(estratto da: F.M. Pezzulli, In fuga dal Sud. Migranti qualificati e poteri locali nel Mezzogiorno. Cap. 2 "Il caso dei ricercatori")

Ricercatori migranti

7 / 2 / 2010

Ci sono delle pubblicità che colgono lo “il segno dei tempi”: “Sapiens fabbrica di sapere … non tutti gli studenti sono Sapiens” recitavano gli slogan del principale ateneo romano prima delle immatricolazioni del 2002, sintetizzando in modo eficace il nuovo corso di vita delle accademie italiane. Poco tempo dopo altri pubblicitari, questa volta al soldo degli istituti privati, aggiungevano un terzo ed efficace slogan a suggello dei primi due: “11 esami in 10 mesi”. Un sapiens di inizio millennio, in altri termini, deve essere in grado di accelerare i ritmi secondo le norme dei “nuovi ordinamenti”, probabilmente transitori, venuti fuori dalle recenti riforme universitarie. Queste ultime, concepite sotto il peso delle comparazioni quantitative con il resto dei paesi sviluppati, hanno moltiplicato e semplificato le attività da svolgere da un lato e intensificato i tempi di esecuzione dall’altro .
Il confronto tra la situazione di uno studente dei primi anni ’90 con quella di un collega immatricolato ai primi del 2000, evidenzia i principali cambiamenti intervenuti. Per il primo si trattava di frequentare “corsi” e di superare esami con buoni “voti”. Per fare proprio il “pezzo di carta” necessitavano almeno cinque anni di studi durante i quali bisognava superare tra le venti e le trenta prove. I corsi erano annuali, ogni settimana si tenevano tre lezioni della durata di un’ora circa e, per prepararsi all’esame, necessitavano mediamente due-tre mesi di studio quotidiano. Paralleli ai corsi erano presenti in quasi tutti gli insegnamenti erano presenti seminari di approfondimento su argomenti significativi, la frequenza dei quali consentiva un discreto livello di approfondimento. A secondo delle facoltà, dopo aver superato i primi anni, era possibile concepire un piano di studio individuale, oppure scegliere tra gli indirizzi consigliati. Al termine degli esami la “tesi”, nonostante si trattasse formalmente di un colloquio, era dai più considerata come un lavoro nel quale si mettevano alla prova – su un tema specifico – le conoscenze acquisite e per il quale era richiesto uno sforzo supplementare di almeno un anno. Gli studenti “erasmus” non erano molti, ma concordavano sulla semplicità delle prove incontrate nelle università straniere, cosi come gli erasmus non italiani erano soliti complimentarsi per l’alto livello di didattica incontrato in Italia.
Uno studente che si è immatricolato agli inizi del 2000, a differenza di un collega della precedente generazione, svolge il percorso in due corsi di laurea distinti: uno breve di tre anni ed uno lungo di cinque. Dopo la prima tappa, adeguatamente certificata, è possibile interrompere il percorso. Per quanto riguarda la frequenza degli studi non ci sono più i corsi annuali ma i “moduli” semestrali. In ogni semestre sono previste almeno cinque prove d’esame, per le quali possono spesso bastare, mediamente, quindici giorni di studio. I successivi quindici giorni sono dedicati a preparare un’altra prova, un’altra materia, un’altra prova, un’altra materia e cosi via, fino al raggiungimento dei “crediti” previsti. Il piano di studi scelto in autonomia non esiste più ed il lavoro di tesi è stato sostituito da una relazione, definita con disinvoltura “tesina … di 40 pagine”.
Pare proprio che nessuna cosa sia rimasta al suo posto nel decennio in questione, che si tratti delle strutture o dei metodi d’insegnamento, delle attività svolte o dei soggetti coinvolti, tra il primo ed il secondo periodo i cambiamenti giuridici ed organizzativi sembrano aver stravolto dalle fondamenta l’accademia italiana: si sono succeduti almeno cinque “vecchi ordinamenti”, i corsi di laurea, le materie d’insegnamento, le attività post laurea si sono annualmente moltiplicate, cosi come sono aumentate le figure precarie e intermittenti soprattutto tra i docenti e i ricercatori . A questi ultimi è delegato molto spesso il compito di mantenere “il ritmo” imposto dall’attuale “riordino” legislativo alle fasce strutturate ed al sistema nel suo complesso. E’ un bacino eterogeneo, fatto di soggetti con competenze generali e specialistiche, inquadrati contrattualmente come assegnisti e contrattisti a tempo variabile a secondo delle prestazioni richieste. E’ difficile smentire il frequente assunto che circola nelle Facoltà italiane secondo il quale senza queste figure l’attuale assetto andrebbe in poco tempo al collasso.
Molti dei ricercatori italiani all’estero sono stati, prima di trasferirsi, assegnisti, contrattisti e/o volontari (altro “personale” numeroso che consente alle università di svolgere il proprio ruolo istituzionale). Secondo il loro modo di vedere gli attuali cambiamenti sono “all’italiana” nei termini gattopardeschi del “cambiare tutto affinché non cambi nulla”. Non arrivano a questa conclusione in modo sbrigativo. Le esperienze di cui sono a conoscenza, i documenti e le informazioni che possiedono sono notevoli. Nelle pagine che seguono i loro racconti ci introducono all’interno del “sistema accademico”, nelle reti e tra le gerarchie dei nodi; li dove le recenti riforme non sono riuscite a penetrare.

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