Odio le fabbriche

Utente: chicca
23 / 9 / 2013

Odio le fabbriche

Credo che fosse una delle mie prime occupazioni, una fabbrichetta dismessa a Milano che durò giusto il tempo di farci una cena militante prima che arrivasse la polizia. Ricordo che salii all’ultimo piano, dove c’erano tre o quattro stanzoni che una volta contenevano macchinari pesanti, di cui rimanevano solo graffi sull’impiantito e cavi penzolanti. Tutti gli stanzoni si aprivano nei muri divisori con una finestra orizzontale protetta ancora da vetri sporchi. Ero con un compagno più vecchio – anche se più giovane di come sono ora – e gli chiesi a cosa servisse. Lui mi fece mettere di fronte alla finestra del primo stanzone, che scoprii essere perfettamente allineata alle altre. “Da qualsiasi punto si può vedere quello che succede in tutti i reparti” mi disse. “Per controllare”.

Pensai che un posto costruito per il controllo fosse un abominio. Non solo per i controllati, ma anche per i controllori. Come diventi passando la vita a spiare i gesti degli altri, a impedire che escano dagli standard, che si batta la fiacca? Come si diventa a ripetere tutti i giorni il medesimo movimento? Sperai che tutte le fabbriche diventassero come quella dove stavo, vuota e polverosa.

Odio le fabbriche

Da bambino, a casa mia arrivava due volte il giorno il suono di una sirena. Veniva da lontano e la immaginavo sull’altra riva del Po, anche se probabilmente si generava poco dietro il mio quartiere. Mia madre mi aveva spiegato che si trattava della sirena di inizio turno di una fabbrica. Mi figuravo gli operai che entravano correndo e poi uscivano al secondo fischio lenti, coperti di polvere e le facce stanche. Li vedevo dentro aspettare quel suono che li avrebbe liberati, sentirlo anche di notte mentre dormivano. Quando anni dopo vidi Metropolis, scoprii che la marcia cadenzata dei lavoratori era identica a quella che immaginavo da bambino. Anche le facce erano le stesse.

Odio le fabbriche

Gli operai devono lottare, salire sulle torri, minacciare il suicidio, per avere il privilegio di rientrare in luoghi che fanno di tutto per renderli omogenei a un modello. Che li costringono a compiti infami, ubbidendo all’arbitrio di una complessa e ottusa catena di comando. Che fanno loro produrre merci di cui spesso non vedono la totalità. Che li ammazzano. Li schiacciano. Li bruciano. Li fanno ammalare. E schiacciano, bruciano e fanno ammalare quanto circonda la fabbrica. Quando chiudono, quando falliscono, non capisco perché ci si disperi. Io gioisco. Io dispero per chi è costretto a tornarvi.

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E come campano gli operai se chiudono le fabbriche? Questa è la domanda cui tutti sembrano avere una sola risposta. Le fabbriche non devono chiudere e gli operai devono tornarvi. Anche se le condizioni saranno peggiori, anche se si tratta di una mostruosità avvelenatrice come l’Ilva, del buco nero di una miniera di carbone. Una volta gli operai barattavno la loro vita con la certezza di un reddito, ora la barattano con un’insicurezza prolungata. Se la fabbrica chiude bisognerebbe dare un premio a quelli che vi si sono consumati. Li si dovrebbe accogliere come chi esce da un carcere, come chi esce da un lager. Li si dovrebbe ringraziare per il sacrificio, e aiutarli a trascorrere una vita serena. Date un’occhiata al valore delle transazioni finanziarie che si effettuano in un solo minuto, a quanto costa un cacciabombardiere. Con una frazione di quei soldi come reddito di cittadinanza, nessuno dovrebbe tornare in fabbrica. Potrebbero non fare niente, oppure dedicarsi a lavori socialmente utili. Gli scarcerati delle fabbriche potrebbero diventare protettori del patrimonio artistico nazionale, dei boschi, delle coste. Ausiliari nelle scuole. Ripagherebbero i soldi spesi per il loro reddito in mille modi, a loro volta generatori di reddito. E quelli che vogliono o se la sentono, potrebbero essere accompagnati ad attività artigianali, ad aprire un negozio, a imparare un’arte o un mestiere nuovo. Potremmo investire su di loro, sulla loro voglia di fare. Ma a dirlo si passa per eretici. Per criminali. Perché la fabbrica ce l’abbiamo in testa. E tutto si ribalta. I padroni vogliono chiudere, i compagni vogliono tenerle aperte, perché non riusciamo a immaginare o praticare alternative.

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Lo so. Sto scrivendo un post contro le fabbriche su un computer assemblato in una fabbrica cinese, e sappiamo come ci si sta. Probabilmente un capo del mio abbigliamento – oggi sono sull’elegante – l’ha cucito qualche bambino in un’altra fabbrica. E anche il cavo che mi porta la corrente è uscito da una fabbrica, la corrente stessa è prodotta in un luogo molto simile a una fabbrica. Se davvero chiudesse tutto, mi dicono gli amici, come faresti? Lo stesso argomento si può usare per tutto. Come faresti senza gli schiavi, dicevano agli Abolizionisti, come faresti senza la pena di morte o il laudano? Da piccolo leggevo fantascienza. A quei tempi si osava immaginare futuri rosei, dove i lavori ripetitivi li facevano le macchine, e all’umanità rimaneva il tempo per tutto il resto. Supervisionare le macchine e inventarle, ovviamente, esplorare lo spazio, combattere gli alieni (solo quelli cattivi), espandere la coscienza. Trascendere. Ora si immagina solo la povertà e l’obbligo. Ma anche senza i robot, siamo sicuri che vi sia un unico modello possibile produttivo? Che l’obsolescenza programmata delle merci sia necessaria? Ah, ma tu stai parlando della fine del capitalismo, mi dirà qualcuno. Forse, rispondo io, ma più probabilmente della sua trasformazione, anzi di un capitalismo che si è già trasformato, mentre noi siamo rimasti al palo. Comunque, non è compito mio trovare le alternative economiche. L’importante è non difendere un esistente che non esiste più e che, quando c’era, non era nemmeno bello.

Odio le fabbriche

E odio la retorica sulla classe operaia, sull’etica del lavoro, sui luoghi di ricomposizione di classe.

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