I ragazzi del Jukebox

Utente: chicca
5 / 8 / 2013

Cara Chicca,

questa settimana non sono riuscito a pensare a nessun pezzo per Global. Scrivo di quello che mi capita o che vedo, e nelle ultime settimane sono stato tappato in casa a scrivere. Dovrei magari fare un commento sul corteo di Berlusca, ma non mi viene niente di più lungo di una riga, oltretutto passibile di denuncia per diffamazione. 

Per cui ti mando un vecchio racconto, che ho rieditato per la bisogna. Non so dove l’ho pubblicato, ma so per certo che non l’ha letto quasi nessuno.

Baci Sandrone

Caro Sandrone, Sei il solito paraculo.

Baci Chicca.

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Credo che dipenda dalla rotazione terrestre, o da come il sistema solare si muove nello spazio, o da come è fulminato il cervello di dio. O. Tutti i Festaioli hanno la loro spiegazione, e nessuna regge oltre cinque minuti di discussione. Comunque sia, per me il Buco si apre ogni sei giorni e mezzo, anche se non so perché e percome. Non ho bisogno di segnarmelo sul calendario. Riesco a sentirlo un paio di ore prima, mi diventano duri i capezzoli e cose del genere.

Alle dieci di sera ho le avvisaglie. Riempio la valigia di orologi Swatch e bottiglie di whisky. Poi rotolo in strada. Sono andato ad abitare molto vicino al mio Buco, anche se immagino ce ne siano altri, da qualche parte, che non ho ancora trovato. Forse non li vedo, proprio come i mondostretto non vedono il mio. Sta lì, luminoso da far male agli occhi, e non lo vedono. E non vedono me, quando ci entro. Zap, un momento sono qui e quello dopo sono arrivato nella Fossa.

Il primo impatto è sempre un macello. Hai le montagne russe in testa. Cammini a piedi all’aria, sali gradini che ti portano in basso. Poi le orecchie ricominciano a funzionare e arrivano le voci, i suoni, le musiche delle migliaia di festaioli stravaccati sulle centinaia di migliaia di sedie, divani, tavoli, letti e vasche da bagno. Chiacchiere, risate e urla. Poi si sistema anche il naso, e ci sono gli odori, le puzze e i profumi. Quando arrivo c’è un sacco di movimento, sono tutti un filino più eccitati del solito. Qualche novità godereccia che si è sparsa in mia assenza. Molti ballano e c’è un trenino di allegroni nudi talmente lungo che non riesco a vedere l’inizio e la fine. Corrono in giro facendo larghe curve nelle zone franche, toccandosi e saltando. I nerovestiti li guardano male dai loro recinti, sudando nelle divise. Forse vorrebbero unirsi all’orgetta, ma lo spirito di corpo glielo impedisce. Superuomini del cazzo. Prendo la mia pista, disseminata di bicchieri rotti e bottiglie vuote, salutando le facce conosciute che incrocio. Testanera è svaccato su una amaca tesa tra due piloni di metallo. Ha in mano un bicchiere di qualcosa che ribolle come la pozione di Frankestein.

- Vuoi assaggiare, Capellone? - Mi chiede, porgendomi il bicchiere. Puzza di topo morto.

- Niente roba che fuma, per me, grazie. - Rifiuto gentilmente, passando oltre.

- Non sai che ti perdi.

- Per fortuna.

Arrivo al jukebox che sta suonando un quartetto di archi. Attorno, i soliti: Doc, il Gemello, la Rossa, il Porco. La quinta non la conosco: piccola, grosse tette, occhi tristi. Sta schiacciata in un angolo.

Doc mi saluta, alzando una lattina. Viene da una borsa termica ai suoi piedi, che sbuffa ghiaccio secco. - In tempo per bere.- Dice.

- Guarda caso. - Prendo la lattina che mi lancia. L’odore è quello della birra, più o meno.

Assaggio senza problemi. Il mio metabolismo è compatibile con tutti quelli del jukebox: è il requisito minimo per formare un gruppo. Birra al peperoncino. Alcolica di brutto. - Buona. - Dico. - Roba tua?

- Certo. Se ti piace posso procurartene.

- Ci penso sopra. - Apro la valigia e faccio girare una delle mie bottiglie. Il Porco l’afferra e ne tira un sorso che gli va dritto al cervello. Lo vedo barcollare, poi sorride con i denti di metallo e ne beve ancora. Anche gli altri apprezzano. Ne vuotano altre due in mezzo minuto.

La Rossa si lecca le labbra. - Somiglia a quella cosa che hai portato l’altra volta. Come si chiamava Doc?

  • Gin.

  • Anche se preferisco le polveri. Ne hai?

- Non questo giro. - Il mio pusher si è preso una vacanza.

Il Gemello si appende con i piedi alla balaustra, e beve a testa in giù, come i pipistrelli. Indossa solo un gonnellino di paglia e il suo cazzo di mezzo metro sbatacchia al vento. - Comunque mi piace anche questo. Ne hai dieci bottiglie per me?

- Forse. - Guardo la tipa nell’angolo, che non si è mossa di un millimetro. - Chi è la ragazza?

- Nuova nuovissima. - Risponde Doc. - Una Vergine pura.

- Vergine?

- Prova a chiedere.

- Da che tipo di posto viene?

Si stringe nelle spalle. - Vallo a sapere. Ha una lingua sola, cinque dita per mano, caucasica. Le variazioni possibili...

- ... sono infinite. Lo so grazie.

Il jukebox passa a un pezzo degli Stones. Suona di tutto, dai miei mp3 ai dischi piramidali di Doc. Siamo tutti intrippati con la musica. Anche la Rossa, che viene da un posto a bassa tecnologia. Usa dischi di creta grandi come piatti.

- Facciamo affari? - Insiste il Gemello sopraelevato.

- Non subito - rispondo.

Mi avvicino alla Vergine accovacciata sui suoi talloni. Indossa un paio di pantaloni che potrebbero essere jeans e una maglietta gialla. E’ spaventata, ma si tiene sotto controllo. Bel faccino.

Mi siedo anch’io, nella posizione del loto. - Ciao. - Le dico.

Si limita ad aggrottare la fronte.

- Come ti devo chiamare?

Zero. Nonostante gli odori che zaffano dalla Fossa, sento il profumo del suo corpo. Fiori. - Io mi chiamo Leo. - Continuo. - Ma da queste parti è cafone usare il proprio nome. Qua sono il Capellone, per via del taglio tattico.

Doppio zero.

- Ok. Proviamo con qualcosa di più semplice. Fai un bel respiro e dì ah!

Non fa ah. - Dove sono? - Chiede invece. Voce roca quasi da maschio. Bel mix di ormoni.

- E chi lo sa? Noi la chiamiamo la Fossa, - rispondo. - Comunque sei messa bene. Almeno sai di non stare sognando e di non essere morta. Domanda seguente?

Spalanca gli occhi. Pupille enormi, iridi verde foglia. Wow. - Come torno a casa?

- Questa è facile: come sei arrivata. Cerchi il tuo Buco e ti ci ficchi dentro. - Una mano mi allunga una canna. Tiro. L’erba del Porco. Passo alla Vergine che afferra meccanicamente e aspira dalla narice sinistra.

- Non è tabacco. - Dice.

- Dalle parti del Porco non cresce il tabacco. Questa deve essere una varietà di rosmarino. A me lo fa diventare duro, a te non lo so. - Me la ripassa, ritiro e la mente mi si schiarisce. - Ti ricordi come sei arrivata qui?

- Una luce verde. E...

- E?

- Mi ha tirato dentro. - Una pausa, lunga. Gli occhi sono più vivaci, adesso. - Cos’era?

- Il tuo Buco, appunto.

- Cos’è un Buco?

Alzo le spalle. - L’unica via che hai per entrare e uscire. Non chiedermi perché.

Riflette. Il suo cervello funziona davvero bene. Con i Vergini, di solito occorre perdere una giornata solo per convincerli che non sono impazziti. - Davvero posso tornare indietro? - Il suo tono si è fatto più fermo.

- Certo. Il tuo Buco è ancora lì che ti aspetta. Prima, però...

Non mi lascia finire e scatta in piedi. Le afferro la caviglia prima che si tuffi nel bordello. - Non è una buona idea. - Dico. - Sento che sta meditando di ficcarmi le unghi negli occhi, e sorrido tranquillizzante senza mollarla. - Non ce la puoi fare da sola la prima volta.

- Perché?

- Perché non conosci la Fossa e non tutti sono simpatici come noi del jukebox . Per esempio, vedi alle mie spalle quelli vestiti di nero, con i capelli a spazzola? - Non ho bisogno di girarmi per sapere che ci sono. Ci sono sempre.

- Sì.

- Si sono intrippati con l’ordine. Se qualcuno finisce nelle zone taboo sono guai. E ci sono altri idioti che difendono il loro territorio.

- Nessuno mi ha toccata quando...

- Hai avuto culo. Ma il culo non dura. - Sono stufo di torcere il collo per guardarla e mi alzo anch’io. - Hai novanta possibilità su cento di finire in uno dei posti sbagliati. E allora ti puoi scordare casetta.

Apre e chiude le mani, nervosa ponzando su quello che ho detto.

- Vuoi aiutarmi tu? - Dice alla fine.

- Ma cerrrto! - Sorrido con tutti i miei denti rifatti. - Quando sarà il momento ti porterò indietro come se niente fosse. Don’t worry.

Intanto sono arrivati il Luccio e il Nano, con un cestone di vimini che scaricano su uno dei tavolini.

- Guardate un po’ qua. - Grida il Luccio. Dal cestino scivolano fuori piccole pistole color oro. - Il meglio del meglio.

- Proiettili? - Chiede Doc, facendone ruotare una sull’indice da bravo cowboy. Di armi se ne intende.

- Zero. - I Luccio svita la canna a una pistola mostrando una ragnatela di fili. - Questi cosi qui congelano l’umidità a meno duecento, poi tirano un ago di ghiaccio alla velocità del suono. Nessuna possibilità di rimanere scarichi. Ogni mille colpi, devi solo cambiare questa batteria qui. - Mostra una pastiglia sotto la guancetta del calcio.

- E il calore residuo? - Doc è ancora perplesso.

Il Luccio indica due piccoli alettoni sulla canna. - Convertito in energia cinetica.

- Allora ne provo una, se non ti dispiace. - Abbiamo un piccolo poligono, in fondo alla nostra zona, tanto per far capire agli altri che non siamo così bonaccioni.

- Fai pure. - Il Luccio si volta a guardarmi. Si è tinto le sopracciglia di un bel rosso fuoco. - E tu Capellone?

Scuoto la testa. - Nada.

- Possiamo scambiarle per i tuoi orologi. Uno a uno. Non dovrei essere così generoso, ma c’è un sacco di gente che me li chiede.

- Non posso proprio. Dalle mie parti non si gira armati. E’ vietato.

- Vietato? - Il Luccio si gratta la testa, confuso. - Certo che ce ne sono di posti strani.

2

Ho portato la Vergine sul Piano Alto. E’ la zona franca per eccellenza e la vista migliore della Fossa. Distesi sulla struttura di tubi vediamo il salone principale da cinquanta metri di altezza, con pochi festaioli intorno. Sotto di noi, lungo la parete, c’è una fila di bancarelle che scambia animali vivi. Lanciano grida da paura.

La Vergine è talmente affascinata che si lascia tenere un braccio attorno alla vita.

- Quanta gente c’è? - Chiede. Ha la voce impastata per l’alcool e le canne. Devo stare attento che non esageri, se non voglio ritrovarmi tra le mani un sacco di patate.

- Che va e che viene?

- Sì.

- Mai contata. In teoria è infinita.

- Infinita...

- Se ti puoi immaginare una variazione del tuo mondo, da qualche parte esiste. E se esiste, prima o poi qualcuno trova un Buco e ci passa. Come è successo a te.

- E cos’è la Fossa?

- Il Buco di tutti i Buchi. Prima era vuoto, poi sono arrivati i festaioli e l’hanno riempito.

Tira ancora un sorso dalla bottiglietta. - Io non ero mai uscita dalla mia città.

- Però scommetto che non eri tanto tranquilla. Un po’ pazza, o roba del genere.

Ride. - Come fai a saperlo?

- Non ci vuole molto. Qui arrivano solo i fuori di testa. E non sto scherzando- Muovo la mano e la faccio scendere sul suo culo. Non reagisce, e io massaggio un po’. - I regolari non vedono più in là del proprio naso, figurati se riescono a vedere i Buchi. La prossima volta che vieni portati qualcosa di tuo. Quello che ti pare. Tanto troverai qualcuno che lo vorrà e ti darà in cambio qualcosa che ti puoi rivendere. - Le infilo una mano sotto i jeans. Sono elastici e scivolo senza problemi. Non porta mutande, il culo è sodo.

Sospira. - Pensi davvero che tornerò?

- Certo. Quando si assaggia la Fossa, non si sopporta più di rimanere sul mondostretto. - Faccio scendere le dita lungo il solco delle natiche. Sospira più forte. Le sue unghie mi affondano nella spalla.

Dietro di noi scoppia il casino. Merda. Ci voltiamo a guardare. Una ventina di neri nudi si sono arrampicati sui tubi. Suonano tamburi di pelle e ballano come tarantolati dipinti di vernici fluorescenti. La Vergine si irrigidisce e si scosta. Fine del magic moment. - Chi sono? - Chiede.

- La Negritudine. Cercano le radici comuni di tutta la Nazione Nera Multiversale.

- E possono? - Sembra turbata.

- Stai scherzando? Qualcuno di loro viene da posti dove sono stati i neri a deportare i bianchi. Che cosa vuoi che abbiano in comune?

Non risponde e prende un’espressione assente.

- Ci sono i neri dalle tue parti, vero? - Chiedo.

- Mmm sì, qualcuno. - Non mi sembra molto convinta.

Il Black People aumenta di numero e noi ci togliamo dai piedi.

Scendiamo lungo la rampa e guadiamo una delle zone meno gettonate. Vegetariani e Terapisti che si scambiano unguenti e insalate. Qualcuno, chissà come, ha portato un cristallo azzurro grande come un elefante, che pulsa delicatamente. Passandogli vicino sento prudere. Qualche cura olistica del cazzo.

Ci sbattiamo su un divano shiatzu rimasto libero. Fumiamo da un narghilé e sento il corpo che vola via. Luci e colori, una buona parte che escono direttamente dalla mia testa. Guardo in alto, e la volta della Fossa mi sembra l’occhio di dio. Misticheggio, intanto che la Vergine si sbottona su che fine hanno fatto i neri dalla sue parti. Una guerra un po’ di secoli fa, piuttosto drastica. I biancuzzi hanno vinto.

- Adesso ci pentiamo di quello che è successo. - Dice, con la lingua molle. - E cerchiamo di farli vivere bene, nelle loro riserve.

- Si capisce. - Accendo il divano, che comincia a massaggiarci con le sue ditina. La Vergine si lascia andare all’indietro, ne approfitto per infilarle la lingua in bocca. Lascia fare, poi risponde e mi afferra l’uccello attraverso la stoffa.

- Si fa così, qui? - Chiede con la voce ancora più roca.

- Ognuno fa quello che gli pare.

Smette di massaggiarmi. - Portami ancora in giro.

Mi alzo a fatica. - Possiamo girare ancora per un mese, e non vedrai tutto. Occorre tempo per conoscere alla Fossa.

- Quanto tempo?

- Tutta la vita. - Sono infoiatissimo. La spingo contro un pilone e mi struscio. Sguscia via.

- Non adesso, Capellone.

Ah, maledetta. - Va bene. Allora ti porto in un posto molto più strano.

- Quale?

- Vedrai. - So che non è una grande idea, ma tra i fumi e gli ormoni ho solo voglia di un posto tranquillo.

La tiro per una mano, e seguo la pista alla rovescia. Arrivo al mio Buco. - E’ lì. - Dico.

- Non vedo niente.

- Ovvio, non puoi. E’ il mio Buco, non il tuo per Arianopoli. Chiudi gli occhi. - Le dico.

Obbedisce e l’abbraccio stretto. Cerco di sentire il suo corpo come fosse il mio. La sollevo e mi tuffo dentro.

Milano, notte fonda. Quando capisce dove è finita quasi sviene.

3

Fuori dalla Fossa non ci capiamo più, ovviamente. Effetto Torre di Babele. La sua lingua, adesso, sembra molto simile al greco, e il greco non lo so. Però la Vergine si adatta anche a questa novità, tanto di cappello un’altra volta. In casa mia ho roba che viene un po’ da tutte le parti. Lei trova qualcosa di familiare, quel tanto che mi basta per farmi un’idea di Grecolandia. Tecnologia di basso livello, stile ottocento occidentale delle mie parti. Con qualche eccezione. La Vergine riconosce l’acqua corrente, il frigorifero e il cesso. Non ha mai visto la tv, la carta igienica, il letto ad acqua, lo stereo. L’affascinano le piante, soprattutto quella semovente mangiainsetti. Affascina anche me, l’ho scambiata con due stecche di Marlboro pensando di rivenderla a qualche fissato, poi me la sono tenuto.

Scopiamo, naturalmente. E lì la Vergine non riserva sorprese. Tutti i buchi al posto giusto, senza robe strane che spuntano da posti strani. Mangiamo, guardiamo la televisione e scopiamo, più o meno per tre giorni. Non ho affari da sbrigare. I miei compratori sono tranquilli, e non ho roba da piazzare. La Vergine impara a dire sì, no e vaffanculo.

La porto un po’ in giro, nei posti che piacciono ai turisti. La metropolitana: nessuna reazione. Deve aver già visto qualcosa del genere. Piazza del Duomo: ha paura dei piccioni. Almeno all’inizio, poi si diverte a dargli da mangiare. Conosce la funzione dei soldi, compra una cinquantina di sacchetti di grano e li sparge in giro. Sembra il film “Gli uccelli”, cerco di non farmi ricoprire di merda.

Feltrinelli: i libri non l’attizzano ma la musica la fa strippare. Ascolta tutto, vuole portarsi a casa un po’ di cd. L’accontento e le compro anche un portatile per suonarseli. La prima a Grecolandia Arianopoli con un ghetto blaster.

Gitarella fuori porta. In automobile. Per farcela salire devo convincerla a gesti e disegni che non è niente di pericoloso. Si gode il viaggio, con la faccia attaccata al finestrino, fumandosi una canna via l’altra. Venezia la lascia a bocca aperta. In gondola sul Canal Grande si eccita talmente che pago il gondoliere perché si infili sotto un ponte e guardi dall’altra parte. Non sembra nemmeno tanto stupito.

In albergo ci portiamo un po’di libri sulla città e passiamo la notte a studiarceli. Poi colazione davanti alla tv, sesso a palla tutto il giorno dopo, sbronza micidiale e l’ultimo residuo di coca nera chez Luccio tirato sul tavolino di marmo.

Sesto giorno, di nuovo a Milano. Un down pazzesco, umore sotto le scarpe, brutte premonizioni. Che si avverano.

Il Buco dovrebbe aprirsi tra poco, ma non sento niente. Mi arrampico sulle pareti, tratto male la Vergine.

- C’è un problemino. - Le dico alla fine. - Tornare alla Fossa sarà un pelino più complicato.

Mi guarda, preoccupata dal mio tono.

Le ripeto a gesti: tu vieni con me e sta tranquilla.

Dice sì, ma so che tira a indovinare.

Disegno un cerchio nell’aria. Fingo di passarci attraverso. Le si illuminano gli occhi. - Sì, sì. Vaffanculo. - Dice felice.

Perfetto.

Ci vestiamo e usciamo di casa. Nella cintura dei pantaloni, infilo un coltello da cucina con la lama in ceramica. Taglia di brutto. Fortuna, fuori è buio. Le due di notte, poca gente in giro. E piove, anche. Arriviamo fino al posto del Buco, che, ovviamente non c’è. Non c’è un cazzo di niente.

La Vergine mi guarda interrogativa, le faccio segno di stare zitta e mi appoggio al muro, lasciando che l’acqua mi scivoli addosso. La Vergine è sempre più confusa, con quell’aria che non aveva più dal primo giorno nella Fossa. Dice qualcosa nella sua lingua. La guardo male. Si azzittisce.

Passa una coppietta sotto l’ombrello. Non va bene. Lascio che si allontani, cercando di non farmi vedere in faccia. Un gruppetto di ragazzi. Non va bene. Guardano la Vergine e le sorridono. Ma non le si avvicinano. Perfetto. Comincia a farsi tardi. Non so cosa possa succedere se passa troppo tempo. Non sono mai andato così in ritardo. Arriva uno da solo, con la testa nel bavero per ripararsi dalla pioggia che si è fatta sottile. Aspetto che mi arrivi a tiro, e mi piazzo davanti a lui, guardando alle sue spalle. Non c’è nessuno in avvicinamento.

- Mi fa accendere, per favore? - Gli chiedo, tanto per dire qualcosa.

Alza la faccia. Avrà sessant’anni e un paio di litri in corpo. Sento l’odore di vino quando mi risponde: - Non fumo, mi...

Non lo lascio finire. Avevo già afferrato il coltello e glielo pianto in gola. Spalanca gli occhi, gorgoglia. Uno schizzo di sangue mi arriva in faccia. Tiro fuori e colpisco nella pancia un paio di volte. Si accascerebbe, ma lo sostengo abbracciandolo. A distanza, possiamo sembrare due ubriachi che scherzano, almeno spero. Ho la nausea da sangue. Lo tiro contro il muro.

Dietro, la Vergine comincia a piangere. E parla, parla con la sua lingua del cazzo. Mi si avventa contro. La spingo a terra e la tengo giù con un piede. Non deve farmi casini, adesso. In lontananza, i fari di una macchina.

Apriti, Buco del cazzo, Apriti, APRITI!

Il vecchio rovescia gli occhi. Se ne va. E subito la luce gialla comincia a risplendere. Benedetta luce. Tengo il vecchio per un braccio, che scivola a terra, e con l’altra mano prendo la Vergine. La faccio alzare. Mi guarda con la faccia piena di lacrime, e la bava alla bocca. - Ssst. - Le dico. - E’ tutto finito.

Salto dentro con loro.

4

- Perché, perché figlio di puttana? - La Vergine mi grida da due metri di distanza. Grazie all’effetto Fossa, adesso la capisco. Io sono seduto contro la parete dell’arrivo, con l’adrenalina che mi cala un po’ alla volta.

Alzo una mano, ma è sporca di sangue e la Vergine si ritrae ancora di più. - Vuoi stare zitta e farmi spiegare, per favore? - Esalo.

- Cosa c’è da spiegare? E’ stato...

- Orribile? Non posso negarlo. Ma non mi sono divertito, non credere. - Due nerovestiti si avvicinano, prudenti. Mostrano le mani vuote. - Aspetta un attimo. - Poi rivolto a loro. - Che volete?

Indicano il cadavere, vincino a me. - Sei stato tu?

- Sì.

- Un mondostretto?

- Ovvio.

- Vuoi tenerlo?

- No, chissenefrega. Forza, fate il vostro lavoro.

Sollevano il corpo e spariscono, lasciando una scia rossa.

Guardo la Vergine. - In qualcosa sono utili, non credi?

- Cosa ne faranno?

- E chi lo sa? - Mi rialzo, sentendo le gambe che tremano per la tensione. - Forse lo mangiano. - Cerco una sigaretta in tasca e l’accendo. Mi sento meglio. - Comunque non c’è molto da dire, ragazza. Io ti ho portato a casa mia, e questo, qualche volta, sconvolge un po’ il meccanismo. Tu non appartieni al mio mondo, capisci? Là eri di troppo. Ammazzando quel povero mondostretto ho rimesso ordine. Almeno, penso che sia per questo, visto che funziona sempre.

- Tu lo sapevi già? - E’ sempre più orripilata. - Mi hai portata dall’altra parte sapendo che... - abbassa la voce - che poteva succedere...

Uff. Quante parole. - Non c’è niente di gratis. E’ il biglietto che si paga, per fare un viaggio con gli amici. - Le sorrido. - E non è stato un brutto viaggio, ti pare?

- Vaffanculo! Vaffanculo! Maniaco, assassino! Vaffaculo! - Corre via, nel casino della Fossa.

- Adesso lo sai, ciccina! - Le grido dietro, ma non so se mi sente.

Prendo la via del jukebox. Ci sono solo Doc e la Rossa, sdraiati sul canapé.

- Come è andata con la Vergine? - Chiede la Rossa.

- Piacevole. - Rispondo, sedendomi vicino a loro. - Ma non è più una Vergine.

- E come l’ha presa?

Scuoto le spalle. - Si abituerà.

- Bisognerà trovarle un nome.

- Più avanti. - Chiudo gli occhi e mi lascio andare contro un cuscino. Il jukebox suona la Quinta di Beethoven. Mi sembra appropriata al momento.

FINE

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