“Lo scambio di prigionieri in Yemen? Nessuna conseguenza concreta per il processo di pace”

Intervista a Helen Lackner di Francesco Cargnelutti

10 / 11 / 2020

A tre mesi dall’ultimo approfondimento della rubrica Schegge di Yemen, Helen Lackner fa il punto sul processo di pace e sui due fronti più importanti del conflitto: quello tra Houthi ed il governo internazionalmente riconosciuto del presidente Abed Rabbo Mansur Hadi, e quello tra quest’ultimo e le forze separatiste del Consiglio di Transizione del Sud. L’intervista a Lackner è stata anche un’occasione per parlare delle contraddizioni che attraversano la coalizione internazionale che supporta il governo di Hadi, e per gettare uno sguardo su una “situazione umanitaria disastrosa”, afflitta da Covid, colera e povertà, ed acuita dal taglio dei fondi internazionali destinati quest’anno allo Yemen. Lackner ha alle spalle 15 anni di lavoro e vita vissuta in Yemen e diverse pubblicazioni, tra cui il recente Yemen in Crisis: Autocracy, Neo-Liberalism and the Disintegration of a State.

Partiamo dall’asse principale della guerra, quello che vede contrapposti gli Houthi ed il governo internazionalmente riconosciuto del presidente Hadi. A metà ottobre è stato annunciato uno scambio di oltre mille prigionieri tra i due fronti. Possiamo leggerlo come un segno di distensione ed un passo avanti nel processo di pace portato avanti attraverso il sistema delle Nazioni Unite?

Lo scambio di prigionieri faceva originariamente parte dell’Accordo di Stoccolma del dicembre 2018. Quindi siamo giunti solo ora a un primo risultato dopo due anni dalla firma dell’accordo. Bisogna poi dire che il numero dei prigionieri rilasciati è stato inferiore al 10% di quanto deciso nel 2018, anche se per molti di noi che seguono i negoziati quella cifra sembrava poco realistica. Penso ovviamente che sia davvero un’ottima notizia per le persone rilasciate e per le loro famiglie, ma non credo che lo scambio abbia una qualunque importanza oltre a questo. Negli ultimi giorni, uno dei senior Houthi ha detto che lo scambio non aveva niente a che vedere con i negoziati di pace, non che me ne sia stupita. Ci sono stati parecchi rilasci di persone negli ultimi due anni, molti di questi attraverso accordi bilaterali raggiunti tramite la mediazione di leader locali e di capi tribù, quindi completamente al di fuori del sistema ONU. Il recente scambio di prigionieri è stato l’unico risultato portato a casa attraverso le Nazioni Unite.

Non ci sono altri risultati concreti ottenuti tramite l’ONU?

Da quando il segretario generale dell’organizzazione, António Guterres, ha fatto appello per un cessate il fuoco mondiale per affrontare il Covid-19, l’inviato speciale per lo Yemen, Martin Griffiths, ha provato a trovare un accordo su quella che lui chiama una “dichiarazione congiunta”. In pratica, gli Houthi e il governo di Hadi dovrebbero dichiarare di riprendere i negoziati, di avere una risposta unificata per fronteggiare il Covid e di giungere ad un cessate il fuoco. Da otto mesi Griffiths sta quindi cercando di far firmare alle due parti questa dichiarazione. Ogni tanto si leggono alcune affermazioni magniloquenti nei media secondo cui la bozza finale della dichiarazione congiunta dovrebbe essere accettata dalle due parti di lì a qualche giorno. Niente del genere è successo finora. L’ultima cosa che ho letto, proprio oggi [l’intervista è del 3 novembre, NdT], è che il gruppo di Hadi l’aveva letta e che voleva proporre alcune modifiche, ma che Griffiths si rifiutava di cambiarla. Fondamentalmente, si tratta solo di chiacchiere. Anche se questa dichiarazione venisse firmata, il che è possibile ma secondo me non succederà da un momento all’altro, il contenuto del documento direbbe semplicemente: “Riiniziamo a parlare”. Si potrebbe definire un grande risultato se si pensa che nient’altro è stato raggiunto, ma non è proprio quello che io chiamerei un grande passo avanti. Come ho già detto, siamo ad un mese dal secondo anniversario dell’Accordo di Stoccolma e l’unica cosa che è stata fatta è lo scambio di prigionieri.

Nel frattempo la guerra non si ferma. Gli Houthi hanno guadagnato nuovo terreno negli ultimi mesi?

Gli Houthi hanno fatto progressi davvero considerevoli nella prima metà dell’anno. Hanno occupato diverse posizioni nel Nord-Est, arrivando ad accerchiare la città di Ma’rib e ad occupare una gran parte dell’omonimo governatorato. Questa offensiva è però arrivata ad una specie di stallo qualche tempo fa. Fino a due mesi fa, molti di noi osservatori pensavamo che gli Houthi avrebbero preso la città di Ma’rib nel giro di alcuni giorni, ma l’offensiva è stata bloccata. Le forze del governo di Hadi [che ha il riconoscimento internazionale e che è supportato da una coalizione internazionale guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, NdT] sta rispondendo al fuoco degli Houthi in modo più determinato di quanto facciano di solito. Penso quindi che stiano ricevendo maggiori aiuti del solito dai sauditi. Nelle ultime settimane è cambiato poco. Gli Houthi hanno fatto nuovi accordi con leader tribali locali, soprattutto con quelli che erano noti per essere prima loro tenaci nemici, ma la situazione sul campo non cambia. E questo stallo è molto importante, perché la presa di Ma’rib da parte degli Houthi avrebbe un grande impatto sulla situazione politica generale, quindi il fatto che non l’abbiano ancora presa è uno dei motivi per cui, tra le due parti, non è successo niente a livello politico [qui Lackner divide il livello politico da quello militare, NdT].

Perché Ma’rib è così importante?

È molto importante perché ha un peso demografico non indifferente: nel 2004 il governatorato contava 250.000 abitanti, mentre oggi superano il milione. Inoltre, Ma’rib è l’unica grande città o area ad essere attualmente in mano al governo di Hadi. Se infatti si guarda oltre, a Sud, si trova il conflitto tra il governo di Hadi e le forze del Consiglio di Transizione del Sud (CTS), dove il governo internazionalmente riconosciuto non ha quel tipo di controllo. Si potrebbe quasi dire che, in tutto lo Yemen, Ma’rib è l’unico posto ad essere sotto il controllo del governo di Hadi. Se lo perdono, non hanno nient’altro o quasi.

Passiamo ora a questo secondo asse della guerra (che alcuni hanno definito guerra civile dentro la guerra civile), che vede contrapposti il governo di Hadi e il Consiglio di Transizione del Sud. I sauditi promuovono un accordo tra le due parti, col fine di rafforzare il governo di Hadi in chiave anti-Houthi. Ci sono passi avanti nel tentativo di pacificare il CTS e Hadi?

Giovedì [5 novembre, NdT] correrà il primo anniversario dell’Accordo di Ryadh [che prevede una condivisione di poteri tra i lealisti ed i separatisti del Sud, NdT] e nessuno dei suoi punti è stato finora implementato. O meglio, l’unica cosa che era stata decisa e che è stata realizzata è l’arrivo ad Aden di un nuovo governatore ad agosto. Sono state rilasciate alcune dichiarazioni secondo cui un nuovo governo verrà annunciato nei prossimi giorni, ma ho la sensazione che anche se questo venisse annunciato, sarebbe una mossa sulla carta per presentarsi bene, ma non avrà alcun impatto reale sulla situazione. La battaglia tra CTS ed il governo di Hadi è stata molto caotica negli ultimi dodici mesi, con una crescita dei conflitti militari. Ci sono stati parecchi scontri nel governatorato di Abyan, il che è importante perché hanno avuto luogo nel tratto di costa a sessanta-ottanta kilometri a nord-est di Aden. Ci sono stati annunci di cessate il fuoco, l’ultimo la scorsa settimana, secondo cui la questione tra CTS e governo di Hadi sarebbe stata risolta ed un nuovo governo sarebbe stato annunciato. Poi però, ieri e l’altro ieri, ci sono stati nuovi scontri. Il motivo è che il CTS vuole evitare che le forze di Hadi si avvicinino troppo ad Aden. E quel pezzo di costa su cui si combatte nel governatorato di Abyan è la parte più a est controllata dal CTS. Se quindi perde quella zona, attorno alla città di Zinjibar, non ci sarebbe più niente a separare Aden dalle forze di Hadi.

Come pensi si sbloccherà la situazione?

La probabilità che il CTS e il governo di Hadi raggiungano un accordo dipende dal fatto gli Emirati smettano di sostenere il CTS. È per questo che c’è tensione tra gli Emirati e i sauditi [che sulla carta fanno parte della stessa coalizione, che sostiene il governo di Hadi, NdT]. Di solito non mi piace parlare di guerra per procura, ma in questo caso particolare il CTS dipende dal supporto degli Emirati, il che pone questi ultimi in diretto contrasto con la posizione dell’Arabia Saudita.

L’ultima volta che abbiamo parlato, a giugno, ci hai detto che la relazioni tra i due paesi del Golfo erano molto confuse e tese. Non è cambiato molto negli ultimi mesi quindi.

La situazione è peggiorata, anche se continuano ad avere interessi comuni e una relazione forte. Il fatto è che i sauditi pensano di essere i migliori e che tutti dovrebbero stargli dietro, ma credo che gli Emirati non ci stiano più. Pensano di essere allo stesso livello e sono diventati molto più ambiziosi sulla loro posizione nel mondo. Si sta creando una crescente rivalità tra i due paesi, il che è evidente in modo particolare in Yemen.

Detto questo, i sauditi vogliono veramente uscire dalla guerra. Già un anno fa lo volevano e pensavano che avrebbero potuto farlo. Uscire dallo Yemen avrebbe volute dire, tra le altre cose, fare una bella figura al G20. Questo si terrà tra poche settimane ma non ci saranno grandi sviluppi che i sauditi possono attribuirsi. Penso comunque che i sauditi faranno il possibile per arrivare all’annuncio di un nuovo governo nei prossimi giorni, in parte perché è l’anniversario dell’Accordo di Ryadh e in parte per il G20, ma come ho già detto, anche se succedesse si tratterebbe di un’operazione sulla carta, che non risolverebbe le cose. Spero di sbagliarmi, ovviamente.

Ci puoi dire qualcosa sull’epidemia di Covid-19 nel paese?

Non si sa molto sul Covid. La London School of Hygiene ha pubblicato la scorsa settimana una grande analisi tesa a calcolare il tasso di mortalità di Covid ad Aden, sulla base di fotografie aeree delle nuove tombe scavate. La squadra di ricerca ha calcolato un “eccesso di morti” [rispetto a quello in periodi precedenti alla pandemia, NdT] stimato a 2.100 tra aprile e settembre. Secondo questo studio, quindi, il numero di morti legati al Covid sarebbe alto nel paese. È vero che secondo alcuni Aden è un caso limite, ma per me Aden non è altro che lo specchio di quanto succede nel resto dello Yemen. Molte persone che conosco e con cui ho avuto contatti, diretti o indiretti, pensano di contratto il Covid. Bisogna poi dire che ci sono parecchi test che vengono fatti, ma mi è stato riferito, e ci credo, che un numero elevato di questi siano falsi, come falsi sono alcuni dei medicinali che circolano nel paese. In generale sul Covid non ci sono molti dati, sicuramente non sulle aree rurali. Quanto alla città di Sana’a, gli Houthi fanno sparire qualsiasi informazione utile: se si viene a sapere che sei affetto da una malattia anche lontanamente simile al Covid è probabile che tu finisca arrestato da un gruppo di soldati che non si fa problemi a portarti via davanti a testimoni per strada.

E per il colera e le altre malattie che stanno falcidiando la popolazione?

Tra gennaio e settembre di quest’anno ci sono stati 197.377 nuovi casi di colera.  Ma la vera questione è che sempre più persone stanno morendo indirettamente di inedia. Come altrove, ci sono poche persone che in Yemen muoiono di fame. Quello che succede è che si viene colpiti da una malattia dalla quale, in normali condizioni, ci si riprenderebbe facilmente, ma che invece in Yemen oggi uccide visto che le persone sono così deboli e malnutrite. Non ci sono dati su questo, ma in generale la situazione umanitaria ed alimentare sta peggiorando. Non mi interessa quello che dice l’ONU, lo Yemen è colpito oggi da una carestia. Non ci saranno mai informazioni statistiche che dimostrino che c’è una carestia nel senso tecnico del termine definito dalle Nazioni Unite. Sono però sicura che molte persone, soprattutto nelle aree remote, stanno morendo direttamente o indirettamente di povertà.

Prima hai parlato del fatto che il sistema delle Nazioni Unite ha avuto un impatto quasi nullo sul processo di pace. Ci puoi dire qualcosa sull’intervento umanitario?

Quest’anno ha subito una diminuzione significativa nell’ammontare dei fondi. Lo scorso anno erano stati chiesti [alla comunità internazionale, NdT] 4.2 miliardi di dollari e si era ottenuto l’86% di questa somma, che è molto alta per gli standard di questo tipo di operazione. Quest’anno sono stati chiesti 3.2 miliardi ma, l’ultima volta che ho controllato qualche giorno fa, si era arrivati ad ottenere il 42%. Questa diminuzione è dipesa dal fatto che quest’anno alcuni stati non hanno messo niente, mentre altri si sono impegnati con molto meno di quanto avevano fatto l’anno scorso. l’Arabia Saudita ha dato un terzo, gli Emirati niente, proprio zero. Anche gli Stati Uniti hanno tagliato molto: da circa un miliardo a meno di 300.000 dollari.

Questo calo ha avuto un impatto enorme sull’intervento umanitario. Una percentuale molto alta di attività umanitarie, tra cui quelle mediche, sono state chiuse. Si è assistito allo stop dei pagamenti del personale medico, alla chiusura di strutture per madri e figli e quelle legate alla malnutrizione. In termini di distribuzione alimentare, il Programma Alimentare Mondiale (World Food Programme) ha tagliato il numero di persone che sta assistendo. Tutti questi tagli sono stati particolarmente evidenti nei territori controllati dagli Houthi. In sintesi, la situazione umanitaria è davvero disastrosa.

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