Notizie dal Kurdistan iracheno: invasione turca, complicità europea, rabbia curda e indignazione della Delegazione Internazionale per la pace

27 / 6 / 2021

In questo momento, proprio ora, in Kurdistan iracheno, a Erbil ci dovrebbe essere una delegazione internazionale per la pace, di 150 persone, uomini e donne provenienti da più di 14/15 paesi europei.

L’idea della delegazione era quella di mobilitarsi per portare agli occhi dei nostri governi l’orrore della campagna militare che la Turchia, Erdogan, sta portando avanti nel Kurdistan iracheno. Lo scopo dichiarato di questa guerra è sempre lo stesso: annientare il PKK, il partito dei lavoratori curdo, che nella lista nera del Consiglio Europeo è ritenuto un’«organizzazione a scopo terroristico». Tra bombardamenti e pressioni militari, Erdogan collabora con il partito maggioritario di Mahmoud Barzani, il Kurdistan Democratic Party, nella lotta contro i curdi. Ma questo partito, che governa Erbil, si è unito in una coalizione con il Patriotic Union of Kurdistan, in maggioranza a Suleimani. Insieme ad altri partiti più piccoli collaborano con il governo e formano una forza unita di sostegno all’invasione turca, contro gli stessi curdi.

Lo scopo della delegazione: promuovere la pace e il dialogo.

Dicevo che la delegazione doveva contare 150 persone tra universitari, persone impegnate in politica, attivist* etc. Ma la gran parte dei partecipanti non ha potuto raggiungere il Kurdistan iracheno. Ad almeno 27 persone è stato impedito di partire da Düsseldorf, in Germania. Anche a due catalani è stato impedito il decollo. Cinque italiani sono stati fermati negli aeroporti di Istambul e Doha e rispediti di forza in Italia. Federico Venturini è stato arrestato e rimpatriato da Erbil. Altri sono stati espulsi una volta arrivati in Irak, su ordine del Governo regionale del Kurdistan. Quale sia il fondamento giuridico delle espulsioni non è chiaro. Tra le motivazioni, il fatto che «sembrano essere politicamente orientati», oppure che in passato attivist* che avevano aderito a questo tipo di delegazioni si erano unite alla lotta armata al fianco del popolo curdo.
«Nell’ultimo anno, le autorità della regione del Kurdistan iracheno hanno condotto un’incessante repressione nei confronti di giornalisti, attivisti e manifestanti che esercitano il loro diritto alla libertà di espressione, in particolare tramite arresti arbitrari e sparizioni forzate[1]» scrive Amnesty International. Le repressioni alla libertà d’espressione fanno seguito alle proteste di massa per chiedere migliori servizi pubblici e impegno del governo nella lotta alla corruzione. Un governo che non accetta critiche.

Insomma, ci sono 30 internazionalist* a Erbil. Il 16 giugno il KDP ha impedito lo svolgersi della conferenza di pace, evento principale della delegazione internazionale. Era stata prevista davanti alla sede delle Nazioni Unite di Erbil. È stata tenuta comunque in un hotel circondato da militari, di lì non si poteva uscire. Due tentativi di protesta pacifica sono stati repressi: un sit-in davanti all’hotel con canti e slogan contro l’invasione turca e poi, spinti a rientrare, un momento conviviale di balli nella hall dell’hotel.

Il governo regionale del Kurdistan iracheno si è dichiarato contrario alla presenza della delegazione e non ha tardato a dimostralo. Ha impedito agli internazionalist* di entrare in contatto con molte ONG e altri attori locali, intimidendoli e spingendoli a annullare gli appuntamenti già fissati. L’esercito ha impedito il raggiungimento dei villaggi del nord, evacuati in seguito ai bombardamenti turchi. Le dichiarazioni del governo accusano il PKK di servirsi della presenza degli stranieri europei per destabilizzare la regione. Nessuna solidarietà al popolo curdo è permessa, neanche dai curdi stessi. L’esercito turco interviene nel nord, il PDK di Barzani dal sud. C’è una, piccola, resistenza in atto: 180 peshmerga (combattenti curdo-iracheni) hanno rifiuto di combattere la guerriglia del PKK, deponendo le armi e denunciando la politica del KDP che vuole dividere il popolo curdo. C’è un malcontento crescente tra la popolazione del Basur, sull’incapacità dei partiti curdi di fare fronte comune contro l’invasione turca.

Impedire l’arrivo della delegazione permette di evitare testimonianze "occidentali" dei crimini di guerra turchi: bombardamenti al fosforo bianco, raccolti e foreste distrutti, attivazione di cellule jihadiste sotto il controllo di Erdogan per esercitare una pressione costante sulle popolazioni curde, le forze di autodifesa del PKK, le YPG et le YPJ. Se la narrativa ufficiale classifica queste tre organizzazioni come "terroristiche", mi sembra necessario ricordare che sono le uniche forze che si battono contro il modello imperialista e estremista islamico turco, contro Daesh e il suo possibile ritorno nella regione. La resistenza curda a Kobane, a Raqqa, a Ifran. La vittoria contro Daesh. Ci sembra necessario riconsiderare questa narrativa "ufficiale" e mantenuta al Consiglio Europeo senza dubbio per non infastidire la Turchia.

L’invasione e la violenza dell’esercito turco infrangono le legislazioni internazionali. Le violazioni dei diritti umani sono flagranti. Evidente è la volontà di Erdogan di annientare l’esperienza rivoluzionaria del nord del Kurdistan iracheno tanto quanto quella del Rojava. Senza battere ciglio, Erdogan viene ricevuto al vertice NATO. Come se niente fosse. La posizione conciliante dei governi europei è inaccettabile.

Il 13 giugno la security aeroportuale del Governo Regionale curdo ha arrestato tre rappresentanti dell’amministrazione autonoma del Nord-Est della Siria. Erano venuti all’aeroporto di Erbil per accogliere un gruppo di 12 persone della Delegazione Internazionale. I dodici li hanno deportati direttamente. I tre rappresentanti sono spariti. Da allora non si hanno più notizie.
Il servizio di sicurezza interna e intelligence del KRG, chiamato Asayish, è conosciuto a livello internazionale per le pratiche inumane, le violazioni dei diritti umani, il non rispetto della legge e la pratica della tortura. L’Asaysh, come altre forze di sicurezza e intelligence, è responsabile di arresti per ragioni politiche che possono durare anni. L’arresto e la scomparsa dei tre compagni è estremamente preoccupante.

A Sulemania, le manifestazioni continuano. Il 17 giugno Deniz Poyaraz, membro del partito democratico HDP è stata uccisa per mano della coalizione del governo turco AKP-MHP. Manifestazioni per ricordarla e denunciare la sua morte in tante città curde e europee.

Il 19 giugno un drone turco ha ucciso due persone e ne ha ferita una terza, attaccando il villaggio di Galala, non lontano da Sulemania.

Il 21 giugno le forze di sicurezza del governo hanno impedito alla delegazione, e a decine di altre persone, di raggiungere Qandil, una zona controllata dal PKK. In seguito a una protesta spontanea, pacifica, dei civili presenti, il servizio di sicurezza ha sparato sulla folla. Un manifestante è ferito.

Ieri, 23 giugno 2021, 6 rappresentanti tedeschi della delegazione sono stati arrestati all’aeroporto Düsseldorf, di ritorno da Erbil.
Questo fatto, come altri arresti di membri della delegazione per la pace di ritorno in Europa, non può lasciarci indifferenti. Arrestando i suoi propri cittadini per aver partecipato a una manifestazione di pace, la Germania, i paesi dell’Unione Europea dimostrano di sostenere la Turchia nelle sue ambizioni di guerra al popolo curdo.

Definendoli “terroristi”, pericolosi perché “politicamente orientati”, l’Europa mette in discussione la libertà di espressione e di pensiero che rivendica, al contempo, tra risoluzioni dell’ONU e promozione della democrazia, della good governance in tutti gli altri Stati economicamente meno influenti. La Turchia partecipa al vertice NATO. Costituisce il secondo esercito più numeroso. È un alleato “irrinunciabile”.
Che commetta crimini di guerra contro i curdi, che finanzi cellule di Daesh, che promuova un discorso pregno di fanatismo islamico, che utilizzi armi chimiche, che imprigioni oppositori politici… sembra non interessare un granché. Che impedisca ai curdi di Turchia di parlare la loro lingua, che cerchi di smantellare l’HDP, il partito curdo all’opposizione, che definisca “terrorista” un partito e un popolo che cerca di ottenere un diritto di amministrazione della propria terra, neanche questo sembra abbastanza per mettere in discussione il supporto europeo alla Turchia.


[1] https://www.amnesty.org/fr/latest/news/2021/06/kurdistan-region-of-iraq-arbitrary-arrests-and-enforced-disappearance-of-activists-and-journalists/

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