L'alternativa in movimento

1 / 11 / 2011

Sono passate ormai più di due settimane dalla manifestazione del 15 ottobre a Roma e la rete ha proposto centinaia di contributi che hanno provato ad analizzarne le vicende proponendo chiavi interpretative, opinioni, spesso letture ideologiche, altre volte spunti interessanti. A quindici giorni da quella giornata, fatta in ogni caso di centinaia di migliaia di volti diversi, è utile provare a tirare alcuni fili, guardando alle opportunità che si sono aperte e a quelle che si sono chiuse in quella giornata, ragionando intorno alle ragioni che hanno portato una moltitudine di donne e uomini nella capitale, provando a leggere le conseguenze e i significati che quella giornata sintetizza e propone in prospettiva.

 

  1. 1. La spinta che ha portato centinaia di migliaia di persone in piazza era innanzitutto proiettata a mettere sulla scena pubblica discorsi e parole che rompessero l'opprimente cappa depressiva che ha coperto, negli ultimi quattro mesi, il dibattito politico italiano. L'esplosione della crisi nella sua forma finanziaria – ovvero negli indici di borsa, nello spread e in tutte le altre forme di rappresentazione economica con le quali abbiamo preso familiarità nei telegiornali serali degli ultimi mesi – ha infatti cancellato per l'intero periodo estivo le spinte verso il comune che si erano manifestate nei mesi precedenti e nei cicli di mobilitazione a cavallo tra la fine del 2010 e l'inizio del 2011, attraverso il protagonismo studentesco, l'indignazione operaia, l'apertura di nuovi percorsi civici alle elezioni amministrative e lo straordinario risultato referendario. Queste vicende, insieme alle esperienze delle mobilitazioni territoriali e dei presidi di democrazia, hanno segnato nell'ultimo anno l'apertura di uno spazio di alternativa che ha messo in difficoltà l'egemonia culturale della destra italiana, uscita in maniera fortissima dalle ultime elezioni politiche, eppure oggi scossa a partire dalle sue stesse fondamenta sociali. Uno spazio – quello dell'alternativa – presente in maniera carsica nel tessuto sociale da alcuni anni, ben radicato nei comitati territoriali – che rappresentano, in molti casi, l'apertura di un percorso di consapevolezza e conoscenza capace di far mettere in discussione le convinzioni di milioni di persone – e che ha trovato, in particolare nella campagna referendaria sull'acqua, una sua prima abbozzata espressione di massa nella quale si è incastonato in maniera forte il concetto di bene comune.

    L'emergere nel mondo mediatico della crisi finanziaria ha di fatto ricacciato nell'anonimato queste esperienze sociali che, pure, continuano a trovare laboratori di sperimentazione non solo in migliaia di comitati e spazi territoriali, ma anche in molte significative progettualità civiche; in questo senso, il laboratorio napoletano rappresenta l'elemento di novità più importante, non tanto per la messa in cantiere di idee e proposte che hanno spesso trovato pionieri nelle piccole municipalità, quanto per la sua capacità – legata alla sua dimensione metropolitana e alla particolare storia sociale e politica della città - di essere polo d'attrazione del dibattito politico e, di conseguenza, di rappresentare lo spazio di diffusione di buone pratiche.

    Il 15 ottobre, per molte delle persone scese in piazza, era l'occasione nel quale radicare all'interno dello spazio pubblico il discorso dell'alternativa, ponendo in campo una nuova progettualità sociale capace di rompere la dicotomia crisi-sacrifici sociali sulla quale si fonda il dibattito intorno alle questioni che caratterizzano la nostra quotidianità. La manifestazione rappresentava, nelle mille interpretazioni che esprimono le tante diversità che l'hanno riempita, lo spazio non solo politico e mediatico, ma anche e soprattutto sociale e relazionale, nel quale mettere in scena un mondo fatto a colori capace di contrastare una descrizione fondata soltanto sul bianco e sul nero. In altre parole, la radicalità del 15 ottobre era rappresentata dalla presenza stessa, nella piazza romana, del concetto di alternativa come uno dei pilastri costituenti non tanto dell'opposizione sociale, quanto della costruzione sociale, costituente non solo nei confronti del sistema ma anche dei movimenti.

     

  2. 2. Il concetto dell'alternativa merita di essere approfondito. Innanzitutto perché esso rappresenta, allo stato dell'arte, un qualcosa di esclusivamente ideale e, per questa ragione, di difficile descrizione e interpretazione. Esso assume in se elementi concreti, fisici, quotidiani e tangibili – come la gestione dell'acqua, dell'energia, le forme del lavoro e quelle dello studio, il significato sociale del tempo libero, o più semplicemente, la gestione della viabilità di un quartiere o quella di un parco – che, spesso, definiamo beni comuni; ma si esprime, anche, in elementi meno definibili, a volte non indispensabili per il nostro benessere ma imprescindibili per la nostra dignità, come le forme della democrazia e della partecipazione.

    In questo senso va detto, innanzitutto, che il concetto dell'alternativa non ha in sé elementi precostituiti, non è univoco, né universale, non concede spazio alla semplicità e alla semplificazione. E', piuttosto, indefinito e indefinibile, figlio di quel camminare domandando che ha caratterizzato, dopo il 1994, il percorso sociale delle comunità zapatiste nella loro ricerca di un'autonomia alternativa allo Stato e alla repressione. E' frutto delle interazioni sociali, delle intersezioni spesso accidentali tra percorsi politici e comunitari, delle esperienze maturate sul campo della lotta e della mobilitazione. E', insomma, il risultato quotidiano della relazionalità e della capacità di cercare le forme comuni del comune. Questa ricerca, va da sé, esclude dal suo orizzonte l'avanguardia come strumento capace di costruire le suggestioni sociali che le masse dovrebbero inseguire, e pone piuttosto al centro del dibattito sul metodo la questione dell'insufficienza sociale di qualunque soggetto voglia attraversare la scena pubblica.

    L'alternativa, dunque, non rappresenta un programma politico minimo ma un progetto sociale massimo, che pone interrogativi piuttosto che fornire risposte. Come si realizza una società dei beni comuni? Come si sostituisce la forma politica della rappresentanza? Come si apre lo spazio pubblico nel quale ognuno possa prendere parola? Come si costruisce un'economia a km zero? Come si interpreta il tema della sostenibilità e della tutela del patrimonio ambientale? Sono domande, queste e molte altre, alle quali nessuno è in grado di dare una risposta puntuale, semplicemente perché questa sta nella pratica quotidiana e non nella progettazione. L'alternativa, dunque, rappresenta lo spazio del confronto, l'insieme degli obiettivi indispensabili e generali a cui tendere. Con la consapevolezza che un'azione non porterà al traguardo, ma comporterà semplicemente lo spostamento più in là del nastro d'arrivo.

     

  3. 3.  Va fatta un'ulteriore riflessione intorno alla giornata del 15 ottobre. Essa ha rappresentato, come dicevamo, lo spazio pubblico nel quale rompere la dicotomia crisi-sacrifici sociali e radicare l'opportunità delle alternative. La manifestazione è stata, da questo punto di vista, un successo, perché ha evidenziato quanto sia vasta la rete sociale che si pone questi orizzonti, portando in piazza centinaia di migliaia di persone. Ha saputo, in qualche modo, non soltanto aprire lo spazio dell'indignazione, ma soprattutto proporre quello della costruzione. La pluralità di comitati, realtà territoriali, sigle associative, la presenza di quell'arcipelago di soggetti che ha dato vita al successo referendario così come quella di uno spaccato importante del mondo del lavoro sta a significare che lo spazio dell'alternativa è un luogo affollato e attraversato da una complessità sociale che non può essere letta con lenti preconfezionate e datate. Lo stesso caotico svolgersi del corteo, senza spezzoni chiari e ben riconoscibili, con una promiscuità politica impensabile e irrappresentabile nei decenni passati e una trasversalità innanzitutto generazionale, è il frutto di un'identità plurale indefinita, felicemente orfana delle certezze ideologiche che hanno caratterizzato il Novecento. La partecipazione al corteo, più che dall'appartenenza a un'organizzazione, sembra essere stata in molti casi figlia della partecipazione a un percorso sociale e politico, spesso territoriale, che riformula il proprio riconoscersi a partire dalle pratiche quotidiane di condivisione e non dalla pre-condivisione delle pratiche.

    Da questo punto di vista, è evidente non soltanto la grande valenza di quel corteo, ma anche un suo limite; la manifestazione del 15 ottobre, infatti, ha saputo intercettare – dandole voce – una grande esigenza di indignazione e riappropriazione della parola, rappresentando, per molti di coloro che vi hanno partecipato, l'ideale punto di partenza dal quale dar vita, una volta tornati nelle proprie case, a nuovi spazi politici e sociali territoriali capaci di interpretare il bisogno di alternativa. Ma, paradossalmente, questa sua connotazione estremamente positiva – perché legata a un domani da costruire che non prevede il ritorno all'anonimato – ha rappresentato anche il suo tallone d'achille mediatico, essendo quella giornata priva di percorsi già radicati da mettere in piazza. In qualche modo, più di qualcuno non ha visto o a fatto finta di non vedere l'enorme ricchezza trasportata da quell'onda umana che attraversava le strade della capitale perché questa non era iscritta in percorsi lineari e già rappresentati, ma intrinseca una una nuova complessità sociale che proprio in questi mesi inizia a esprimersi e costruire linguaggi comuni.

     

  4. 4. Alcuni hanno letto negli scontri di piazza del 15 ottobre l'espressione dell'indignazione e della rivolta, evidenziandone possibili caratterizzazioni generazionali e sociali che farebbero dei senza futuro e dei poveri i soggetti irrappresentabili protagonisti della rabbia. Altri hanno cercato analogie tra i fatti di Roma e la cosidetta “Primavera Araba”, interpretando nella devastazione di negozi e proprietà l'espressione dell'opposizione all'oppressione del Capitale.

    Va detto, innanzitutto, che esiste anche in questo caso un'estetica dello scontro la quale attribuisce, in forma del tutto predefinita, un certo romanticismo alle fiamme e ai sampietrini e che, utilizzando questa lente per interpretare i fatti di quella giornata, non vede o finge di non vedere alcuni dei particolari più qualificanti di quel che è accaduto a Roma.

    Bisogna poi sottolineare che, a differenza dei soggetti sociali ai quali alcuni commentatori hanno attribuito la firma dei fatti di Roma, l'insorto – come essi stessi hanno definito coloro che hanno praticato lo scontro il 15 ottobre – non è, di norma, a tempo determinato, né ha un contratto a chiamata con scadenza alle ore 18.00 del sabato sera. Ovvero, l'insorgenza non può avere le caratteristiche dello spot da esibire in un caldo sabato romano e da riporre nell'armadio una volta tornati a casa; diversamente, essa si trasforma da legittima pratica sociale in ridicola maschera da indossare per dare un volto spendibile pubblicamente a qualcos'altro. La stessa rabbia, che secondo alcuni giustificherebbe gli episodi più duri di quella giornata, è un sentimento che difficilmente si estingue con l'incendio di qualche automobile o esercizio commerciale, tanto più se questi non sono spregevoli simboli del capitalismo, ma frutto dei risparmi di una vita del “proletariato”. In questo caso, ci aiutano nella lettura proprio le vicende sociali delle rivolte nordafricane – richiamate, anch'esse, dagli stessi commentatori – che, per l'appunto, non si sono esaurite in un sabato di follia, ma sono invece cresciute di pari passo con la repressione, diventando violente laddove i manganelli e l'omicidio rappresentavano lo strumento di difesa dello Stato e dello status quo.

    La stessa categoria sociale dei poveri, utilizzata da taluni per riconoscere un corpo sociale irrappresentabile, appare discutibile. Non tanto perché, probabilmente, di veri poveri nel corteo romano ce n'erano ben pochi (e questo è un punto di riflessione non indifferente), ma soprattutto perché la povertà non rappresenta, oggi, la contraddizione chiave intorno alla quale incentrare un discorso sull'alternativa. E' indubbio che questa condizione è ancora oggi, nel mondo, uno dei frutti più amari e violenti del capitalismo, e che la crisi attuale ne accentuerà enormemente le dimensioni, anche a causa della sua natura composita nella quale questioni finanziarie, disastri ambientali, scelte politiche e sociali e dinamiche economiche fanno da reciproco moltiplicatore. Ma, se da un lato è fin troppo facile affermare che questa non è la condizione sociale prevalente dell'Europa – pur essendovi, nello stesso Vecchio Continente, crescenti fasce di povertà –, d'altro canto appare sempre più chiaro che una condizione di non povertà non garantisce una quotidianità dignitosa. Parliamo, per esempio, di quanti vivono di fronte alle contraddizioni climatiche e ambientali, di coloro che hanno un lavoro ben retribuito eppure insopportabile, delle donne e degli uomini che, pur essendo in possesso di tutte le risorse necessarie per non definirsi poveri, cercano nel comune il proprio benessere.

    In questo senso, il concetto di povertà appare inadeguato a leggere la complessità contemporanea che si esprime nello Zuccotti Park newyorkese così come nell'acampada madrilena, nelle lotte studentesche cilene o nelle rivolte arabe fino a giungere nelle piazze e nelle strade europee e italiane. Come si spiegherebbe, con la chiave di lettura della povertà, l'emergere di tanti spazi di partecipazione locale che vedono nella Val di Susa uno degli esempi più significativi?

    Quello di dignità appare, allora, un concetto non soltanto inclusivo, ma soprattutto esplicativo di una diversità sociale che rappresenta, oggi, il patrimonio più significativo per quanti aspirano a costruire le narrazioni dell'alternativa. La dignità è lo spazio metafisico entro il quale ognuno può pensare al benessere, ma soprattutto è l'ambito di ricerca del comune, perché essere degni significa essere partecipi ed essere rispettati. Caratteristiche, queste ultime, che rappresentano, nel tempo dell'imposizione e dell'indeterminatezza dei luoghi della decisione, gli anelli fondamentali intorno ai quali costruire nuove relazionalità comunitarie che alludono, evidentemente, all'alternativa.

    Va riletta, quindi, anche l'espressione della rabbia la quale, evidentemente, non può essere cieca, ma deve essere degna. Che di rabbia ce ne sia tanta tra coloro che praticano l'indignazione è un dato oggettivo; che la sua unica forma d'espressione sia la devastazione, invece, è quantomeno discutibile. Una rabbia capace di costruire pratiche sociali inclusive che mettono in crisi il sistema che governa la nostra quotidianità è certamente più degna di quella che mette in scena la rappresentazione simbolica del conflitto sociale rimanendo sorda di fronte alla volontà alternativa di centinaia di migliaia di manifestanti.

 

Se lo spazio dell'alternativa è il comune, i municipi non possono che essere uno dei laboratori di queste esperienze sociali. Questo non significa affermare e consolidare su scala territoriale le forme di rappresentanza con le quali si è fondata la democrazia dopo il secondo conflitto mondiale, ne pensare al governo locale come allo strumento che oggi conosciamo. Vuol dire, diversamente, immaginare le forme del comune a partire dai luoghi che viviamo perché essi – e solo essi – sono lo spazio della relazionalità quotidiana e, di conseguenza, della possibile pratica dell'alternativa. Si tratta, per citare un esempio, di costruire quello spazio sociale che i vicentini hanno abbozzato, durante la propria opposizione alla nuova base militare statunitense, definendolo AltroComune non perché contrapposto al Comune istituzionale, ma perché diverso, altro, alternativo.

 

Il corteo del 15 ottobre rappresentava, in qualche modo, lo spazio dell'attivazione di questi percorsi sociali, mettendone in piazza le diversità per favorire il confronto e lo scambio, ma soprattutto, per rigettare sui territori il patrimonio di suggestioni che tante comunità e tanti movimenti hanno costruito in questi anni. E', questo, il valore, seppure incompiuto, del 15 ottobre: c'è chi ha tentato di far fallire sul nascere questa opportunità, ma è da essa che dobbiamo ripartire.

Marco Palma

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