Perú: la lenta morte della politica

25 / 3 / 2020

Il Perù gioca, ed ha sempre giocato, un ruolo fondamentale nello scacchiere geopolitico ed economico latinoamericano. L'importanza della regione peruviana nel continente si respira dalla grande conquista Inca del quindicesimo secolo, la cui capitale, Cuzco, rappresentava letteralmente "l'ombelico del mondo", mantenendosi inalterata durante la colonizzazione spagnola (Lima era la capitale dell'intero vicereame) e giunta fino ai giorni nostri, attraverso la decolonizzazione e il neoimperialismo occidentale tutt'ora imperante.

Da quando sono entrato in Perù, i primi di febbraio, la domanda che mi sono posto più spesso è senza dubbio "com'è possibile che nel mondo si parli così poco di politica peruviana?". Molti e molte peruviani e peruviane a cui ho fatto questa domanda rispondono allo stesso modo, in maniera semplicistica ma decisa: non si parla di ciò che succede in Perù per non destabilizzare l'economia, e il popolo, stanco e sfiduciato, lascia che ciò succeda, non confidando più nemmeno nell'indignazione internazionale. È ovviamente una semplificazione di ciò che sta succedendo, ma contiene una buona parte di verità. L'economia peruviana è in continua crescita dalla metà degli anni duemila, anche se in leggero rallentamento negli ultimi tempi, e questo ha moltiplicato le occasioni della classe dirigente peruviana, storicamente corrotta, di mostrare il suo lato peggiore.

Analizzando solo gli ultimi quattro anni, questi sono gli avvenimenti politici:

-       2016, Kuczynski vince le elezioni e diventa presidente, battendo Keiko Fujimori, figlia di Alberto Fujimori, candidatura che, nonostante la sconfitta, ci dimostra come il Perù comunque non riesca a voltare pagina dopo l'esperienza fujimorista, di cui mantiene tutt'ora la costituzione;

-       2017, il neopresidente Kuczynski è coinvolto in un grosso scandalo e rischia l'impeachment per corruzione. Si salva per pochi voti al congresso ed evita l'incriminazione;

-       2018, si scopre che i voti con cui Kuczynski ha evitato l'impeachment erano comprati, costringendolo alle dimissioni. Gli succede il vicepresidente Vizcarra (non immune da sospetti di gestione non trasparente del ministero delle infrastrutture);

-       2018, ottobre, arrestata Keiko Fujimori per corruzione, avrebbe favorito l'impresa edile brasiliana Odebrecht;

-       2019, aprile, l'ex presidente Alan Garcìa viene arrestato per corruzione, a seguito dell'inchiesta sulla costruzione della metropolitana di Lima. Garcìa reagisce a tutto ciò togliendosi la vita;

-       2019, esplode lo scandalo corruzione anche nella magistratura (i cui vertici sono nominati direttamente dall'esecutivo). Si dimette il presidente della magistratura e diversi giudici della corte costituzionale;

-       2019, settembre, duro scontro politico fra il presidente Vizcarra e il congresso, che nel mezzo della trattativa per eleggere i nuovi giudici costituzionali non approva la fiducia all'esecutivo. Vizcarra in risposta (costituzionalmente autorizzato) scioglie il congresso e convoca nuove elezioni per l'assemblea legislativa;

-       2020, 26 gennaio, si vota per il nuovo congresso, che solo il 16 marzo presta giuramento ed entra in carica, con lavori comunque sospesi o ridotti per il coronavirus. Questo nuovo congresso lavorerà dunque solo un anno, poiché per la primavera 2021 sono previste le elezioni di fine mandato, presidenziali e legislative.

Nel caos più totale della politica peruviana, non passano però in secondo piano le perplessità per il comportamento di Vizcarra, che anziché dimettersi e convocare elezioni per il successivo mandato, detiene il potere ed impera per diversi mesi senza un congresso che tenti per lo meno di fare da contrappeso.

Come hanno risposto a tutto questo i peruviani nelle ultime votazioni? Più o meno come nelle precedenti. Il voto è atomizzato fra le diverse liste (la lista più votata ha ricevuto il 10%) e molti si recano ai seggi solo per evitare la multa (in Perù il voto è obbligatorio). Il popolo peruviano è ben consapevole che il congresso esercita un potere minimo rispetto all'esecutivo, che detiene un potere quasi assoluto anche in materia legislativa. L'impressione è che i peruviani si portino addosso la stanchezza di questi decenni di malapolitica, dai governi militari alla dittatura di Fujimori, dalla corruzione trasversale alle azioni dei gruppi politici paramilitari, Sendero Luminoso in primis. La disillusione è penetrata così in profondità che i cittadini non solo hanno perso le speranze di vedere una buona gestione politica dello Stato, ma stanno anche perdendo la sana propensione alla politica attiva, dal basso, nei barrios.

Questa tendenza è facilmente osservabile. Analizzando i movimenti politici extraparlamentari peruviani, appare lampante la loro divisione in piccole lotte territoriali e la loro minima influenza. Le due città più attive da questo punto di vista sono Lima e Arequipa, anche qui però non si osserva un movimento trasversale che affronti organicamente le varie battaglie, ma collettivi e comitati con singoli obiettivi, la maggior parte dei quali ecologisti. A questa categoria si possono iscrivere le varie lotte regionali contro la minerìa e gli scavi petroliferi, presenti ad Arequipa (contro il progetto minerario Tia Maria), Cuzco, Puno e vari distretti dell'Amazzonia. In vari casi (recentemente in Amazzonia settentrionale e nel distretto di Arequipa) le proteste assumono dimensioni considerevoli, portando anche a registrare vari morti.

La dimensione ecologista pare dunque al momento l'unico campo in grado di unire parte dei movimenti peruviani, ma difficoltà economiche, geografiche ed organizzative fanno si che la nascita di movimenti unitari nazionali sia solo un lontano miraggio.

Un tentativo di creare un comitato nazionale è stato effettuato dai movimenti Ni una menos e Fridays for Future, forti della risonanza internazionale delle loro lotte. L'incidenza però di queste due organizzazioni è qui più debole rispetto agli altri stati latinoamericani; FFF in particolare, se da un lato ha il merito di aver portato una parte di giovani peruviani e peruviane a interessarsi di temi ambientali, non è riuscito a integrarsi con le altre lotte ambientaliste, e rappresenta dunque solo l'ennesimo collettivo, che scende in piazza quando vengono chiamati gli scioperi globali per il clima il venerdì e nel resto della settimana torna a isolarsi.

Perché, dunque, è impossibile trovare movimenti che affrontino orizzontalmente la lotta anticapitalista? Ho affrontato questo argomento con varie persone, soprattutto a Lima, così grande e così viva culturalmente che pareimpossibile non ci siano giovani attivisti autorganizzati. La risposta è ovviamente tutt'altro che semplice, né univoca. Buona parte di colpa però è probabilmente ascrivibile allo stigma ancora presente delle organizzazioni paramilitari. Nel Paese che ha vissuto recentemente (potremmo dire "in ritardo" rispetto agli altri Stati della regione) i governi militari e la dittatura di Fujimori, soffocato da una spinta iper neoliberista, la lotta anticapitalista ha mostrato il suo lato più arrabbiato e più irrazionale. Nonostante molti, inizialmente, si ritrovassero nelle rivendicazioni di organizzazioni come Sendero Luminoso e MRTA (Movimiento Revolucionario Tupac Amaru), le azioni che hanno perpetrato hanno creato un danno enorme e una ferita incurabile nella memoria peruviana, che rivive nella mente ancora oggi quegli anni di repressione totale. Gli attentati, la paura, la conquista armi alla mano di territori e comunità che si trovarono a decidere se morire sotto i colpi dei paramilitari o sottomettersi e morire per mano dell'esercito, e molte altre atrocità, hanno marchiato la lotta anticapitalista peruviana. I pochi che ancora vogliono percorrere la militanza a sinistra sono costretti a subire continui accostamenti alle pratiche dei senderisti, da cui devono distinguersi pubblicamente a più riprese per provare ad avere un seguito.

In questo panorama desolante, la speranza per un futuro migliore ci viene ancora una volta dalle organizzazioni indigene, le uniche al momento in Perù a ricondurre le lotte ecologiste, di genere e di diritti sotto un'unica lotta anticapitalista, per poter rivendicare la propria e indipendente via di sviluppo. Le situazioni più interessanti e più avanzate le troviamo nell'amazzonia settentrionale, lungo il confine con l'Ecuador, zone abitate da secoli dalle popolazioni Wampis e Awajun. Questa regione ha una tradizione di autonomia molto forte: le popolazioni autoctone respinsero tutte le invasioni a cui furono sottoposte, comprese quella Inca e quella spagnola, e continuano il loro processo emancipatorio con lo Stato peruviano. La nazione Wampis ha dichiarato la nascita del Gobierno Territorial Autonomo de la Nacion Wampis (GTANW) nel 2015 [1] mentre gli Awajun si trovano proprio in questi mesi a implementare lo stesso progetto, con la discussione e approvazione in più di 220 comunità di uno statuto comune che porterà alla formazione del Gobierno Territorial Autonomo Awajun (GTAA). La fusione futura delle due esperienze, auspicata da vari membri di entrambi i popoli originari, potrebbe portare alla formazione di una grande regione autonoma, ad occupare la regione ufficiale di Amazonas, buona parte della regione di Loreto, e parte delle regioni di San Martìn e Cajamarca. La mancanza di una trattativa effettiva con lo Stato potrebbe complicare questo processo ed esporlo a una repressione violenta che però i protagonisti di queste autonomie si dicono pronti ad affrontare.

Il GTAA, come il GTANW, si basa sul presupposto che, attraverso il diritto all' autodeterminazione, vada riconosciuto ai popoli originari la possibilità di gestire socialmente, come da tradizione, ogni aspetto della vita politica, economica e giudiziaria. La formazione di un governo autonomo non ha solo come obiettivo il poter controllare le mire delle multinazionali sopra le risorse di questi territori, tanto fragili quanto importanti per l'ecosistema mondiale, ma anche la formazione di un sistema giudiziario autonomo, e soprattutto un sistema educativo autonomo in lingua Awajun, che permetta la trasmissione dei valori fondanti di queste popolazioni. Ciò poiché è la cultura di un popolo a indirizzarne la via di sviluppo, e non il contrario come vorrebbe farci credere la via neoliberista. Se queste esperienze potranno difendere l'Amazzonia dall'aviditá umana solo il tempo potrà dircelo, ciò che è certo è che queste popolazioni (e la storia lo dimostra) non si sono mai arrese nella difesa e nella preservazione dei propri territori, e possiamo essere certi che mai lo faranno.

[1] http://nacionwampis.com

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