Urss e dall’Internazionale le valsero molti detrattori e un’aurea di ereticità dal “pantheon” intellettuale marxista ortodosso.

Questa lettura rimanda, dicevo, ad alcune similitudini con le vicende recenti della nostra Repubblica. L’illusione da parte dei comunisti di poter svolgere un percorso insieme ai nazisti nella Berlino in sciopero del 1932 rimanda alle tante dichiarazioni di esponenti del PCI-PDS-DS-PD sulla genuinità popolare della Lega Nord, rozza e un po’ primitiva, sull’affidabilità del Bossi fustigatore di Berlusconi, per sbarazzarsi di un fenomeno ritenuto per lo più mediatico come il berlusconismo nei primi anni del dopo Mani Pulite. In entrambi i casi l’idea si è rivelata del tutto errata. Perché, come si coglie nelle corrispondenze tedesche della Weil, non suffragata da un’analisi precisa delle forze in campo e delle mutazioni sociali in corso.  Un altro rimando interessante è la mancanza di una lettura approfondita dell’avversario politico nella sottovalutazione e nell’analisi del berlusconismo (lasciando stare gli incuiuci, gli interessi comuni e gli opportunismi) così come Weil denuncia nella sottovalutazione del fenomeno nazista da parte di socialdemocratici e comunisti.

La compromissione nel giro di pochissimi anni del patrimonio di forza politica e sociale della socialdemocrazia tedesca tra le due guerre rimanda, invece, alla fideistica adesione di oggi della tradizione socialdemocratica ed ex comunista all’idea neoliberista. Un’adesione che ha lasciato libero corso allo smantellamento dell’imperfetto welfare esistente e dei diritti conquistati nella società e nei posti di lavoro; che ha impoverito la scuola, precarizzato il mercato del lavoro, corroso la società mutandone forma e contenuti.

Può essere utile, quindi, leggere o rileggere oggi questo libro. Non parla di noi oggi, questo è vero ma può aiutare a leggere meglio la nostra realtà pur parlando di un tempo lontano e molto diverso dall’attuale.

Simone Weil

“Sulla Germania totalitaria”

Edizioni Adelphi, 1990

23 maggio 2013

Unknown

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