La Rete conquistata a colpi di cinguettii

20 / 3 / 2014

Codici aperti. La storia di Twitter diventa l’epopea di giovani diventati miliardari in pochi anni grazie al loro talento. Ma come in ogni apologia che si rispetti lo studioso e blogger Nick Bilton rimuove, in un saggio da poco pubblicato da Mondadori, il lato oscuro di una realtà fatta di sfruttamento ed appropriazione privata di contenuti prodotti collettivamente

Tutto ha ini­zio quando il clima un plum­beo seguito al crollo del Nasdaq del 2001 comin­cia a dira­darsi. In Rete c’è una società, Goo­gle, che fa par­lare molto di sé. For­ni­sce un motore di ricerca che aiuta navi­gare in Inter­net. Fa molti pro­fitti, ven­dendo a milioni di pic­coli inser­zio­ni­sti spazi pub­bli­ci­tari a pochi cen­te­simi di dol­laro. I suoi fon­da­tori, Larry Page e Ser­geij Brin, sosten­gono che mai e poi mai faranno come la Micro­soft, ormai sor­ve­gliata spe­ciale da giu­dici e dal dipar­ti­mento della giu­sti­zia sta­tu­ni­tense che l’accusano di pra­ti­che mono­po­li­ste. Goo­gle for­ni­sce i suoi ser­vizi gra­tui­ta­mente, usa pro­grammi infor­ma­tici open source e i suoi fon­da­tori cri­ti­cano aper­ta­mente le leggi sulla pro­prietà intel­let­tuale, omet­tendo però il fatto che l’algoritmo alla base del suo motore di ricerca è coperto da un bre­vetto e che è stato svi­lup­pato all’interno di un pro­getto di ricerca finan­ziato anche da soldi soldi pub­blici. Nel frat­tempo, un gio­vane di nome Mark Zuc­ke­berg ha lan­ciato un ser­vi­zio per con­di­vi­dere con amici e cono­scenti impres­sioni, pen­sieri, imma­gini. Si chiama Face­book, ed è indi­cato come il secondo, rile­vante segnale che il web è arri­vato alla fase del 2.0, carat­te­riz­zata dalla con­di­vi­sione dei con­te­nuti pro­dotti col­let­ti­va­mente o da sin­goli. A San Fran­ci­sco, ha preso vita invece una società chia­mata Blog­ger, che ha assem­blato un soft­ware che con­sente di scri­vere, dif­fon­dere imma­gini e suoni e, al tempo stesso, di poter inte­ra­gire in tempo reale con chi accede ai quei con­te­nuti e li commenta.

Arri­vano i bohé­mien digitali

Blog­ger ha cono­sciuto un momento di noto­rietà e ha por­tato nelle tasche del suo fon­da­tore, Evan Wil­liams, qual­che decina di milioni di dol­lari ed è indi­cata come un altro segno che la crisi del 2001 può essere archi­viata come un inci­dente di per­corso e che le cose hanno comin­ciato di nuovo a girare nel verso giu­sto, visto che i ven­ture capi­ta­list sono dispo­sti nuo­va­mente a inve­stire cen­ti­naia di milioni di dol­lari in pro­getti avve­ni­ri­stici, anche se non hanno un busi­ness model, con­di­zione neces­sa­ria, anche se insuf­fi­ciente per ren­dere red­di­ti­zie le società che li svi­lup­pano. Evan Wil­liams potrebbe ormai tran­quil­la­mente vivere di ren­dita, ma non vuole pro­prio riti­rarsi a vita pri­vata. È alla ricerca di una nuova idea «rivo­lu­zio­na­ria» che può cam­biare il mondo della Rete. Ma anna­spa, gira a vuoto. L’unica cosa chiara che ha in testa è che la con­di­vi­sione dei con­te­nuti è il nuovo Eldo­rado del cyber­spa­zio. Pensa allora di svi­lup­pare un pro­gramma infor­ma­tico per un pod­cast col­let­tivo, per­ché le per­sone oltre che scri­vere o foto­gra­fare o fil­mare vogliono anche con­di­vi­dere, scam­biarsi musica. L’idea di poter for­nire un ser­vi­zio di que­sto tipo sem­bra una sem­pli­cità dif­fi­cile a farsi, ma è alla sua portata.

Affitta una sede scal­ca­gnata in un quar­tiere degra­dato, popo­lato da home­less, disoc­cu­pati, pro­sti­tute e tos­sici. Il quar­tiere scelto è però abi­tato anche da bohé­mien digi­tali bravi però a scri­vere codice infor­ma­tico. Imbarca nella sua avven­tura sei ragazzi alla deriva, dall’infanzia non senza pro­blemi, ovvia­mente squat­tri­nati. Tutti vogliono, in una maniera o nell’altra, lasciare un segno nella sto­ria dell’high-tech; inol­tre sono con­vinti che la Rete è la con­creta dimo­stra­zione che il potere del «sistema» può essere com­bat­tuto for­nendo ai sin­goli la pos­si­bi­lità tec­no­lo­gica di far sen­tire la pro­pria voce e di dif­fon­dere il loro punto di vista. Due di loro hanno anche par­te­ci­pato ai movi­menti no-global e della pace con posi­zioni radi­cali. In Ita­lia sareb­bero liqui­dati come black bloc. A San Fran­ci­sco sono invece con­si­de­rati vir­tuosi della tastiera.

Per imbar­carsi in una avven­tura dagli esiti incerti, il gruppo deve comun­que garan­tire ai suoi com­po­nenti quel tanto che serve per met­tere insieme il pranzo con la cena e avere un letto dove dor­mire. Evans, Ev per gli amici, è colui che man­tiene il rap­porto con ven­ture capi­ta­list dispo­ni­bili a inve­stire 200–300 mila dol­lari. In fondo, con Blog­ger, ha dimo­strato che è uno che ci sa fare.

Anti­si­stema a sette zeri

Ini­zia così la nar­ra­zione su Twit­ter che il gior­na­li­sta e blog­ger Nick Bil­ton ha con­den­sato nel libro Inven­tare Twit­ter (Mon­da­dori, pp. 324, euro 18). Costruito come un thril­ler, rico­strui­sce lo scon­tro di per­so­na­lità e di potere den­tro la società che ha come logo un frin­guello. Non può però occul­tare l’habitat sociale e cul­tu­rale dove nasce Twit­ter. I rap­porti con il mediat­ti­vi­smo è, occorre ripe­terlo, una delle com­po­nenti costanti nelle vicende dell’impresa, anche quando viene quo­tata decine di miliardi di dol­lari. Altret­tanto evi­dente è l’insofferenza verso «il sistema», che non viene meno nep­pure quando i conti in banca dei fon­da­tori pas­sano dal rosso fisso a cifre di cin­que, sei, sette zeri: Twit­ter ha infatti sem­pre rifiu­tato ogni forma di col­la­bo­ra­zione con i ser­vizi di intel­li­gence e della Fbi, a dif­fe­renza di Goo­gle, Apple e Face­book, che invece hanno, chi più, chi meno, lavo­rato con la Nsa, la Fbi e il governo di Pechino nel repri­mere il dis­senso in Cina o nella atti­vità di spio­nag­gio con­dotti dai ser­vizi di intel­li­gence sta­tu­ni­tense. Noto è pure il suo rifiuto di for­nire alla Fbi i tweet scam­biati dai mili­tanti di Occupy Wall Street. È cioè un clas­sico esem­pio dello «spi­rito hac­ker del nuovo capi­ta­li­smo» descritto da Pekka Hima­nem e Manuel Castells nell’omonimo e noto sag­gio pub­bli­cato in Ita­lia da Feltrinelli.

Le gerar­chie azien­dali den­tro Twit­ter sono ridotte al minimo: ogni dipen­dente scrive il suo codice, defi­nendo tempi e moda­lità del pro­prio lavoro. Ciò che conta è che sia un buon codice, facendo così emer­gere uno dei tratti distin­tivi dell’etica hac­ker: la meri­to­cra­zia, per­ché la repu­ta­zione si acqui­si­sce dimo­strando di essere bravo. Inol­tre, lo stile di vita è alter­na­tivo. Molti sono vegani, fre­quen­tano abi­tual­mente i rave e i mee­ting, come il «Bur­ning Man», con­si­de­rati, più a torto che a ragione, appun­ta­menti di arti­sti anti­si­stema e anti­ca­pi­ta­li­sti in erba. Ma alter­na­tivo non sem­pre fa rima con anti­ca­pi­ta­li­sta. Sem­mai emerge il fatto che la dif­fe­ren­zia­zione impo­sta dalla logica eco­no­mica capi­ta­li­sta segue altre derive. Ad esem­pio, l’uso inten­sivo di kno­w­ledge wor­kers a tempo deter­mi­nato; oppure la dif­fe­ren­zia­zione tra chi ha diritto di accesso alle stock option e chi invece viene tagliato fuori.

È nello svi­luppo delle appli­ca­zioni che le due vision dell’impresa pre­senti den­tro Twit­ter sono entrate in rotta di col­li­sione. Da una parte, Evan Wil­liams ha sem­pre pro­po­sto che Twit­ter ser­visse per comu­ni­care «cosa sta acca­dendo». Uno degli altri fon­da­tori, Jack Dor­sey, rite­neva invece che il ser­vi­zio di mes­sag­gi­stica e di micro­blog­ging potesse, anzi dovesse essere usato per comu­ni­care il pro­prio «sta­tus» (come mi sento, cosa sto facendo). Da una parte, un ser­vi­zio per infor­mare; dall’altro uno stru­mento per chiac­chiere fri­vole e rivolte pre­va­len­te­mente a dare libero sfogo al pro­prio ego. Il media­tore tra le due con­ce­zioni è stato Noah Glass, altro fon­da­tore di Twit­ter estro­messo nel 2006 e can­cel­lato nel tempo dalla sto­ria uffi­ciale dell’impresa. Poco spa­zio è dedi­cato nel libro alla scelta di ante­porre il can­cel­letto all’hastag e il sim­bolo @ (la chioc­ciola) all’utente, una con­sue­tu­dine già abba­stanza dif­fusa in Rete nelle comu­ni­ca­zioni tra la cao­tica comu­nità pro­fes­sio­nale dei pro­gram­ma­tori e degli «smanettoni».

Nel libro di Bil­ton ampio spa­zio è invece dedi­cato all’uso di Twit­ter da parte dello star system e della poli­tica isti­tu­zio­nale. Attori, musi­ci­sti, scrit­tori lo hanno usato per sta­bi­lire un canale pri­vi­le­giato con i pro­pri fan (nel lin­guag­gio di Twit­ter, i fol­lo­wers), per ren­derli ancora più fedeli, visto che sono loro lo stru­mento di mar­ke­ting virale per ven­dere dischi (meglio sca­ri­care i brani musi­cali dalla Rete), per far accor­rere il pub­blico ai con­certi; per pro­muo­vere libri. Per la poli­tica isti­tu­zio­nale, Twit­ter dal 2006 in poi è stato lo stru­mento comu­ni­ca­tivo di ini­ziali outsi­der del sistema poli­tico ame­ri­cano. Il caso più ecla­tante è l’uso che ne ha fatto Barack Obama nella prima vit­to­ria pre­si­den­ziale. Tutto cam­bia quando Twit­ter comin­cia invece ad essere usata da atti­vi­sti in giro per il mondo. Le mobi­li­ta­zioni anti­fon­da­men­ta­li­ste in Iran nel 2009, l’uso inten­sivo da parte dei movi­menti sociali o le rivolte delle cosid­dette pri­ma­vere arabe sono con­si­de­rate segnali di un mondo in fibril­la­zione. Che i sismo­grafi del con­flitto sociale e di classe regi­strino anche l’impennata di traf­fico su Twit­ter non sor­prende ma nep­pure inor­go­gli­sce i suoi fon­da­tori. Per loro, Twit­ter è un ser­vi­zio «indif­fe­rente» ai con­te­nuti che vei­cola. Non pre­oc­cupa nep­pure la scelta di Wiki­leaks di usare il ser­vi­zio di micro­blog­ging dopo che altre imprese hanno accet­tato la cen­sura impo­sta dal Pen­ta­gono e dal dipar­ti­mento di Stato in seguito alla rive­la­zioni vei­co­lato dal sito fon­dato da Julian Assange. Twit­ter ha infatti sem­pre soste­nuto la neu­tra­lità della Rete, cioè che i con­te­nuti vei­co­lati, qua­lun­que essi siano, sono di respon­sa­bi­lità di chi li mette su Inter­net e che nes­suno deve osta­co­larli e sele­zio­narli. Per que­sto ha sem­pre rifiu­tato i dik­tat della Fbi, del Pen­ta­gono e del Dipar­ti­mento di Stato di for­nire infor­ma­zioni su chi met­teva on line con­te­nuti sgraditi.

La maschera di Guy Fawkes

In ogni caso, siamo arri­vati ai giorni nostri, Twit­ter ha ormai più di 500 milioni di utenti ed è quo­tata a Wall Street, con alti e bassi. Ha resi­stito alle offerte di acqui­si­zione di Face­book e Micro­soft; ha ormai lucrosi rap­porti com­mer­ciali con Goo­gle e ha tro­vato il suo modello di busi­ness (vende spazi pub­bli­ci­tari più o meno come Goo­gle, non­ché fa pro­fitto attra­verso le per­cen­tuali che ha sull’aumento di traf­fico attra­verso Twit­ter). I suoi fon­da­tori sono ormai diven­tati miliar­dari eccetto Noah Glass, estro­messo dall’impresa senza nep­pure un ben­ser­vito. È diven­tata cioè un’impresa lea­der della Rete. Ha poco più di 450 dipen­denti, men­tre la costel­la­zione di imprese che svi­lup­pano appli­ca­zioni è in costante cre­scita. Per molti, è desti­nata a pren­dere il posto di Face­book nelle pre­fe­renze dei teen agers, che sem­brano però pre­fe­rire sem­pre più ser­vizi come Wha­tsApp, WeChat e altri imprese simili.

I padroni della Rete sono certo potenti. Espro­priano la coo­pe­ra­zione sociale dei con­te­nuti che pro­duce. Igno­rano la pri­vacy indi­vi­duale. Strin­gono patti luci­fe­rini con le agen­zie di intel­li­gence per poter meglio eser­ci­tare il con­trollo sulla Rete, ma sanno – e la sto­ria di Twit­ter lo dimo­stra in maniera più che esau­riente – che la sot­tra­zione al con­trollo da parte di chi vive in Rete è altret­tanto effi­cace. Nel rac­conto di Bil­ton, i mediat­ti­vi­sti anar­chici scom­pa­iono dalle pagine quando i ven­ture capi­ta­list e il mana­ge­ment di Twit­ter si pon­gono l’obiettivo di far cre­scere i ricavi. Se ne vanno. Per­ché l’etica hac­ker può essere com­pa­ti­bile con il capi­ta­li­smo, ma non è detto che la sua decli­na­zione ribelle non segua altre vie. Come quella di met­tere in rela­zione ciò che avviene nelle strade e nelle piazza e quello che accade den­tro lo schermo. E quando que­sti due momenti della vita in società entrano in rela­zione, le nuvole dei dati si ingros­sano, ma viene ridotto il potere di con­trollo su di esse. Oppure pre­an­nun­ciano solo una tem­pe­sta che col­pi­sce pro­prio quei padroni della Rete che ne vogliono fare solo un modello di busi­ness. In fondo, nelle strade e nelle piazza di un mondo sem­pre più inter­con­nesso si vedono uomini e donne che indos­sano la maschera di Guy Faw­kes, il pro­ta­go­ni­sta di un film assunto da atti­vi­sti e mediat­ti­vi­sti come sim­bolo del con­flitto verso la società del capitale.

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