Il Belgio tra separatismo e lotta di classe

Appunti da Anversa in occasione dello sciopero generale belga del 15 dicembre

Utente: aolivieri
17 / 12 / 2014

Lunedì scorso 15 dicembre anche il Belgio si è fermato per il più grande e partecipato sciopero generale dal 1993. Come annunciato da tempo le organizzazioni sindacali hanno indetto la giornata di protesta contro le misure di austerity richieste dall’UE e alle quali il governo di centrodestra guidato da Charles Michel intende rispondere con tagli alla spesa e ai servizi pubblici, eliminando l’indicizzazione dei salari e aumentando l’età pensionabile. Il Belgio, assieme a Italia e Francia, è uno dei paesi ai quali la commissione europea ha intimato di predisporre pacchetti consistenti di "riforme" entro marzo.

Centinaia di picchetti in tutta la regione fiamminga hanno bloccato fin dalle prime ore del giorno tutte le realtà produttive, le scuole sono rimaste chiuse, i trasporti paralizzati in tutto il paese, mentre il centro di Anversa è stato attraversato per tutta la mattina da un’imponente critical mass di biciclette organizzata dal neonato movimento “Hart Boven Hard” (Il cuore sopra le difficoltà). 

La mobilitazione è ormai in corso da diversi mesi e su più livelli, e assume spesso caratteri sorprendenti per il paese. Lo scorso 6 novembre almeno 130000 persone avevano invaso Bruxelles per la manifestazione più grande degli ultimi 20 anni. In quell’occasione la stampa aveva enfatizzato molto il fatto che un gruppo che indossava le pettorine dei portuali di Anversa - uno degli spezzoni più numerosi e organizzati della manifestazione -, si fosse scontrato in maniera molto dura con la polizia, rimarcando spesso il fatto che tra i portuali sarebbero stati presenti diversi elementi di estrema destra. Si è trattato per molti di un tentativo di screditare la protesta e dividere il movimento che sta crescendo nel paese contro i tagli e i provvedimenti del governo centrale. In ogni caso la realtà federale e multi linguistica del Belgio complica ulteriormente il quadro, segnalando che nel contesto di queste proteste, frutto di decisioni sovranazionali europee, si sommano tensioni e contraddizioni sociali per niente lineari, che potenzialmente oppongono lavoratori garantiti e precari, autoctoni e immigrati.
È interessante osservare queste mobilitazioni attraverso il punto di vista dei lavoratori portuali, soprattutto in una realtà come quella di Anversa che, con Rotterdam e Amburgo, costituisce il principale snodo dei traffici globali da e per l’Europa, triangolo d’oro della supply chain continentale. Prima di tutto va considerato che i dockers del porto di Anversa - il secondo in termini di traffico in Europa - sono una categoria di lavoratori particolarmente rispettata nella regione fiamminga, e che il contemporaneo attacco alle loro conquiste storiche assume tratti del tutto simbolici e paradigmatici dell’attacco più generale alle garanzie sociali del paese.
Ad Anversa i lavoratori portuali in senso stretto (dockers) sono 6000, più altri 2000 tra lavoratori della logistica e meccanici-manutentori, tutti sindacalizzati e organizzati in pool di mano d’opera, un meccanismo messo a punto come tutela dalla discontinuità lavorativa tipica del lavoro portuale, ma anche per garantire l’obbligatorietà della formazione ai lavoratori impiegati in un settore in cui la sicurezza è particolarmente importante. Non sono molti se rapportati alle dimensioni dell’area portuale della città, che da anni continua a espandersi verso nord e su entrambe le sponde della Schelda, anche a costo di sgomberare interi villaggi per trasformarli in bacini. In realtà sono tra 50 e 60mila le persone che lavorano nell’ambito portuale, che non va inteso solo come una serie di banchine ma come un’enorme agglomerato di attività logistiche e produttive.
Quel nucleo di 8000 lavoratori portuali costituisce però la memoria storica e identitaria della città: per entrare nel pool è necessario prima di tutto essere iscritti a uno dei tre sindacati che operano nel porto. La stragrande maggioranza dei lavoratori sono fiamminghi, e spesso l’attività di portuale si trasmette dai padri ai figli. Il sindacato maggioritario è di ispirazione socialista (ABVV-BTB), ma i suoi stessi dirigenti sanno che molti dei propri iscritti negli ultimi anni sono attratti politicamente dal partito regionalista separatista N-VA (Nuova Alleanza Fiamminga) capeggiato da Bart De Wever, ora sindaco della città dopo il successo alle ultime elezioni.
N-VA è nata da precedenti formazioni nazionaliste fiamminghe, spesso di estrema destra, ma negli ultimi anni ha costruito, soprattutto attorno alla carismatica figura del suo leader, una reputazione di partito centrista-liberista, di fatto assorbendo molti voti dalla formazione nazionalista di estrema destra Vlaams Belang (Interesse fiammingo), ora molto ridimensionata.
De Wever gioca sia sul separatismo, con venature xenofobe, che sull’integrazione neoliberista, usando il primo per rafforzare il proprio consenso locale e il secondo come strategia di marketing territoriale per attirare investimenti. Tassello fondamentale di quest’ultima strategia consiste nel proporre sui mercati internazionali l'infrastruttura portuale, pubblica al 100%, fingendo che si tratti una realtà produttiva  privata. 
La N-VA ora non solo governa Città e Provincia di Anversa e la Regione fiamminga, ma paradossalmente  fa anche parte del governo centrale di centrodestra nato dopo le elezioni del 25 maggio, elezioni che i nazionalisti fiamminghi hanno stravinto. Quindi di fatto De Wever sta appoggiando le misure di austerità chieste dalla trojka e nelle ultime settimane la sua propaganda anti-sindacale si è fatta sempre più serrata, ma badando bene di rimarcare alcune differenze nel suo discorso rispetto a quello di altri esponenti di governo: De Wever si scaglia soprattutto contro gli scioperi che causerebbero un danno di immagine per la città e il suo porto nei confronti degli investitori. Inoltre è ironico il fatto che egli sia anche in stretto contratto e in rapporti di amicizia con Fernand Huts, padrone della enorme società di logistica  Katoen Natie - attiva anche in Italia -, che vorrebbe operare sulle proprie aree portuali facendo a meno proprio della mano d’opera del pool. Questo aspetto è particolarmente rilevante perché dimostra che anche in una delle regioni dove il lavoro nella logistica è più avanzato e organizzato – a differenza dell’Italia, dove impera il modello basato su precarietà lavorativa e bassi salari – le grandi compagnie del settore tentano di imporre la medesima ricetta di precarietà e lavoro deregolamentato.
Va comunque considerato, ma è solo un’ipotesi, che forse il consenso che una formazione come la N-VA è capace di mantenere tra la componente storica del lavoro portuale, anche in questo periodo di proteste, non necessariamente denota superficialità. La miscela di rivendicazione nazionalista – che include elementi di identità come il particolare dialetto parlato ad Anversa, e soprattutto la tradizionale distinzione tra aristocrazia francofona e working class fiamminga – potrebbe essere nel processo di amalgamarsi con l’idea di competitività tra territori e città nello scenario economico globale, idea che certamente ispira l’azione politica di personaggi come De Wever, per i quali lo Stato centrale, più ancora dell’UE, è sinonimo di fiscalità come freno al libero mercato. Un’ipotesi da verificare anche per valutare le reali strategie di molti movimenti separatisti che stanno riemergendo in Europa.
Per continuare a seguire nelle prossime settimane l’evoluzione delle mobilitazioni in Belgio, meritano anche una certa attenzione l’ascesa nelle ultime elezioni del Partito dei Lavoratori Belga (Partij van de Arbeid van België, PVDA / Parti du Travail de Belgique, PTB) di ispirazione marxista, che è riuscito così ad eleggere un proprio rappresentante in parlamento, e parallelamente la nascita, proprio sull’onda delle mobilitazioni contro l’austerity, del movimento Hart Boven Hard, una rete fiamminga di cittadini, artisti, operatori sociali, insegnanti nata con l’intento di organizzare dal basso iniziative comunitarie mirate a inchiodare alle proprie responsabilità e promesse non mantenute i politici eletti. Una strategia quanto mai necessaria in un contesto dove la confusione di interessi economici e retorica populista rischia di riprodurre la guerra tra poveri a tutto vantaggio del solito 1%.

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