Fuggire dall’incubo della piantagione

Antille, Seicento, Settecento e inizio Ottocento: i nascondigli dei cimarroni, gli schiavi africani nel continente americano fuggiti dalle piantagioni di canna da zucchero.

28 / 10 / 2021

Antille, Seicento, Settecento e inizio Ottocento: i nascondigli dei cimarroni, gli schiavi africani nel continente americano fuggiti dalle piantagioni di canna da zucchero. La ventisettesima puntata della rubrica "Suture”, a cura di Valeria Andreolli.

Devi stare bene attento a dove poggi i piedi. La parete di roccia è quasi verticale e il calcare si sgretola facilmente. Ti basta un passo falso per precipitare di sotto e mettere fine alla tua vita travagliata cominciata in un villaggio dell’Africa occidentale, rapita da bande di tribù nemiche e venduta per polvere da sparo e acquavite a degli uomini bianchi che ti hanno trascinato attraverso mari e monti fino ad un’isola caraibica infestata da piantagioni infinite di canna da zucchero. Un piede poggiato su una roccia poco stabile e rischi di cadere a terra, romperti una gamba e dover aspettare ore, o addirittura giorni, che qualcuno ti trovi. E quel qualcuno potrebbe essere uno dei trenta fuggitivi che vivono con te, ma potrebbe anche essere un rancheador pronto a lanciarti addosso i cani e riportarti alla tenuta in cui vegetavi prima; prima di venire su questa collina dai fianchi ripidi attorniata dalla pianura, nel tentativo di riprenderti la libertà che da anni ti era stata negata. Perché non era stata una scelta tua imbarcarti, senza avere la minima idea di quale fosse la destinazione, nella stiva di una nave puzzolente che galleggiava su una superficie liquida blu che non avevi visto mai; non era stata una scelta tua seguire l’uomo con la barba e un cappello di paglia in testa, che, tra una boccata di pipa e l’altra, ti aveva indicato col dito quando, poco dopo essere sbarcato, eri stato gettato sulla banchina assieme a quelli più in salute tra i tuoi compagni di viaggio. Come non era stata una scelta tua quella di riempire le tue giornate in questa nuova terra afosa ed imprevedibile accudendo dall’alba al tramonto innumerevoli piante di canna da zucchero, senza ricevere nulla in cambio.

Ti muovi con la massima cautela, perché la paura di ricadere preda di qualche padrone bianco è grande. Non provi nessuna nostalgia per tutte le ore spese a bucare la terra con la zappa per deporci delle esili piantine, a vestirle di pesantissimo letame dall’odore nauseabondo, a togliere le erbacce e mettere trappole per i topi, e a guardare le canne crescere fino a diventare più alte di te, a spaccarti la schiena per tagliarle con la roncola e legarle in fasci, a trasportarle al frantoio e darle da mangiare ai rulli che ne succhiavano il nettare e ogni tanto rubavano un arto a qualche malcapitato distratto, che poi, per pagare ulteriormente pegno della sua distrazione veniva picchiato con la frusta dal padrone. Si veniva frustati per le ragioni più varie: per aver bevuto di nascosto del succo di canna da zucchero, per aver pronunciato qualche parola nella propria lingua madre e per aver lavorato a ritmi troppo blandi. A te era successo per esserti addormentato durante l’ora di riposo per il pasto. Il padrone ti aveva legato ad un palo di fronte all’entrata della sua bellissima villa in cui non avevi mai messo piede e ti aveva sferzato un’interminabile quantità di colpi con delle cinghie di cuoio che terminavano con sfere di metallo. La pelle ti si era spaccata in più punti e le ferite ci avevano messo settimane a rimarginarsi. Non erano ancora del tutto guarite quando, una notte, un gruppetto di persone nere come te era entrato furtivo nel capannone in cui tu e i tuoi colleghi riposavate le poche ore necessarie a riprendere le forze per una nuova, estenuante giornata di lavoro.

Ricordi tutto di quella notte, o quasi. Questi uomini erano in qualche modo uguali a te, ma, diversamente da te, non avevano catene legate ai piedi. Avevano delle tenaglie in mano e senza dire niente cominciarono a spezzare i ferri che vi tenevano prigionieri. Alcuni tra quelli che dormivano sulla paglia con te erano molto spaventati e, quando gli uomini misteriosi si avvicinavano, si aggrappavano alle catene e facevano loro segno di allontanarsi. Gli uomini con le tenaglie non insistevano. Quando si avvicinarono a te tu li lasciasti fare perché non potevi immaginare che qualsiasi cosa sarebbe successa dopo quella notte potesse essere peggiore delle interminabili giornate di fatica e violenze nella piantagione. Ricordi che, assieme agli altri che erano stati liberati, seguisti questo gruppetto fuori dal capannone e dentro il pollaio. Ricordi che vi muovevate in assoluto silenzio e in silenzio prelevaste cinque o sei galline. Ricordi che camminaste velocemente verso il fondo della piantagione dove incontraste altri uomini e con loro cominciaste a correre. Ricordi che solo allora ti accorgesti dell’odore di bruciato e voltandoti, mentre le tue gambe continuavano a muoversi come impazzite, vedesti un’alba infuocata sorgere in anticipo sul sole e una nuvola nera che prendeva forma nel cielo. Non ricordi però le tortuose stradine e i sentieri tra gli alberi che ti portarono alla grotta. Ad un certo punto ricordi di esserti improvvisamente trovato di fronte ad una parete di roccia, di esserti bloccato, aver guardato in alto ed esserti chiesto cosa ci potesse essere di tanto prezioso in un posto così difficile da raggiungere. Probabilmente la tua prima salita sulla collina non avvenne nel punto da cui stai discendendo ora con estrema attenzione. Non sei ancora in grado di ricostruire il percorso che facesti quella notte, come è giusto che sia. D’altronde allora eri un novizio: quegli uomini misteriosi che oggi sono i tuoi fratelli dovevano tenerti in prova. Nessuno poteva assicurare loro che tu non fossi un potenziale traditore pronto a rivelare ai bianchi il luogo di quel necessario nascondiglio in cambio di qualche misera somma di denaro.

Sei quasi giunto alla fine della scarpata. Le foglie degli alberi più bassi ed espansivi ti accarezzano il collo. Ti attende ancora un bel tratto di strada all’ombra della selva prima di raggiungere la tribù di uomini e donne seminudi che si dice abitassero queste terre prima dell’arrivo degli europei. Scappati dagli uomini bianchi, dalle loro malattie e dalla loro avidità per rifugiarsi nella foresta, proprio come avete fatto voi, sono dei leali alleati, oltre che dei bravi artigiani nella lavorazione del legno. È per questo che stai andando da loro: per barattare una delle zappe completamente in legno che fabbricano. Perché il vostro gruppo di fuggitivi va sfamato quotidianamente e la raccolta di frutta dagli alberi, la caccia dei roditori che gustano le piantagioni e le sporadiche incursioni nelle proprietà dei coloni non bastano. Avete deciso che bisogna provare ad addomesticare una minuscola frazione della sterile terra che vi ospita per coltivarci patate e manioca. Le decisioni sono sempre una parte cruciale, ma estremamente difficile della vita nella comunità: qui hai trovato gente con la pelle come la tua, che balla al suono dei tamburi come te e usa le stesse erbe che usi tu per curarti le ferite, ma che parla lingue che tu non avevi mai sentito né nel villaggio in cui eri nato, né nella piantagione, e quindi, paradossalmente, l’unico modo per farti capire è usare quello scarso vocabolario carpito dai padroni bianchi e infilarlo in frasi che conservano la struttura dell’unica lingua che sai parlare. È molto impegnativo e il rischio di comprensioni è alto, ma alla fine ci si riesce sempre.

Ed è proprio pensando a come farai a spiegare alla tribù a cui stai andando a far visita quello di cui hai bisogno che fai il salto che rimette i tuoi piedi sulla terra.

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