Monsanto in divieto di sosta

19 / 8 / 2018

La giuria della corte suprema di San Francisco (California), a seguito di un processo durato circa 8 mesi, ha condannato la statunitense Monsanto, uno dei colossi tra le lobby del settore agro-chimico, a risarcire con 289 milioni di dollari Dewayne Johnson: contadino ammalatosi di un linfoma non-Hodgkin a causa dell’esposizione al glifosato.
Johnson, ex responsabile del controllo dei parassiti presso un sistema scolastico californiano, per anni ha trattato l’area interessata con circa 30 applicazioni quotidiane di Roundup e dell’erbicida generico Ranger Pro, entrambi prodotti da Monsanto attraverso l’utilizzo del glifosato.

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L’assenza totale di avvertenze da parte dell’azienda sui rischi provocati dall’esposizione al glifosato, tra cui indicazioni precise in merito alle precauzioni da osservare e l’equipaggiamento da utilizzare, non è data dalla carenza di ricerche e informazioni, ma da omissioni intenzionali.
Il processo in questione, uno dei 5.000 attualmente in corso per cause similari alla luce delle circa 4.000 presunte vittime del glifosato nei soli Stati Uniti, si basa sulla desecretazione dei Monsanto Papers.

Si tratta di centinaia di registri contraffatti, scritti da dipendenti Monsanto e firmati da scienziati al soldo della multinazionale che per anni hanno avuto lo scopo di mascherare la reale tossicità del glifosato: principio attivo del Roundup, del Dicamba e di altri 750 prodotti utilizzati in oltre 140 paesi in tutto il mondo.

La sentenza della California crea un precedente storico, un grande risultato e una questione di principio per Johnson (a cui i medici però hanno dato un’aspettativa di vita che non va oltre il 2020), ma di fatto non muta il corso degli eventi e non intacca la stabilità di una multinazionale per la quale questa sanzione rappresenta non più di una multa per divieto di sosta.
L’esito di questo processo in realtà mostra ancora una volta la morbidezza, spesso sostituita da pura complicità, con cui le istituzioni affrontano un problema che ha superato ormai da tempo i livelli di guardia.
Indicato nel 2015 dall’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) come probabile cancerogeno, nulla è stato fatto in seguito per arrestare la diffusione del glifosato, con la complicità delle agenzie europee ECHA (Agenzia europea delle sostanze chimiche) ed EFSA(Autorità europea per la sicurezza alimentare) che, alla pari degli amministratori delegati di Monsanto, negano la pericolosità dell’erbicida decretando delle percentuali massime di assunzione giornaliera.
In questo lasso di tempo, intanto, il glifosato è entrato sempre di più a far parte del quotidiano, non più impiegato solo su monocolture geneticamente modificate come la qualità di soia Roundup Ready (sempre prodotta da Monsanto), ma abitualmente e quotidianamente utilizzato per trattare giardini, campi sportivi e tutte quelle aree urbane dove barlumi di verde resistono ancora al cemento.
Il problema in questo caso non è alla base, ma al vertice, alla dipendenza della società dalle decisioni elargite dall'alto, quando invece basterebbe osservare i fatti ormai noti da diversi anni.
Dalla pubblicazione nel 2015 del report Il Costo Umano dei Pesticidi, dalla testimonianza di Fabián Tomasi a quella di Ludmila Terreno, la bambina col glifosato nel sangue, e di quella rappresentata da un paese intero, l’Argentina, dove già da anni sono ben visibili i danni provocati dall’esposizione al glifosato.

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Esposizione, nel senso che a rischio non sono solo gli addetti all’erogazione dell’erbicida (i così detti fumigadores), ma chiunque entri in contatto con un’area trattata da un prodotto a base di glifosato: un altro aspetto della storia mistificato dagli organi competenti i quali affiggono avvisi, ma senza fornire i dettagli delle sostanze chimiche impiegate.
Nel 2016 la multinazionale petrolifera britannica BP viene condannata a pagare 20 miliardi di dollari per il disastro della piattaforma Deepwater Horizon, la cui esplosione nel 2010 provocò uno sversamento di petrolio nel Golfo del Messico tale da generare una marea nera della durata di 3 mesi, oltre alla morte di 11 operai.
La BP ad oggi continua ad essere uno dei colossi del settore petrolchimico.
Questo per dire che non saranno le sanzioni, zuccherini del sistema che nutrono la fallimentare politica dei “piccoli passi”, ad arrestare l’operato di queste multinazionali, ma una disobbedienza civile frutto della consapevolezza che non esiste vera libertà su una Terra avvelenata: Malvinas insegna!

Fonti: Reuters – OBS

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