Reggio Emilia - La Città che vogliamo: Beni comuni

Approfondimenti e contributi prodotti nell'ambito dei tre giorni di occupazione "l'Altra Fotografia"

4 / 5 / 2014

Il testo che segue è tratto dal programma scritto dal centro sociale Aq16, lo spazio autogestito Casa Bettola e l'associazione Città Migrante, presentato durante l'occupazione temporanea delle ex Poste Centrali. Il contributo video è stato prodotto nell'ambito del dibattito su ambiente e beni comuniche ha avuto luogo durante la terza giornata di iniziativa

Terra e Territori

Negli ultimi decenni il territorio reggiano ha vissuto trasformazioni che hanno profondamente ridisegnato il paesaggio urbano e rurale, modificando la relazione tra città e campagna.
In poco tempo il territorio ha perso tanto suolo agricolo. In parte per abbandono, dopo che molte piccole e medie aziende hanno chiuso, messe fuori gioco dall’agricoltura industriale e la grande distribuzione. In parte per consumo, attraverso uno sviluppo urbano sproporzionato e la conseguente cementificazione. Inoltre, sempre più terreni agricoli sono stati destinati alla coltivazione di monocolture, finalizzate alla produzione di energia elettrica nelle centrali biogas, di fatto convertendo il suolo a uso industriale.

In queste trasformazioni, da quelle più lampanti a quelle poco visibili, possiamo intravedere il modello di sviluppo che ha caratterizzato il territorio negli ultimi anni. Uno sviluppo che ha favorito la produzione in grande scala, penalizzando l’agricoltura contadina, con una ridistribuzione del suolo che segue la tendenza nazionale: sempre più terreni concentrati in sempre meno mani. Ugualmente, dall’altra parte della filiera, anche la distribuzione si concentra in sempre meno mani, attraverso la costruzione di nuovi centri commerciali e la chiusura dei piccoli negozi.

Tutto ciò ha avuto diverse conseguenze:

-ha consegnato un numero crescente di persone alla disoccupazione e alla precarietà; basta pensare che in Emilia Romagna tra il 2000 e il 2011 gli occupati in agricoltura sono diminuiti del 30% (fonte INEA).

-ha cambiato profondamente la relazione con la terra: da mezzo di sostentamento fondamentale per la collettività a bene di scambio, definito innanzitutto secondo criteri economici e finanziari.

-ha compromesso fortemente la sovranità alimentare; diminuendo la possibilità di gestire le risorse fondamentali per il nostro benessere, aumentando il saccheggio di territori altrui, allargando la distanza tra produzione e consumo, restringendo la possibilità di controllare la filiera e quindi di tutelare la salute collettiva.
All’interno di questo quadro tanti fenomeni considerati “fatalità” in realtà sono il risultato di una gestione del territorio che favorisce gli interessi privati, scaricando i costi sociali e ambientali. Pensiamo per esempio al dissesto idrogeologico e al rischio di frane determinato proprio dal consumo di suolo e dell’agricoltura intensiva.
Inoltre, questa gestione del territorio mette a rischio la biodiversità, impoverendo la vita vegetale e animale degli ecosistemi e riducendo le varietà ortofrutticole nelle aree coltivate. Un vero furto della ricchezza naturale e culturale del territorio; un’appropriazione del lavoro contadino svolto da secoli, che trasforma in proprietà privata l’immenso patrimonio di conoscenze e saperi coltivati nelle campagne, sottraendo autonomia per creare una dipendenza di sementi, concimi e pesticidi.
Se questa è la fotografia dell’esistente, noi la vorremmo capovolgere.
Vogliamo recuperare la possibilità d’immaginare e costruire alternative al modello di produzione e consumo, chiedendoci cosa, come e dove produrre, oltre che, facendo un passo indietro, per quale motivo produrre. Per assicurare il profitto privato o per garantire il benessere collettivo, rispettando i limiti della natura?
Vogliamo riappropriarci del diritto collettivo di determinare lo sviluppo e la gestione del territorio, costruendo una relazione solidale tra città e campagna.
Vogliamo rendere il suolo accessibile a tanti, recuperando terreni incolti, riconvertendoli all’agricoltura biologica e biodinamica.
Vogliamo mettere i terreni pubblici a disposizione per nuovi insediamenti contadini creando ambiti di lavoro dignitosi per uscire dalla disoccupazione e dalla precarietà, rigenerando il territorio dal punto di vista economico, sociale e ambientale. Vogliamo sostenere un economia delle relazioni, riattivando luoghi urbani e rurali dismessi, riconvertendoli alla trasformazione e alla distribuzione alimentare dei prodotti locali.
Vogliamo dare spazio a una nuova cooperazione sociale attraverso mercati autogestiti, forni comunitari e laboratori di trasformazione, accorciando la distanza tra produzione e consumo, costruendo legami solidali tra cittadini e contadini. Come il seme nascosto nel guscio, già oggi intravediamo una tendenza alternativa a quella dominante. Vediamo che un numero sempre crescente di persone cerca la possibilità di coltivare la terra, immaginando una vita e un lavoro in campagna, e contemporaneamente sempre più persone si organizzano in gruppi di acquisto solidale, cercando la possibilità di un consumo critico e consapevole.
In questa tendenza, ancora poco visibile, vediamo una grande opportunità per trasformare nuovamente il modello di sviluppo del territorio. Un’opportunità che vogliamo cogliere oggi, praticando già il territorio che desideriamo domani.

L’acqua

Il referendum popolare sull’acqua del 12 e 13 giugno 2011 ha rappresentato una piccola rivoluzione copernicana. Dopo decenni di privatizzazione della ricchezza e delle risorse, segnati dalla perdita di democrazia e di partecipazione, si è intravista una possibile inversione di rotta. Migliaia e migliaia di persone hanno affermato che l’acqua è un bene di tutte e tutti e deve rimanere fuori dal mercato. Tre anni sono passati e tre governi sono cambiati, ma il percorso verso la ripubblicizzazione non è ancora finito. Questi tre anni confermano che la gestione dei beni comuni non è una mera questione tecnica, bensì una questione fortemente politica; una tensione tra processi di recinzione e liberazione, tra interessi speculativi e interessi collettivi.
Un tiro alla fune dove spesso il privato e il pubblico tirano dalla stessa parte, definendo l’acqua per il suo valore di scambio invece che per il suo valore d’uso, con una prospettiva a breve termine invece che uno sguardo sul futuro.
Oggi Reggio Emilia si trova di fronte a un bivio: scegliere una gestione dell’acqua che continua a dipendere dalle logiche del mercato, attraverso la costituzione di una società per azioni, o sperimentare nuove forme gestionali, costituendo un’azienda speciale.Pensiamo che questo momento di scelta sia una grande occasione, un’opportunità prima di tutto di rispettare l’esito del referendum e quindi la volontà dei cittadini, facendo della gestione del servizio idrico integrato un laboratorio di democrazia, restituendo a questa parola il suo vero significato. Vogliamo un’azienda speciale! La vogliamo interamente pubblica, per sottrarre l’acqua alla finanza, e la vogliamo partecipata, per avere la possibilità di determinare territorialmente la sua gestione.

I rifiuti

Spesso la gestione dei rifiuti è considerata un tema ai margini del dibattito politico, uno scarto, appunto, qualcosa di cui ci possiamo occupare dopo. Viceversa, vogliamo riconoscerla come un argomento centrale, una questione fondamentale per capire e trasformare l’esistente.
Per leggere il modello di gestione dei rifiuti sul territorio reggiano si può guardare l’esempio emblematico della discarica di Poiatica. Dopo quasi 20 anni di attività l’impianto ha raggiunto un accumulo di circa 2 milioni metri cubi di rifiuti e secondo il recente Piano Regionale per la Gestione dei Rifiuti rimarrà attiva almeno fino al 2020. Con gli anni la discarica è cresciuta in modo sproporzionato e la sua gestione si è sempre di più allontanata da una dimensione territoriale, arrivando fino alla gestione attuale di IREN, multiutility quotata in borsa con attività in diverse regioni. Crescendo la discarica sono cresciuti anche i rischi per la salute e per l’ambiente. Le sostanze geno-tossiche e cancerogene emesse dall’impianto rappresentano un grande rischio sanitario, e non solo per il contesto locale, considerando che la discarica è collocata vicino al fiume Secchia. Nella storia dell’impianto ci sono stati casi di appalti affidati ad aziende coinvolte nel traffico dei rifiuti e recentemente sono emersi dati allarmanti sulla presenza di radioattività nel sito.
Nonostante questo quadro preoccupante è previsto un sesto lotto di ampliamento: dal 2014 al 2020 a Poiatica verranno conferite almeno 120.000 tonnellate di rifiuti ogni anno, incluso lo smaltimento di ceneri e scorie degli inceneritori di Parma e Piacenza. Di fronte a questo scenario, critico per gli ecosistemi locali e la salute degli abitanti del territorio, pensiamo sia necessario mobilitarsi affinché la discarica chiude.

Nella provincia di Reggio Emilia c’è anche la discarica di Novellara, che sarà piena tra poco e altre discariche già riempite. Complessivamente sul territorio c’è un accumulo di 10 milioni metri cubi di rifiuti. Diventa evidente che la battaglia per chiudere le discariche e spegnere gli inceneritori deve avanzare di pari passi con una profonda riconversione ecologica, un cambiamento radicale del modello di sviluppo, affinché si producano meno rifiuti.
Insieme ai comitati per la tutela della salute e l’ambiente, portatori di una straordinaria ricchezza di teoria e pratica sul ciclo dei rifiuti, vogliamo promuovere la strategia Rifiuti Zero su tutto il territorio, attivando una raccolta “porta a porta” con la tariffa puntuale, che fa pagare le utenze sulla base della produzione effettiva di rifiuti non riciclabili da raccogliere. Oltre a creare vantaggi per l’ambiente e per la salute, questo cambiamento sarebbe anche un opportunità per creare nuovi posti di lavoro. Per cambiare radicalmente la gestione dei rifiuti diventa necessario sottrarla dagli interessi speculativi, e pensiamo che questo sia il momento: la concessione di affidamento per i rifiuti a IREN è scaduta più di due anni fa e continua in proroga fino a che non si va a gara europea. Prima di affidare la gestione ad un azienda privata vogliamo provare a costruire un’alternativa possibile, avviando un percorso di ripubblicizzazione dei rifiuti. Proviamoci insieme!

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L'Altra fotografia - Contributo di Gianni Tamino