Campi profughi, inferni alle porte d’Europa?

L’opera deresponsabilizzante delle parole

27 / 2 / 2021

Lipa è un pezzo di terra bosniaco agganciato alla Croazia da una silenziosa boscaglia.

In quella fitta successione di alberi, i significati delle parole diventano tenui e sbiaditi fino a trasformarsi. Tramite i significati, il linguaggio forma la realtà. Quando diamo i nomi alle cose, queste vengono al mondo, diventano quello che sono. La realtà non è prima delle sue definizioni: sgorga dal gesto di questo battesimo.

Melting Pot

Photo credit: Baobab Experience

Scegliere le parole è scegliere cosa vedere della realtà. Cosa sono, per noi uomini dell’Occidente, i fatti di Lipa. Per capirlo, è importante considerare due cose. La prima è che in questi fatti noi siamo i vincitori e quindi scriviamo la Storia; questo ci autorizza a battezzare Lipa. La sua nascita, il suo doloroso evolvere, la sua decadenza: come la vita di un impero minore, Lipa verrà raccontata attraverso il paradigma vincente. La seconda è che le parole, se scelte col giusto cinismo, possono soffocare la realtà e cambiare i ruoli dei teatranti in un attimo.

Di tutte le parole, la parola scelta è stata inferno.

Ai telegiornali nazionali, sulle pellicole dei fotocronisti, nel cordoglio dei titoli in prima pagina. La maggior parte della cronaca intorno a questi fatti si è appropriata di questa parola.

Come ha avuto inizio il rumore mediatico attorno a Lipa?

Come ogni inferno, il punto di rottura è un episodio contingente: Bosnia, cantone di Una-Sana, dicembre 2020. Nei pressi di Bihac, un campo profughi chiamato Lipa viene chiuso. Fino all’ultimo l’OIM - Organizzazione Internazionale per le Migrazioni - aveva intimato le autorità locali di adeguare il campo alle esigenze dell’inverno: no elettricità, no acqua corrente, no riscaldamento. Appello inascoltato. Il 23 dicembre, mentre l’OIM iniziava il ritiro del personale, un incendio riduceva in nulla quei grandi tendoni.

La chiusura del campo, la fiamma che divampa, i rivoli di fumo nero contro il coperchio del cielo: questo è l’inferno di Lipa.

Ma c’è dell’altro: quello che è venuto dopo. Circa 1.200 migranti da trasferire in un campo adeguato, Bira. Stavolta la popolazione locale si è rifiutata di averli come vicini di casa. Si sollevano proteste, si fa confusione, si ostruisce il passaggio alle camionette militari stracolme di profughi. Risultato: migliaia di persone all’addiaccio.

Inverno rigidissimo, migranti nascosti nei boschi, negli anfratti, dove meglio possono.

Temperature sotto zero. Dalle nostre case nel cuore dell’Europa fatichiamo a immaginare come dormano, come il corpo possa adagiarsi sulla neve senza congelare. Vengono accesi fuochi. Qualcuno muore di freddo.

Ma Lipa è soltanto l’ultimo di una lunga serie di inferni che, dopo essere stati a lungo ignorati, si sono alternati all’attenzione dei media: l’inferno di Moria, l’inferno dei campi profughi di Lesbo. L’inferno libico. Abbiamo sentito parlare di viaggi e traversate infernali. Sono tutte espressioni ricorrenti nelle narrazioni mediatiche per racchiudere il degrado, le privazioni, i conflitti, le violazioni dei diritti con cui milioni di persone sono costrette a convivere. Pur nella differenza di storie, circostanze, paesaggi, queste situazioni sembrano ricadere tutte entro i confini della parola inferno.

Le immagini suscitate dall’inferno sono così attraenti che cediamo alla loro potenza.

Cosa ci seduce?

Le fiamme dell’inferno esplodono in un lampo, come la miccia che ha dato fuoco ai tendoni di Lipa. Il fuoco è un’entità imprevedibile; quando un incendio divampa, non è il suo artefice, non sono i suoi precedenti a interessarci. La forza delle fiamme, la confusione in cui esse ci gettano, imbrigliano il nostro sguardo in quell’invadente presente. Tutti gli incendi hanno per un istante la potenza bruciante dell’estemporaneità. L’inferno si colloca nello stesso ventre di significati: c’è una gratuità connaturata in ogni vero inferno. Il prima non lo conosciamo. O meglio: non appartiene al dominio umano. L’inferno è una sciagura voluta da Dio per punire gli uomini.

Melting Pot

Photo credit: Francesco Cibati, Linea D’Ombra ODV (Bosnia, febbraio 2021)

Le immagini delle fiamme, così drammaticamente calzanti a descrivere i fatti di Lipa, rimarcano almeno due prospettive dominanti in questa parte dell’Europa, oltre i confini di morte della Croazia. Intanto ci illuminano un preciso universo di significati: punizione, necessità divina, fatalità. Le realtà rappresentate dall’inferno disconoscono una responsabilità umana negli accaduti: negano la natura umana delle cause. Non solo: sono condannate nella cerchia dell’irrimediabile. I migranti di Lipa sono i dannati di questo inferno e nessuna mano umana - neanche qualora giungesse dal corpo delle istituzioni - avrebbe possibilità di intervento su questo gelido fato.

Ecco quindi il primo modo in cui il linguaggio dell’inferno e della fatalità forza la realtà entro i suoi voleri: ci solleva dalle responsabilità. La storia di Lipa è più accettabile se ci viene raccontata come un enigma tragico e senza soluzione. Non siamo tenuti allo sforzo di indagarne le ragioni politiche, le logiche sottese, i motivi concreti. Non siamo tenuti a giudicare il ruolo dell’Unione Europea, e quindi il nostro.

Inferno sì, dunque, ma era necessario che lo diventasse? Enfatizzare la dimensione causale e temporale dei vari “inferni” vuol dire contestare l’immutabilità dei sistemi di potere che li alimentano. In questi sistemi, un ruolo fondamentale è ricoperto dalla distribuzione diseguale della libertà di movimento: attraversare in sicurezza i confini, anch’essi dati per necessari e immutabili, è un privilegio di pochi.

Per il resto dell’umanità, oltrepassarli significa assumere agli occhi del mondo una posizione di illegalità, quella su cui si basano respingimenti, violenze, detenzioni e soluzioni di sopravvivenza precarie. La criminalizzazione delle migrazioni è premessa alla nascita di ogni simile inferno.

Ed ecco che torna lo spettro della colpa. Se i confini sono noti, prestabiliti, chi li sfida sa di essere in errore. Chi si inoltra nel deserto, nei boschi e sulla neve, chi mette sé e i propri figli su un’imbarcazione di fortuna, conosce già i rischi cui va incontro. Cosa si aspettava di trovare, se non l’inferno? Un po’ come il peccatore, nella tradizione cristiana, è consapevole di commettere un’azione per cui rischia di essere condannato da un’autorità superiore. La differenza è che, in questo caso, sono altri esseri umani a ergersi ad autorità, a decidere cosa è lecito e cosa è proibito, istituendo inferni con cui espiare il "peccato” derivato dalla messa in discussione dei confini stabiliti, che siano questi spaziali o socio-economici.

Melting Pot

Photo credit: Francesco Cibati, Linea D’Ombra ODV (Bosnia, febbraio 2021)

Ma c’è anche un secondo spunto. Le categorie dell’inferno sono attinte dalle culture precristiane e cristiane. Gli universi generati da queste culture sono universi granitici. La loro architettura riflette la centralità di Dio: l’esperienza storica e umana va oltre il dato contingente e diventa parte di un disegno ulteriore. I condannati da Dio cadono nei vicoli sotterranei dell’inferno.

Il male rappresentato dall’inferno è dunque un male assoluto, totale. Appropriandoci di questa prospettiva e interpretando con essa la realtà presente, commettiamo il grave errore di costringere in un orizzonte moralistico delle mancanze che appartengono all’ambito puramente giuridico. Prendiamo il caso da cui siamo partiti: da molti anni Lipa è uno dei tanti colli di bottiglia degli immani flussi migratori diretti in Europa; l’Unione Europea ha gradualmente militarizzato le frontiere esterne, rendendo quel confine una discarica umana.

Discarica: i migranti che provano a passare in Croazia, che tentano il game, vengono respinti in Bosnia a forza di torture; privati di documenti, sono costretti a subire senza poter denunciare, e queste pratiche incostituzionali diventano sistematiche; vengono così violati in un solo colpo l’articolo 3 e l’articolo 13 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo. Dall’altra parte del confine, nonostante i numerosi finanziamenti dell’Unione Europea, le autorità bosniache non hanno voluto implementare strategie di lungo termine per la gestione del problema migratorio; anzi, hanno chiuso altri campi adeguabili per l’inverno. Allora si potrebbe interpretare la questione in termini di: inazione politica, negazione di diritti umani, violazione di obblighi costituzionali. E basterebbe questo a smascherare la violenza e le storture di Lipa; la punizione divina, l’inferno, l’irrimediabile male, sono elementi superflui.

Dunque stiamo scomodando categorie onerose, come quelle religiose e morali, quando la realtà che ci sta di fronte potrebbe essere osservata con filtri più appropriati e concreti. Qual è il motivo di questa traslazione? Un Male che è assolutamente tale ha un sapore gloriosamente definitivo; un male umano invece è scomponibile in tanti banalissimi mali: errori gestionali, illeciti giuridici, inerzia politica. Per quanto distante dalle nostre vite e dal nostro arbitrio individuale, ciascuno di questi mali ricade nel dominio delle responsabilità umane.

Melting Pot

Photo credit: Francesco Cibati, Linea D’Ombra ODV (Bosnia, febbraio 2021)

È qui che la realtà cambia di colpo: nell’istante in cui il male diventa dominabile, esso inizia a mostrarci la possibilità che l’inferno fosse evitabile; e questo è difficile da sopportare. Se ci addentriamo in questa prospettiva, se realizziamo davvero l’umana accidentalità di questi fatti, il disastro umanitario sui confini europei si fa reale, e non distogliere lo sguardo diventa impossibile. Per questo scegliamo l’inferno. Perché è una metafora gonfia del giusto romanticismo, ci descrive la realtà come una cosa ferocemente lontana, e ci permette di distogliere lo sguardo quel tanto che basta per essere consapevoli di essa senza restarne coinvolti.

Abbiamo invece bisogno di una narrazione consapevolmente antirazzista, capace di superare il fatalismo implicito nell’immagine infernale e di dimostrare che nessun inferno è inevitabile. Decidere di oltrepassare i confini senza documenti identificativi sfida il sistema che ha concesso la libertà di movimento soltanto ai propri cittadini, escludendo tutti gli altri da tale diritto. Per la loro stessa natura di esseri in transito, i migranti incarnano la condizione eversiva di chi infrange, di chi si oppone, di chi si rivolta contro un sistema prestabilito; un sistema che ha il suo cuore nell’idea di Stato-nazione e nella demarcazione di confini spaziali, legali, giuridici. E solo mettendo a nudo questa arbitrarietà potremo cominciare a costruire un orizzonte di pensiero e una pratica politica in cui nessun inferno è più possibile.

Infine, è evidente che le immagini e i racconti dei “dannati” che popolano i nostri inferni contemporanei suscitano compassione, pietà, tristezza. Ma non possono limitarsi a questo: deve esserci spazio per una rappresentazione che non veda queste persone come oggetto della nostra compassione. Le narrazioni basate su sentimenti pietistici perpetuano quella relazione diseguale tra soggetti e oggetti, in cui ai primi è conferito il potere di salvare.

La dimensione salvifica, implicita nella parola inferno, non è la chiave di lettura giusta per proporre un discorso antirazzista nuovo, libero dalle trappole di pensiero coloniali che abbiamo ereditato nella relazione con l’Altro. Non è certo la nostra pietà che queste persone chiedono quando bussano alle porte dell’Europa: vogliono diritti, dignità, riconoscimento della loro esistenza.

Per questo non dobbiamo aspirare al ruolo di benevoli salvatori, ma di alleati, in una lotta per l’uguaglianza, di chi le disuguaglianze le subisce in modo più evidente.

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