Questura, magistratura e media contro le lotte sociali ed ambientali

Legalità e giustizia : Il caso Napoli

di Antonio Musella

4 / 3 / 2011

Quello che sta avvenendo a Napoli da circa due anni a questa parte in materia di repressione delle lotte sociale, rappresenta senza dubbio un laboratorio di sperimentazione di contrasto del conflitto sociale per gli apparati polizieschi e giudiziari.
La storia di questa spirale non ha una genesi definita ma diversi fattori hanno contribuito ad una stretta repressiva progressiva rispetto alle lotte sociali che è coincisa con l’acuirsi delle politiche di austerità, dei tagli e di aggressione al territorio.
Le vicende legate alle lotte ambientali, da Chiaiano in poi, hanno senza dubbio segnato una strategia diversa delle forze dell’ordine che non si sono più solo limitate alla repressione nelle piazze ma a diverse operazioni di polizia giudiziaria. Contando sull’appoggio di un pool di magistrati tutti vicini a magistratura democratica, si è esercitato il tentativo di detronizzare l’attivismo sociale che aveva gia’ travalicato i confini delle realtà di movimento organizzate per invadere le comunità territoriali, aggiungendo agli arresti, le denunce, gli obblighi di firma, anche un’opera di diffamazione delle lotte sociali stesse. Si è sostenuta l’idea che le lotte ambientali in Campania fossero mosse ad arte dalla camorra. In questo modo non si è provato solo a bloccare la riproducibilità di azioni di disobbedienza sociale diffusa, ma al tempo stesso si è provato ad infamarle per rompere il consenso ed il radicamento che le lotte ambientali si erano costruite sui territori.
Nessuna delle innumerevoli inchieste giudiziarie da Chiaiano a Terzigno ha portato alla dimostrazione di un ruolo attivo della criminalità nelle lotte. Eppure la funzione dei media di amplificarne la diffamazione in alcuni territori ha pesato molto. In ogni caso l’esempio dell’inchiesta condotta dal Pm Narducci in merito a diversi episodi riguardanti le lotte di Chiaiano, che condusse nel marzo scorso all’arresto di un attivista ed all’obbligo di firma per altri 4, è esemplare per raccontarci come ha funzionato l’opera di diffamazione. Narducci ripercorre diversi mesi di lotta in un carteggio che raggiunge addirittura le 400 pagine. Un vero e proprio libro. Dopo aver costruito ipotesi di organigrammi che legherebbero i centri sociali alle lotte di Chiaiano, ci si sofferma sull’individuazione di alcune targhe di motoveicoli i cui proprietari risulterebbero legati a famiglie camorristiche. Dopo queste lunghe pagine di curriculum criminali viene scritto a chiare lettere che nessuno degli individui identificati ha partecipato mai a nessun tipo di azione di lotta né tantomeno si può sostenere l’esistenza di un legame tra la criminalità organizzata e l’area dell’antagonismo sociale. La domanda nasce spontanea. Che hai scritto a fare decine di pagine ? Semplice, per mandarle in pasto ai giornalisti e alimentare l’opera delatoria e diffamatrice.
Ad un anno di distanza, dopo che molti capi di accusa di quell’inchiesta del pm Narducci – lo stesso di Calciopoli – sono cadute nei confronti degli attivisti, gli stessi sono ancora sottoposti all’obbligo di firma.
Ma se la diffamazione delle lotte sociali è stata un’operazione fallita rispetto alle lotte ambientali, questo non si può dire per le lotte del mondo del non lavoro.
Il processo di inasprimento della repressione giudiziaria e dell’opera diffamatoria delle lotte sociali si è innescato sulle lotte ambientali quando l’azione governativa è divenuta sempre più di hard governance distruggendo ogni spazio di dialettica politica. Il cambio di gestione della Regione Campania, i tagli a tutte le misure di welfare esistenti, dal reddito di cittadinanza fino al progetto di inserimento socio lavorativo Bros per i disoccupati di lunga durata, ha fatto scattare nei confronti dei disoccupati organizzati la stessa procedura.
L’intensificarsi delle pratiche radicali di lotta dei disoccupati organizzati ha portato all’avvio di una spirale repressiva senza precedenti che ha unito violenza di piazza della polizia, operazioni giudiziarie, con la costituzione di un vero e proprio pool di magistrati che indaga sui movimenti dei disoccupati organizzati, e un meccanismo di intimidazione e controllo degli apparati polizieschi che pensavamo da armamentario degli anni settanta. Perquisizioni notturne, fermi, pestaggi sono divenuti il pane quotidiano insieme ad una funzione svolta dalla nuova amministrazione regionale a guida Pdl che ha costruito una vulgata che vede i disoccupati come l’incarnazione degli sprechi della precedente amministrazione, il male assoluto della città di Napoli.
In questo contesto, e sfruttando dei limiti oggettivi degli strumenti di comunicazione di quel tipo di movimenti, si è costruito un clima medioevale intorno ai movimenti dei disoccupati organizzati.

A questo si aggiunge anche un ruolo tutto nuovo giocato direttamente dalla Questura. La gestione dell’ex questore di Napoli Santi Giuffrè, ora promosso al Viminale dal 1° marzo, è stata lo specchio di un’operazione complessiva di attacco alla lotte sociali ed ambientali.
Dal 2009 fino al 2011 con questo tipo di operazione repressiva che come abbiamo visto trova nella politica regionale, nella magistratura e negli apparati di polizia i registi principali, si è provato a distruggere le lotte sociali a Napoli.
Santi Giuffrè nei primi mesi del 2011 è praticamente sceso direttamente in politica rilasciando interviste al Corriere ed a La Repubblica dove elogiava in maniera diretta i tagli alle politiche per il welfare della Regione Campania e le politiche di austerità varate da Tremonti. Dichiarazioni assolutamente fuori luogo per un questore di una città dove le lotte sociali non sono certo il primo problema criminale.
All’interno stesso della Questura di Napoli e dell’ufficio Digos si è verificata una situazione di anomalia con la presenza di personale che dai commissariati territoriali è stato trasferito all’ufficio politico con ruolo di “consulente speciale”, per così dire. Insomma anche gli stessi apparati repressivi si sono dovuti adeguare ad una stagione da santa inquisizione.
Le vicende legate alla repressione contro i disoccupati si evidenziano bene, oltre che nel quadro complessivo dell’azione repressiva, da due operazioni.
La prima riguarda l’arresto di alcuni disoccupati che nel mese di ottobre del 2010 avevano occupato gli uffici della commissione affari sociali della Regione Campania. Per sgomberare i locali, la polizia chiede prima il supporto dei vigili del fuoco, poi, come denunciano attraverso i loro comunicati i movimenti dei disoccupati, bastonano violentemente e senza alcun motivo valido tutti gli occupanti. Finiranno tutti in galera. Dopo alcune settimane una parte di loro sarà trasferita ai domiciliari, mentre altri, dall’ottobre del 2010 sono ancora oggi "ospiti dello Stato" presso il carcere di Poggioreale.
Ad alcuni di loro addirittura sono state notificate in carcere anche l’attuazione di pene sospese precedenti.
Vittima di quella mattanza ad esempio è stato Gennaro Iovine, uno dei delegati dei movimenti dei disoccupati, che ha riportato seri danni alla spina dorsale ed oggi è sottoposto a delicate quanto costosissime terapie, rischiando di perdere la capacità di deambulazione.
A tutti, un bacino di 4.000 disoccupati, è stato sospeso da mesi quel sussidio di 500 euro mensili dalla Regione Campania.

L’ultima vicenda, ma solo in ordine cronologico, riguarda Gino Monteleone, uno dei principali portavoce dei movimenti dei disoccupati napoletani. L’ormai ex questore Santi Giuffrè, attraverso una dettagliatissima relazione in merito ad azioni di lotta dal 2000 ad 2010, ha chiesto alla Sezione per le Misure Speciali del Tribunale di Napoli la sorveglianza speciale per tre anni.
La sorveglianza speciale è stata utilizzata in passato per gli antifascisti durante il ventennio, per i grandissimi boss italo americani degli anni ’50 come Lucky Luciano ad esempio, e per diversi compagni vittime delle misure repressive degli anni settanta. Il “sorvegliato speciale” non può partecipare a riunioni pubbliche, manifestazioni, non può frequentare altri pregiudicati o persone con carichi pendenti, deve comunicare tutti i suoi spostamenti e può andare fuori comune solo comunicando alla questura di destinazione la sua permanenza, può essere sottoposto all’obbligo di firma anche più volte al giorno, non può avere apparecchi di comunicazione come internet ed il telefono cellulare. E tante altre misure ancora.
L’udienza programmata a febbraio è stata rinviata al 22 marzo. Gino Monteleone rischia seriamente la sorveglianza speciale, uno scenario che aprirebbe le porte per un'ulteriore diffusione di misure di restrizione delle libertà per gli attivisti sociali. Tra lo sconcerto della maggior parte dei legali vicini al movimento napoletano, dagli studi Senese e Ciruzzi, agli avvocati D’Alessandro e Fusco, sembra che nella città di Napoli non si ricordi da tempo una misura di questo tipo.

Intanto, mentre Gino Monteleone rischia la sorveglianza speciale, Gennaro Iovine rischia di non camminare più, Egidio Giordano firma da 2009 fino ad oggi senza discontinuità, vengono dispensate nuove denunce, distribuiti avvisi orali ed articolo 1, ovvero l'avviso di pericolosità sociale, nei processi in corso addirittura si cambiano i capi d’imputazione. E’ il caso di un processo a 5 attivisti per un tentativo di occupazione della Centrale a Turbogas della Tirreno Power nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, avvenuto nel 2007. Dopo circa due anni e mezzo di udienze il giudice rimanda al pm il carteggio chiedendo la riformulazione del reato, da resistenza a pubblico ufficiale a resistenza aggravata e continuata. In pratica, improvvisamente, è come se il giudice abbia gia’ scritto il verdetto e soprattutto ritenga troppo poco il massimo della pena, tanto da dover chiedere di adattare il reato.
Cosa significa parlare di legalità a Napoli e nel paese oggi? Luigi De Magistris qualche giorno fa sul Corriere della Sera invitava a parlare di diritti piuttosto che di legalità e ad aprire una stagione di disobbedienza.
Mi pare un invito opportuno davanti ad una idea della legalità che vede personaggi come il prefetto Catenacci e l’ex vice di Bertolaso, Marta De Gennaro, sversare in mare percolato ed essere liberi dopo due giorni di fermo. Una legalità che permette a Dario Cigliano, sotto inchiesta per gli affari sui rifiuti di Enerambiente, di essere conigliere provinciale e comunale, una legalità che vede Luigi Cesaro, su cui pende un mandato di arresto, fare il Presidente della Provincia oppure l’amico dei camorristi Nicola Cosentino essere il deus ex machina della politica regionale.
Cos’e’ legalità? E cos’e’ giustizia sociale? E’ giustizia sociale quella che vede il taglio del 80% della spesa per l’assistenza sociale in Campania? Quella che vede la costruzione di nuove discariche ed inceneritori nonostante le lotte di questi anni abbiano dimostrato i danni irreparabili a cui conducono? E’ giustizia quella che abbandona 4.000 disoccupati di lunga durata a se stessi dopo anni di percorsi di sostegno al reddito? E’ giustizia quella che taglia il reddito di cittadinanza in una regione con 140 mila famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà?
Piuttosto che parlare solo di lotta alla repressione, oggi dovremmo essere in grado di articolare questo tipo di ragionamento, comprendendo che la vecchia idea legalitaria tanto cara ai Luciano Violante di turno è ormai stata demolita dalla società del presente e che solo una nuova idea di giustizia sociale può rendere l’idea di una costruzione di alternativa vera.

Dal 1° marzo a Napoli c’e’ un nuovo questore, è Luigi Merolla, ex capo della Digos di Napoli negli anni novanta, ex questore di Bologna. Dipenderà sicuramente anche da lui se questa incredibile spirale repressiva continui a seguire il suo corso oppure possa stopparsi in tempo.
Intanto il 22 marzo ci sara’ l’udienza per la sorveglianza speciale a Gino Monteleone. Per fermare questa assurda spirale repressiva dobbiamo cominciare a fermare questo assurdo provvedimento. Il prossimo 11 aprile invece ci sarà l’udienza del riesame per valutare la posizione dei disoccupati ancora in carcere da ottobre.

E’ giunto finalmente il momento di far conoscere fuori da Napoli ciò che avviene in questi mesi, per mettere in moto una campagna di solidarietà per la giustizia sociale ed ambientale e contro le misure restrittive ai movimenti dei disoccupati e dei comitati ambientali, a cominciare da una campagna contro la sorveglianza speciale a Gino Monteleone.

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