Nel labirinto della guerra

Nel labirinto della guerra contro Gaza

1 / 8 / 2014

en­tre si aggrava di ora in ora il bilan­cio di morte e distru­zione nella Stri­scia di Gaza, la pos­si­bi­lità che si arrivi al ces­sate il fuoco sem­bra rical­care la radio­gra­fia degli intri­cati pro­blemi poli­tici del Medio Oriente. Tanto il governo israe­liano quanto Hamas pon­gono con­di­zioni che non sono solo pro­ble­ma­ti­che ma rive­lano par­zial­mente le mac­chi­na­zioni in corso die­tro le quinte, e le con­trad­di­zioni che osta­co­lano il cam­mino verso veri nego­ziati di pace.

Se si ana­lizza solo l’orrore della morte e della distru­zione di que­sti giorni, non si pos­sono vedere le que­stioni poli­ti­che che si nascon­dono die­tro la guerra attuale, die­tro ognuna delle due parti. Ogni parte ha le sue contraddizioni.

Il governo israe­liano ha rea­gito in modo iste­rico alla crea­zione di un governo di unità nazio­nale pale­sti­nese fra Olp e Hamas. Men­tre la comu­nità inter­na­zio­nale ini­ziava a vedere in que­sta entità un’occasione di miglio­ra­mento nella situa­zione, il primo mini­stro Neta­nyahu esi­geva «l’allontanamento dei ter­ro­ri­sti di Hamas dal governo» e minac­ciava diversi tipi di san­zione. Il rapi­mento e l’assassinio di tre gio­vani israe­liani – fino a oggi non è chiaro chi l’abbia orga­niz­zato — ha for­nito l’occasione per una grande azione di rap­pre­sa­glia con­tro l’ala poli­tica di Hamas in Cisgiordania.

Hamas cer­cava di limi­tare le azioni mili­tari a Gaza, ma l’intensa repres­sione con­tro i suoi ade­renti in Cisgior­da­nia ha sca­te­nato il lan­cio dei mis­sili, gli attac­chi israe­liani e alla fine l’avvio della guerra in corso. Tel Aviv attac­cava e al con­tempo comin­ciava a capire di aver biso­gno di Hamas, almeno a Gaza, per evi­tare che la Stri­scia diven­tasse un for­tino incon­trol­lato di diverse fazioni isla­mi­ste.
Hamas è arri­vato al governo di coa­li­zione nazio­nale molto inde­bo­lito su tutti i fronti, ma ancora forte sul piano militare.

La sua prima e prin­ci­pale richie­sta è stata la fine dell’accerchiamento della Stri­scia di Gaza e dun­que il ritiro dell’assedio israe­liano, che con­trolla tanta parte della vita nel ter­ri­to­rio, ma anche la ria­per­tura del valico di Rafah verso l’Egitto.

Il passo di Rafah è il punto di uscita più impor­tante. È la porta verso il mondo arabo. Garan­tiva la libera cir­co­la­zione dei lea­der e gra­zie a un gran numero di tun­nel sot­ter­ra­nei per­met­teva intensi traf­fici eco­no­mici, impor­tanti anche per le casse del governo di Hamas a Gaza. Inol­tre, era il col­le­ga­mento sim­bo­lico con un grande alleato, l’Egitto.
Negli anni di Muba­rak fun­zio­nava; nell’anno di Morsi e dei Fra­telli musul­mani, poi, l’alleanza conobbe un grande svi­luppo. La caduta di Morsi e gli attac­chi dei fon­da­men­ta­li­sti isla­mici in Sinai con­tro le forze di sicu­rezza egi­ziane sono la chiave oggi per la — dif­fi­ci­lis­sima — solu­zione: il governo di al Sisi vede in Hamas la pro­pag­gine degli odiati Fra­telli musul­mani. Gli egi­ziani sono la vera chiave del ces­sate il fuoco e sono quelli che pos­sono ria­prire il passo di Rafah.

Il valico ria­perto, e l’allentamento dell’assedio israe­liano – che in que­sti giorni Tel Aviv sem­bre­rebbe dispo­sta a con­ce­dere – per­met­te­reb­bero ad Hamas di pro­cla­mare il trionfo della resi­stenza armata. Que­sto rie­qui­li­bre­rebbe la cri­tica interna. Hamas si raf­forza con il san­gue del pro­prio popolo; dell’immane distru­zione a Gaza oggi è respon­sa­bile l’aggressione israe­liana, ma essa para­dos­sal­mente serve alla linea mili­tante all’interno dei pale­sti­nesi. Di sicuro, su que­sto, si leve­ranno pron­ta­mente voci dissenzienti.

Kha­led Mashal, lea­der poli­tico di Hamas, si è rifu­giato in Qatar, emi­rato che oggi offre il prin­ci­pale appog­gio eco­no­mico all’indebolita Hamas, insieme alla Tur­chia, che ha accen­tuato le cri­ti­che a Israele. Qatar e Tur­chia sono con­si­de­rati grandi nemici dall’Egitto che vede in que­sto una buona ragione per far pres­sione su Hamas al fine di esi­gere una rap­pre­sen­tanza con­giunta con l’Autorità pale­sti­nese. Quando, nelle ultime ore, si par­lava di una dele­ga­zione pale­sti­nese al Cairo, gli egi­ziani hanno chie­sto che prima Hamas osservi una tregua.

La ten­sione fra Israele e Stati uniti è enorme. Gli sta­tu­ni­tensi hanno cer­cato di tro­vare for­mule nego­ziali attra­verso Tur­chia e Qatar – che sono grandi alleati di Washing­ton – senza capire che agli occhi degli egi­ziani quei paesi appro­va­vano il governo di Morsi e non hanno visto certo di buon occhio la rivo­lu­zione che lo ha desti­tuito. Neta­nyahu ha rice­vuto vari segnali della rab­bia sta­tu­ni­tense, e richie­ste urgenti di un ces­sate il fuoco. Ma parte della solu­zione dipende dalla capa­cità degli Stati uniti di con­vin­cere il loro stretto alleato Qatar ad accon­sen­tire a una solu­zione egiziana.

Senza l’Egitto non si può pen­sare a un vero ces­sate il fuoco e alla ria­per­tura di Rafah. L’Egitto signi­fica anche che la for­mula nego­ziale deve com­pren­dere il governo di coa­li­zione dell’Autorità nazio­nale pale­sti­nese. Que­sto signi­fi­che­rebbe un pos­si­bile ritorno della pre­senza dell’Autorità anche a Gaza e al passo di Rafah.

Pare che not­te­tempo una dele­ga­zione israe­liana si sia recata segre­ta­mente in Egitto. Per quel paese, non è in ballo solo Gaza; otte­nere il ces­sate il fuoco sarebbe anche la chiave per il ripri­stino del ruolo cen­trale dell’Egitto sulla scena araba. E anche per dire agli sta­tu­ni­tensi che devono cam­biare atteg­gia­mento di fronte al nuovo regime.

Poi ci sono l’Iran, l’Arabia Sau­dita, i russi, quasi silen­ziosi, insomma i pre­senti e gli assenti, tutti parte di un enorme labi­rinto. All’interno del quale sono in atto diversi gio­chi poli­tici, per il potere, l’influenza, le grandi risorse eco­no­mi­che e umane. E insieme a tutto que­sto, fanno parte della realtà sul campo il san­gue di tanti, e la grande distru­zione.
In Israele il veleno del raz­zi­smo e dell’odio con­ti­nua a cre­scere. Ormai non è più solo la strada, ma anche mini­stri come quello degli esteri Liber­man a chie­dere il boi­cot­tag­gio dei negozi gestiti da arabi; si pensi poi ai ten­ta­tivi di lin­ciag­gio a Geru­la­semme, e alle reti sociali piene di mes­saggi raz­zi­sti, tal­volta di stampo neo­na­zi­sta. Oggi il Primo mini­stro Neta­nyahu è quasi il mode­rato, in una coa­li­zione che riflette il fon­da­men­ta­li­smo reli­gioso e la destra ultranazionalista.

Dopo il ces­sate il fuoco, che acca­drà? Solo un vero cam­bia­mento nei nego­ziati israelo-palestinesi potrebbe por­tare alla pace ed evi­tare un ulte­riore ciclo di violenze.

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