La situazione dei prigionieri palestinesi

Giornate di mobilitazione a Roma

16 / 4 / 2013

«Non sono un terrorista, ma non sono neppure un pacifista. Sono semplicemente un normale uomo della strada palestinese, che difende la causa che ogni oppresso difende: il diritto di difendermi in assenza di ogni altro aiuto che possa venirmi da altre parti».

(Marwan Barghouti)

 Far conoscere cosa avviene nelle carceri israeliane e lanciare un appello per la liberazione di Marwan Barghoutie di migliaia di palestinesi, incarcerati per motivi politici. Questo l'obiettivo delle tre giornate che si terranno a Roma, dal 15 al 17 aprile, promosse da AssopacePalestina, Amici della Mezzaluna Rossa palestinese e dalla Rete romana di solidarietà con il popolo palestinese. L'iniziativa è stata organizzata in occasione della giornata internazionale di solidarietà con i detenuti politici palestinesi che si tiene, ogni anno, il 17 aprile, per non dimenticare chi paga con il carcere la scelta di battersi per l’indipendenza e la giustizia. Parlamentare e leader di Al Fatah, Marwan è stato sequestrato il 15 aprile del 2002 e condannato a 5 ergastoli nel 2004 per coinvolgimento nella resistenza armata, ma nella sua vita ha sempre sostenuto e continua, dal carcere, a sostenere la necessità di pace attraverso la giustizia.

Lui è solo uno degli oltre 800.000 palestinesi che sono stati detenuti da Israele dall’inizio dell’occupazione, nel 1967: praticamente il 20% dell’intera popolazione palestinese. Le detenzioni, in barba alle convenzioni internazionali, non risparmiano i bambini: oltre 8000 ne sono stati arrestati dal 2000 ad oggi. I procedimenti di arresto e di successiva detenzione, cui i palestinesi residenti nei territori occupati sono regolarmente sottoposti, si basano su di una vasta gamma di "regolamenti militari", la gran parte dei quali illegali secondo il diritto internazionale: tortura, isolamento, divieto delle visite, mancanza di cure mediche, continui trasferimenti da un carcere all’altro, in alcuni casi la morte sotto tortura.

Le tre giornate, saranno occasione, inoltre, per ricordare l’assassinio di Vittorio Arrigoni, il cui anniversario cade in questi giorni, e per conoscere meglio la cultura palestinese, con letture di poesie, teatro e prodotti della terra.

Contatti: Luisa Morgantini 3483921465 e Livia Parisi 348 5443954

Lunedì 15 aprile ore 15-18

Parlamento Europeo, Sala delle Bandiere, via IV Novembre 149, Roma

LIBERTA' PER MARWAN BARGHOUTI E I PRIGIONIERI PALESTINESI

“Libertà per Marwan Barghouti e i prigionieri palestinesi”, questo il titolo di una giornata che servirà a far conoscere la situazione dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane. L'incontro, coordinato da Luisa Morgantini e Gianni Tognoni, si terrà lunedì 15 aprile ore 15-18, presso la Sala delle Bandiere del Parlamento Europeo, in via IV Novembre n. 149, Roma.

Interverranno Qassam Al Barghouti, figlio di Marwan, Abdallah Atallah del villaggio di NabiSaleh, e Sabri Atieh, Ambasciatore dello Stato di Palestina. Inoltre porteranno il loro contributo Moni Ovadia, Ugo Tramballi, Niccolò Rinaldi, Lapo Pistelli, Gennaro Migliore, Vincenzo Vita, e Salameh Ashour.

Durante la giornata verrà presentato il “Dossier sulle condizioni di detenzione nelle carceri israeliane”, un approfondito studio che riunisce tutti i dati più attuali sul tema, e il video “Lettere dal carcere: testimonianze di detenuti palestinesi”, entrambi a cura della Rete Romana di solidarietà con la Palestina.

A seguire, letture di poesie palestinesi e la proiezione dell'estratto di uno spettacolo del Freedom Theatre di Jenin “L'isola".

L'appuntamento è promosso da AssoPace Palestina, Fondazione Internazionale Lelio Basso, ReteRomana Solidarietà con il Popolo Palestinese, Comunità Palestinese Roma Lazio.

Martedì 16 aprile alle ore 17.30

Ateneo Valdese, via Pietro Cossa 42, Roma

CONCERTO PER VIOLINO E PIANOFORTE

Per ricordareVittorio Arrigoni a due anni dal suo assassinio, presso l'Ateneo Valdese si terrà un Concerto per violino e pianoforte, promosso dall'Associazione Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese.

Durante le pause verranno letti brani scelti di “Restiamo umani”e delle lettere dei prigionieri politici detenuti nelle carceri israeliane. Alle 19,30, per la campagna per la valorizzazione delle eccellenze palestinesi, verrà offerto un rinfresco a base di vini di Betlemme e dicibi di Gaza che hanno sfidato e vinto l’illegale assedio israeliano.

Il contributo di 10 euro a persona verrà utilizzato per finanziare l’adozione a distanza di un bambino reso orfano dall’esercito israeliano.

A seguire, dopo le 20, ci si sposterà al centro sociale Acrobax, in via della Vasca navale, per la serata conclusiva del Convoglio da Gaza, con performance artistiche e musicali dei giovani gazawi, in ricordo di Vik.

Mercoledì 17 aprile, ore 19.30

The Hub, via dello Scalo San Lorenzo 67, Roma

LABORATORIO DI NARRAZIONE, ARTE E CULTURA

Presso il locale The Hub, via dello Scalo San Lorenzo, 67 Roma, nella giornata internazionale di solidarietà con i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, si terrà il Laboratorio di Narrazione, Arte e Cultura, un evento di solidarietà promosso da AssoPace Palestina e coordinato da Marcello Musio.

Durante la serata verrà presentata la mostra fotografica di Hadeel Ramly "Il popolo diGaza, la più grande prigione del mondo”, inoltre diverse istallazioni a tema, letture di testi e poesie di prigionieri palestinesi, “Story telling”immagini e racconti a cura di Raffaele Boiano e la proiezione integrale del video “Lettere dal carcere: testimonianze di detenuti palestinesi”, a cura della Rete Romana di solidarietà con la Palestina.

DOSSIER Vite di palestinesi nelle carceri di Israele

Al primo febbraio 2013, nelle 17 prigioni, nei 4 centri per gli interrogatori e nei 4 centri di detenzione israeliani, erano rinchiusi 4.812 palestinesi. Di questi, 219 tra minori e bambini, ben 31 sotto i sedici anni. Tutte le strutture di reclusione, ad eccezione del carcere di Ofer, si trovano all'interno di Israele,in palese violazione dell'Art. 76 della IV Convenzione di Ginevra,che stabilisce che una potenza occupante deve detenere i residenti del territorio occupato nelle carceri all'interno delterritorio stesso.

Sono alcuni delle informazioni contenute in Vite di palestinesi nelle carceri di Israele, un dossier a cura della Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese sulle condizioni dei prigionieri palestinesi – uomini, donne e bambini – nelle carceri di quella che ama definirsi come “unica democrazia del Medio Oriente”. In circa novanta pagine vengono svelate le sofferenze che Israele deliberatamente infligge nelle proprie carceri ai prigionieri politici palestinesi. Una prassi consolidata che viola apertamente le norme che il diritto internazionale prevede a tutela dei prigionieri politici e della popolazione civile in caso di conflitti e di occupazione.

Il dossier si apre con una prefazione che riporta il “discorso agli israeliani” di Samer Issawi, il prigioniero palestinese che prosegue senza interruzione da oltre otto mesi lo sciopero della fame, per protestare contro l’arrestato subìto il 7 luglio del 2012 con la pretestuosa accusa di essersi spostato dal centro di Gerusalemme verso la periferia della città. L'illegittima detenzione si protrae, da allora, senza che nemmeno gli siano stati notificati i capi di imputazione. Caso non unico di “detenzione amministrativa”, una procedura assolutamente illegittima cui le forze di occupazione israeliane fanno ampio ricorso: a febbraio 2013, 178 palestinesi risultavano imprigionati a tale titolo.

Ormai in fin di vita, Samer, divenuto il simbolo della lotta dei prigionieri palestinesi contro le violazioni dei loro diritti, si rivolge agli israeliani così:

Non accetto i vostri tribunali e le vostre leggi arbitrarie. Dite di aver calpestato e distrutto la mia Terra in nome di una libertà che vi è stata promessa dal vostro Dio, ma non riuscirete a calpestare la mia nobile anima disobbediente. Forse capite che la consapevolezza della libertà è più forte di quella della morte”.

Quella di Samer è una delle nove testimonianze di uomini e donne detenuti nelle prigioni israeliane, riportate nel dossier ed elaborate a partire dalle testimonianze provenienti dagli archivi di Addameer, organizzazione non governativa per la difesa dei diritti umani.

Nella parte dedicata alla presentazione degli aspetti umani e politici di una tragedia ancora ampiamente ignorata, sono riportate anche le valutazioni di sette osservatori di Addameer sulle modalità processuali dei tribunali militari, che spesso non prevedono un'accusa vera e propria, né tantomeno delle prove.

Il soldato israeliano interrogato come testimone – riferisce ad esempio Rachel Davidson, ebreacon una nonna deportata ad Aushchwitz -non sapeva dir altro che: non ricordo. Di fatto, nessuno ricordava perché questi ragazzi fossero stati portati di fronte al tribunale”.

Conferma Peter Hamm, altro osservatore: “Ho capito subito che non c’erano prove o testimonianze da sottoporre ai giudici; né c’era una qualsivoglia parvenza di procedura che ricordasse un procedimento giudiziario. Il tutto era squisitamente politico”.

Sotto questo tipo di processi sono passati e sono stati condannati gran parte degli 800.000 palestinesi arrestati dai militari israeliani a partire dal 1967, data d'inizio dell’occupazione, nei Territori Palestinesi occupati, cioè ben il 20% della popolazione residente. Moltissimi di loro inoltre, vengono ripetutamente arrestati, anche senza motivo se non vaghe “ragioni di sicurezza”, e i fermi amministrativi vengono rinnovati per mesi, a volte per anni, primi del processo o della scarcerazione.

L’intera filiera del sistema repressivo, dall’arresto al processo – quando avviene – alla detenzione e all'eventuale rilascio, è gestita in costante violazione delle norme che regolano i procedimenti giudiziari, la tutela della salute, la dignità della persona e la integrità fisica e psichica dei prigionieri. Spesso arrivano a configurarsi veri e propri casi di tortura - vietata dalla Convenzione approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU il 10 dicembre 1948. Una Convenzione ratificata solo nel 1991 da Israele, che però non la rispetta, torturando, di fatto, i palestinesi, non solo durante gli interrogatori ma anche durante la detenzione. Non scampano ad essa neppure le donne e i bambini, secondo quanto riferiscono prestigiose riviste mediche internazionali, come il British Medical Journal e Lancet e importanti quotidiani come il Guardian.

In questa orrenda pratica è coinvolto anche personale sanitario, al punto che Amnesty International ha affermato nel 1996che medici israeliani “fanno parte di un sistema nel quale i detenuti sono torturati, maltrattati e umiliati tanto che la pratica medica all’interno delle carceri entra in conflitto con l'etica medica”.

L’assoluta impunità è peraltro assicurata per chi esercita maltrattamenti e tortura.

Quanto ai processi, avvengono presso tribunali militari che applicano le circa 1700 “ordinanze” emanate da autorità militari dal 1967, in violazione dell’Art. 66 della Quarta Convenzione di Ginevra. In base a a tale articolo, i Tribunali Militari dovrebbero occuparsi solo di casi che riguardano la violazione della legislazione in materia di sicurezza, ma la giurisdizione dei Tribunali Militari israeliani va ben oltre, perché le ordinanze militari criminalizzano molti aspetti della vita civile palestinese.

Manca, inoltre, qualsiasi garanzia di un giusto processo, a partire dall’assenza di avvocati negli interrogatori, alle difficoltà ad organizzare una difesa efficace, anche per l’uso di imputazioni basate su “informazioni segrete”, dunque spesso non rivelate all'imputato e all'avvocato. Oltre, ovviamente, alla pratica consolidata di estorcere confessioni con la forza e le minacce.

Le condizioni della detenzione, sia sotto il profilo ambientale, che quello sanitario, dell’alimentazione, della possibilità di accesso all’istruzione e dei contatti con gli avvocati e con i familiari sono al di sotto degli standard stabiliti delle norme internazionali, con documentate conseguenze rilevanti sulla salute fisica e psichica delle persone detenute. Conseguenze ancora più gravi nel caso dei minori e di donne, molte delle quali in stato interessante e, nonostante questo, spesso costrette a subire maltrattamenti anche in stato di gravidanza avanzato.

Contro i soprusi e le condizioni degradanti cui sono vittime, i prigionieri e le prigioniere palestinesi ricorrono sempre più frequentemente allo sciopero della fame, individuale e di massa, in alcuni casi protratto ad oltranza, come forma di lotta per rivendicare il rispetto delle norme del diritto internazionale e dei propri diritti.

La loro resistenza vuole affermare, davanti al mondo, la volontà del popolo palestinese a vivere in libertà e con dignità sulla propria terra.

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Lettere palestinesi dal carcere