1918-2018 - Cent'anni di insubordinazione

31 / 10 / 2018

"Al sacrario militare di Redipuglia, una preghiera per i ragazzi che sono caduti durante la Prima guerra mondialeper difendere i confini e il futuro dei loro figli."

Questo breve post di Matteo Salvini (corredato dall'immancabile selfie) del 9 aprile 2018 è un vero e proprio capolavoro propagandistico. In una sola frase riesce a riassumere un'intera ideologia: al centro del discorso il grande classico reazionario: Dio (la preghiera) - Patria (i confini) - Famiglia (i figli). In sottofondo l'eterno vittimismo italiano (“difendere”, come se non fosse stato il Regno d'Italia ad aggredire l'Austria-Ungheria) e il sessismo (“i ragazzi”, come se durante la grande guerra non fossero morti in Italia 600.000 civili ovvero donne, vecchi e bambini). Sullo sfondo un bel sacrario realizzato dal regime fascista (con quel “presente” che si ripete migliaia e migliaia di volte) ma utilizzato anche per le cerimonie dell'Italia repubblicana.

Si noti sopratutto il binomio “confini-futuro dei figli”, quando in realtà la vittoria italiana nella grande guerra aprì la strada al fascismo e ad una nuova guerra mondiale. Si può dire  piuttosto che i soldati della grande guerra “difendendo i confini” compromisero il futuro dei propri figli, meglio avrebbero fatto ribellarsi o disertare in massa.

Ignorando la storiografia e la semplice conoscenza dei fatti il post di Salvini si muove nel campo della pura ideologia. L'ideologia dello stato-nazione, una comunità politica che si pretende basata “per forza di cose” sull'uniformità etnica, religiosa, culturale e linguistica. È questo frame ideologico a costituire il retroterra della vittoria del leader leghista perché lui sa come incarnarlo alla perfezione. La sua egemonia è in questa fase totale e assoluta. A rendercelo palese sono proprio i suoi principali avversari: il Partito Democratico sancisce fin dal suo simbolo tricolore la propria subalternità e la ribadisce prima ancora che i suoi dirigenti aprano bocca facendo risuonare le note dell'Inno nazionale all'apertura di ogni comizio. Per non parlare della “sinistra” rossobruna e “sovranista” che si configura di fatto come corrente “sociale” del fascismo contemporaneo. 

Se a differenza di queste tristi figure vogliamo scuoterci di dosso l'egemonia di Salvini e camerati dobbiamo capire che la battaglia è anche culturale, che alle narrazioni dello stato-nazione dobbiamo rispondere con le nostre narrazioni e che non basta tenerle in vita sotto forma di produzione scientifica o di contestazione. Occorre creare una comunità politica nettamente diversa dallo stato-nazione, basata sulla confederazione delle diversità attorno a valori che favoriscano quella che Gramsci chiamava “l'emancipazione morale dei lavoratori” e quindi radicalmente “altri” rispetto a quelli dello stato-nazione.  

Perché questa comunità possa esistere ha bisogno di una storia, di modelli e di simboli, ha bisogno di essere visibile nell'odonomastica e negli arredi urbani. Questo i rivoluzionari del passato lo sapevano bene e infatti durante il “biennio rosso” cercarono di ricordare le vittime della grande guerra con lapidi che esprimessero il punto di vista proletario su quel conflitto, raccontandone gli orrori e maledicendo chi l'aveva voluto. Queste lapidi vennero proibite dalle autorità “liberali” o distrutte dagli squadristi, tant'è che non ne rimane quasi nessuna traccia fisica. 

È tempo di riprendere quell'esempio, di disseppellire le storie di resistenza e insubordinazione per alimentare le resistenze le insubordinazioni di oggi.

Nella realtà trentina, una terra che venne devastata dai due eserciti che se la contesero cento anni fa, questo significa contrapporre alle narrazioni del nazionalismo italiano e del revanscismo pan-tirolese la memoria di chi, su entrambe i fronti, cercò di opporsi alla follia della grande guerra e dei suoi meccanismi.

Proprio ragionando su tutto questo come Centro Sociale Bruno di Trento abbiamo deciso di essere tra i promotori del comitato “Insubordinate ed insubordinati”. Il comitato è formato da realtà molto diverse tra loro, tant'è che oltre a noi ne fa parte l'associazione Socialcatena, la Casa della Pace di Rovereto, alcuni circoli ARCI e l'ANPI. Abbiamo deciso dar vita insieme a questo percorso perché ci accomuna, in modi e forme anche molto diversi, la volontà di insubordinarci rispetto all'ideologia dello stato nazione in nome di una storia e di valori comuni, in nome dell'appartenenza ad una comunità che non è l'Italia salviniana.

Gli scopi immediati del comitato sono due:

- Cancellare da vie e piazze i nomi dei generali del Regio Esercito Italiano che ordinarono fucilazioni di soldati ribelli, disertori o che semplicemente “non portavano il dovuto rispetto”, come quello che osò tenere in bocca il sigaro al passaggio del generale Andrea Graziani venendo immediatamente messo al muro.

- Ricordare con una targa da apporre sul municipio di Trento le numerose proteste nei confronti delle autorità austroungariche che tra 1915 e 1918 le donne trentine misero in atto in tutta la provincia per chiedere la fine della guerra, degli arruolamenti e della fame.

La targa in questione verrà realizzata a spese del nostro comitato perché pensiamo che la  memoria del protagonismo popolare venga realizzata con un atto di protagonismo dal basso. 

Stiamo riuscendo ad ottenere, con l'appoggio della giunta comunale di Brentonico e grazie al lavoro del locale circolo ARCI, il cambio di nome di via “Andrea Graziani” a Brentonico. Siamo anche stati ricevuti dalla “Commissione cultura, toponomastica, formazione e sport” del Comune di Trento a cui abbiamo esposto il nostro progetto per la targa.

Ciascuna delle organizzazioni che costituiscono il comitato sta organizzando all'interno di una programmazione comune spettacoli teatrali, proiezioni di film e cene sociali utili a finanziare la realizzazione della targa e a dare una narrazione di quanto accadde cento anni fa finalmente liberata dalla retorica nazionalista.

Il pomeriggio del tre novembre, ricorrenza dell'ingresso a Trento delle truppe italiane, saremo in piazza per far risuonare le parole e i canti delle insubordinate e degli insubordinati di cento anni fa nel giorno in cui i nazionalisti celebreranno il “centenario della vittoria” esaltando i massacri ed i confini di ieri e di oggi. Per continuare la lotta  per pane, pace e libertà per tutti e tutte.

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