Così, grande fabbriche, arsenali e opere impattanti hanno distrutto il mare di Taranto

La ricchezza perduta dei due mari

di Gaetano De Monte

8 / 4 / 2013

E’ chiamata la città dei due mari. Il Mar Piccolo, specialmente, che in un tempo non troppo lontano era battuto dai pescatori giorno e notte, ed era ricoperto, quasi per intero, di allevamenti di cozze. Quegli stessi mitili ora avviati alla distruzione forzata, a causa dell’avvelenamento prodotto, in tutto il corso del Novecento, dagli scarichi dell’arsenale militare. Già all’inizio del secolo, infatti, la Marina militare, avviando la costruzione di una grande muraglia a protezione e difesa del cosiddetto interesse nazionale privò la città dell’affaccio sul mar Piccolo che allora era caratterizzato dalla presenza di sorgenti di acqua dolce sottomarine di origine carsica note come "citri" che svolgevano una funzione regolatrice del sistema biomarino, limitando, così, gli aumenti di salinità e di temperatura durante il periodo estivo e rifornendo costantemente il sistema di una, non certo trascurabile, massa d’acqua ( circa un milione di tonnellate di acqua al giorno). 1
Miscelando acqua dolce e acqua salata, dunque, e attraversato da correnti ben temperate, il mar Piccolo era dotato delle condizioni ideali per favorire la crescita dei pesci. Ma in quel bacino d’acqua che un tempo carezzava la città e la sfamava, non c’è soltanto dal 1889 l’arsenale della marina militare italiana.  C’è infatti, anche, la S.a.r.a.m, acronimo di scuola addestramento reclute aeronautica militare, ubicata sul secondo seno del Mar Piccolo, realizzata dalla Marina militare negli anni 1914-15 per ospitare la stazione idrovolanti che dal 1923 “appartiene”, è proprio il caso di dirlo, all'Aeronautica Militare, divenuta infine dal 1° novembre 1977, la sede della Scuola Addestramento Reclute. Ma non solo, perché questa base ospita anche il centro operativo Namsa Sud, organismo della Nato che si occupa di fornitura, manutenzione, approvvigionamento, trasporto, assistenza tecnica per circa 30 sistemi d'arma e apparati delle nazioni che aderiscono al sistema di difesa Nato, e a cui l'Aeronautica Italiana assicura la vigilanza esterna e l'assistenza logistica. Si tratta in sostanza, di un deposito sotterraneo di rifornimento: il più grande del Sud Italia, che serve tutte le basi aeree dell’Italia meridionale e viene periodicamente rifornito con petroliere che entrando nel bacino del mar Piccolo espongono quelle acque, e i cittadini stessi, a gravi rischi.
Ma quel lago salato, da cento anni, ormai, è una zona quasi totalmente militarizzata.
E’un’area sottoposta a segreto militare, una zona di interesse nazionale e dell’alleanza atlantica. Pertanto non è possibile sottoporre quel particolare specchio d’acqua alle analisi delle acque per poter rilevare eventuali tracce, di prodotti chimici e residui di idrocarburi,agenti inquinanti e cancerogeni, ma anche di eventuali rifiuti tossici e speciali. 
Ai fanghi inquinati dei fondali in Puglia c'è da stare attenti. La scorsa settimana i carabinieri del Noe di Lecce hanno scoperto che 20 mila tonnellate di fanghi del dragaggio del porto, in particolare dell’area ex Belleli, sono stati stoccati illecitamente e tombati nelle campagne tra Brindisi e Taranto, sepolti tra gli ulivi, con il loro concentrato di piombo e cromo.
L’altro mare, il Grande, rimasto nell’immaginario collettivo “come il luogo della sfida e del pericolo: il serbatoio dei sogni e delle paure, la strada senza ritorno per quella minoranza di marinai che hanno levato l’ancora per lidi sconosciuti, salutati con invidia dai tanti che sono rimasti attaccati allo scoglio antico2, è come se fosse stato nascosto, in larga parte, dalle numerose servitù militari presenti. Anche, qui, una base navale a comando italiano dotata di alcune infrastrutture Nato, come quelle per il rifornimento. Iniziata a costruire alla metà degli anni ottanta, mentre la “cortina di ferro” che separava Europa occidentale ed orientale stava per crollare e la guerra fredda per finire.
Ed anche il modello di difesa Nato stava per mutare. Fu così, dunque che a Taranto si impose la costruzione della nuova base militare, atta ad ospitare l'unità dell'Alleanza Atlantica, inclusi i sottomarini a propulsione nucleare. Nonostante l'energia nucleare sia stata bandita dalle navi civili per la sua intrinseca pericolosità, ed i reattori di cui sono dotati i sommergibili siano del tutto identici a quelli delle centrali nucleari. Sono solo più piccoli, con minore potenza, ma comportano allo stesso tempo un maggiore rischio di fuoriuscita di radioattività, in quanto sono meno schermati e protetti, per poter mantenere la leggerezza e la manovrabilità del mezzo. Le poche indagini fatte fin ora segnalano una presenza, seppure debole, di Cesio radioattivo nei fondali. Ma anche qui, il segreto militare di fatto ha sempre impedito i monitoraggi necessari al rilevamento dei livelli di radioattività nelle acque, nonostante, appunto, diversi studi indipendenti abbiano già rilevato tracce di Cesio 137, che sono imputabili solo al transito di unità militari a propulsione nucleare.3 Senza pensare, poi, che i reattori dei sottomarini a propulsione nucleare, sono soggetti ad urti e scontri, come è già avvenuto, in realtà, tante altre volte nella storia.
Con cosa? Con una delle circa 350 petroliere che ogni anno giungono nel porto di Taranto4. Dato che sul lato est di Mar Grande, si trova la grande raffineria Eni che affina il petrolio che giunge dalla Basilicata. Lungo la Strada Statale 106, la via del sole, direttrice laterale che congiunge l’asse viario dello Jonio con l'Adriatico, e che collega Taranto a Reggio Calabria. Due luoghi urbani dove si specchia il passato e il presente del mito della modernizzazione industriale, consumata e fallita nell’estremo lembo del meridione italiano. E ci mancò davvero poco che la Gas Natural ci realizzasse anche un rigassificatore, nel porto di Taranto, proprio a circa 700 metri da quella raffineria. Solo la potenza di un movimento, allora, erano i primi anni del 2000, riuscì a bloccare quell’ennesima opera inutile ed impattante. In quel mare che i tarantini chiamano il “Grande”, e che si apre a perdita d’occhio oltre il ponte girevole, (la lingua di ferro che collega la città vecchia alla nuova) di cui la città non ne detiene praticamente più la sovranità5.
Il porto ed i suoi traffici regnano sul mare di Taranto. A fare la parte del leone c'è la società armatoriale taiwanese Evergreen, che, impiegando poco più di 700 lavoratori a termine, dal 2001 a oggi ha visto i suoi bilanci crescere vertiginosamente. E da qualche mese, allo stesso tempo, precipitare con la stessa repentinità, in seguito al blocco delle navi cariche di minerali dirette all’Ilva. Il 10 aprile prossimo, intanto, a Roma, nella sede del Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti si terrà la conferenza dei servizi che dovrà dare l’ultimo, definitivo, consenso ad una maxi opera che rischia di prefigurarsi come l’ennesimo scempio ambientale. Un progetto presentato nel 2008, che a Luglio 2012 ha ottenuto il parere positivo della commissione V.i.a. - la valutazione di impatto ambientale - e della V.a.s. - la valutazione di impatto strategico - da parte del Ministero dell’Ambiente, per installare in mar Grande, a circa 100 m della costa, tra punta rondinella e la foce del fiume Tara, dieci aereo generatori posti su torri alte ben 110 m, dalla potenza complessiva di 30 megawatt di energia elettrica. A completare l'opera la realizzazione dei relativi cavi sottomarini per la conduzione dell’energia che, immessa nella rete nazionale , dovrebbe alimentare proprio il porto mercantile. Un progetto da circa 63 milioni di euro, per la cui realizzazione, sia la Regione Puglia che la sovrintendenza ai beni paesaggistici e per ultimo anche il comune di Taranto ( parere non vincolante) hanno espresso parere negativo. Ma il Ministero, a sua volta, ha già respinto le opposizioni degli enti locali, e così la maxi opera si farà.
Non va certamente meglio lungo la costa ionica – salentina, in provincia, un mare in massima parte cristallino ed incontaminato ma la cui ricchezza viene continuamente messa a rischio dalla pessima gestione di depuratori e scarichi a mare da parte di istituzioni e amministrazioni pubbliche.E’ di qualche giorno fa la notizia, che la holding facente capo all’ex senatore del psi Nicola Putignano già coinvolto in qualche vicenda giudiziaria da cui è passato comunque indenne, si è aggiudicato l’appalto per la costruzione di un depuratore, la cui realizzazione è stata fortemente contestata dalle comunità locali, e che servirebbe alcuni comuni della provincia orientale, Sava, Manduria, Avetrana e le loro rispettive marine. Un’opera avversata, dunque, perché prevede lo scarico dei reflui a mare. Che danneggerebbe per sempre un’oasi incontaminata, un’area di interesse comunitario come la fascia costiera denominata Torre Colimena facente parte dell'agro del Comune di Manduria. Preoccupa che la giunta regionale e soprattutto l’ex Assessore alle Opere Pubbliche, Fabiano Amati, non abbiano ascoltato minimamente il grido di dolore delle comunità locali consentendo un vero è proprio scempio. Sia il presidente della Regione Puglia, che l'Acquedotto Pugliese si sono sempre rifiutati, infatti, di ritirare il bando per la costruzione del depuratore consortile di Sava e Manduria, che prevede, appunto, lo scarico a mare dei reflui. L'acquedotto pugliese e il presidente Vendola hanno sostenuto fino alla fine, che lo scarico a mare è l'unica soluzione possibile, in barba alla volontà degli enti locali, alle direttive della comunità europea sul rispetto dell'ambiente, sulla balneabilità delle acque, ed infine, sul trattamento delle acque reflue. E tutto per permettere all’azienda del potentissimo ex senatore di fare scempio della nostra costa orientale, dopo che ormai più di dieci anni fa ha speculato su quella occidentale. All'epoca Putignano con i soldi di un finanziamento comunitario pari a circa duecento miliardi di lire, iniziò l’edificazione a Castellaneta del progetto “Principessa”, dal nome della pineta "Principessa”, una grande area rurale, al limite della costa, al centro dello Jonio. Il progetto prevede la nascita di hotel a cinque stelle, villaggi residence, decine di ristoranti, campi da tennis ed anche un campo da golf, il tuttoedificato al confine della riserva biogenetica Stornara. Tutto a beneficio della speculazione edilizia.

Sempre nella provincia orientale, Lizzano, piccolo comune della provincia circondato da vitigni, ulivi, e da un mare cristallino. Un luogo che doveva essere un’oasi nella provincia avvelenata, ma che oggi presenta notevoli problemi ambientali, paragonabili, fatte naturalmente le debite proporzioni, a quelli della stessa zona industriale di Taranto.

La discarica Vergine sorge proprio su questo territorio. A complicare il quadro ambientale del piccolo comune c’è anche qui, la questione dello smaltimento acque reflue del depuratore consortile. Che vengono convogliate nel canale naturale Li Cupi ed attraverso il quale vengono scaricate, poi, proprio nel tratto di mare fiore all’occhiello della marina di Lizzano denominato Il canale. Un sistema di smaltimento, che dal 2009, ha però fatto registrare le prime disfunzioni igienico-sanitarie. Un torrente naturale, il Li Cupi, deputato alla sola raccolta delle acque piovane e che ha visto, poi, crescere a dismisura la sua portata a causa dell’affluenza degli scarichi provenienti dal depuratore. Causando grossi problemi agli agricoltori, i quali sono danneggiati dallo straripamento periodico del canale, che provoca l'allagamento costante dei terreni, con ripercussioni sulle coltivazioni. Ai cittadini, che sono esposti a pericolose contaminazioni della falda. E ai turisti, costretti alla balneazione in acque che stando ad analisi effettuate dall’associazione "AttivaLizzano", e contestate, però dall’Arpa, conterrebbero alte concentrazioni di batteri fecali. I diversi casi di gastroenteriti, dermatiti e infezioni cutanee insorgenti nella popolazione, specie nel periodo estivo, costrinsero nel maggio scorso il sindaco ad emanare un’ordinanza urgente con la quale si dispose il convogliamento in deroga delle acque reflue in falda, fino al 30 settembre di quest’anno. Solo un palliativo, però, giunto anche tardivamente, che ha consentito parzialmente di recuperare in extremis la stagione balneare, ma che non ha risolto i problemi a monte.

Quella che abbiamo appena raccontato è la storia di come hanno distrutto il mare di Taranto. Quella città che non può servirsi, come vorrebbe, delle sue ricchezze marine, oltre che già, di gran parte del suo territorio.

1 Cit. Il tempo del mare, catalogo dell’ esposizione permanente della miticoltura a Taranto. Materiali prodotti dal centro studi di documentazione e ricerca Le sciaje

2 Cit. Roberto Nistri, Taranto a vita bassa, Scorpione editrice

3 Cit www.globalproject.info/itNon solo Ilva. Il racconto di una provincia avvelenata

4 Dati ufficiali dell’assessorato alle risorse del mare del Comune di Taranto

5 Cit. Ornella Bellucci, “Il mare che non c’è” in il Corpo e il sangue d’Italia, minimum fax, 2007

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*Gaetano De Monte, 28 anni, giornalista pubblicista ed attivista dell' Archeo Tower Occupata. Attualmente collabora con il quotidiano “Taranto oggi”, il più odiato dall' Ilva. Si occupa di questioni ambientali, malaffare, politica e conflitti nella città più inquinata d'Italia per emissioni industriali

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