Una democrazia a colpi di mouse

Incantati dalla Rete. Internet è il luogo della libertà assoluta. O l’incarnazione del grande fratello. Oppure lo strumento che delegittima i partiti, come sostiene Ilvo Diamanti. Posizioni oppositive, ma convergenti nel rimuovere le dinamiche alla base della comunicazione on line

15 / 1 / 2014

La Rete è il regno della demo­cra­zia dove il potere di deci­sione è nelle mani, par­don, nel mouse del popolo. Ma cosa è que­sta aber­ra­zione? Il web, più che l’eden in Terra, è il luogo dove si sta ucci­dendo la demo­cra­zia. Sono que­ste le posi­zioni che si con­ten­dono la scena da quando Inter­net è diven­tata in Ita­lia, al pari di molti altri paesi euro­pei e non solo, l’habitat emer­gente della comu­ni­ca­zione sociale e poli­tica. Due atti­tu­dini ana­li­ti­che appa­ren­te­mente oppo­si­tive, ma invece spe­cu­lari l’una con l’altra e inca­paci di fare i conti con la dimen­sione «uni­ver­sale» della Rete, di essere cioè un’infrastruttura tec­no­lo­gica che ha ormai inglo­bato i media esi­stenti, favo­rendo l’osmosi di for­mat comu­ni­ca­tivi da un media all’altro, come testi­mo­nia il fatto che la discus­sione on line ha sem­pre più lo stile apo­dit­tico del talk show dove si con­fron­tano posi­zionigià note e che non aggiun­gono niente di nuovo; oppure come i social net­work, più che valo­riz­zare l’incontro tra diver­sità, ali­men­tano la costru­zione di comu­nità vir­tuali sem­pre più auto­re­fe­ren­ziali, negando così la loro sup­po­sta voca­zione «inclu­siva». Inter­net è infatti un «tec­no­si­stema» che non ammette stili enun­cia­tivi diver­si­fi­cati da quelli postu­lati dal senso comune.

Tale realtà non è tut­ta­via una spe­ci­fi­cità ita­liana, ma riguarda sem­pre più la comu­ni­ca­zione sociale, poli­tica den­tro e fuori lo schermo, come ha più volte scritto Evge­nij Moro­zov, stu­dioso sì con­ser­va­tore, ma assi­duo fre­quen­ta­tore della Rete che ha rivolto alla pre­sunte virtù libe­ra­trici del web cri­ti­che cor­ro­sive che meri­tano atten­zione. A par­tire dal suo con­si­glio di guar­dare a Inter­net non come a un luogo «neu­tro», bensì come un luogo attra­ver­sato dalle logi­che di potenza degli Stati e da ormai con­so­li­date stra­te­gie di impresa. E visto che la comu­ni­ca­zione è sia mate­ria prima che la merce che viene pro­dotta, ogni discorso che la riguarda deve pas­sare al vaglio di una ana­lisi di come quella mate­ria prima viene lavo­rata e poi usata, in quanto merce, per fare pro­fitti. Quel che è chiaro è che i con­te­nuti, com­presi quelli poli­tici, sono l’esito di un pro­cesso pro­dut­tivo che vede la dimen­sione poli­tica ridotta a mac­china orga­niz­za­tiva di quel pro­cesso produttivo.

Gli appren­di­sti stregoni

L’Italia, quindi, pre­senta le carat­te­ri­sti­che di un labo­ra­to­rio dove appren­di­sti stre­goni spe­ri­men­tano un uso spre­giu­di­cato della Rete in pre­senza, appunto, di una crisi della demo­cra­zia. Affer­mare che la Rete sia il luogo della demo­cra­zia diretta o il regno in cui, all’opposto, la «mente» di uomini e donne è colo­niz­zata è un’operazione di occul­ta­mento di que­sta realtà. Infatti, più che di demo­cra­zia diretta biso­gne­rebbe par­lare di costi­tu­zioni di reti sociali iden­ti­ta­rie dove la cop­pia «amico/nemico» è resa ope­ra­tiva attra­verso la deni­gra­zione siste­ma­tica dell’Altro. E dove, più che di menti colo­niz­zate siamo in pre­senza di un pro­cesso di espro­pria­zione dei con­te­nuti da parte di imprese eco­no­mi­che. E politiche.

È di lunedì la noti­zia che il Movi­mento 5 stelle ha indetto un refe­ren­dum vin­co­lante per i par­la­men­tari per deci­dere se i migranti «clan­de­stini» deb­bano essere sbat­tuti in pri­gione o in quei post­mo­derni lager che sono i Cie. Gli altri media, gior­nali e tele­vi­sioni, hanno valu­tato varia­mente il fatto che la mag­gio­ranza dei votanti al refe­ren­dum – tutti rigo­ro­sa­mente accre­di­tati come par­te­ci­panti alla vita on line del movi­mento – ha deciso che la clan­de­sti­nità dei migranti non è reato. Pochi edi­to­riali e prese di posi­zione hanno invece sot­to­li­neato che quell’uso della Rete sta alla demo­cra­zia come le isti­tu­zioni mili­tari stanno all’assenza di gerar­chie. Sulla cri­tica a que­sta rap­pre­sen­ta­zione il rin­vio è a quanto hanno scritto, senza pren­dere troppo il largo, Norma Ran­geri e Ales­san­dro Dal Lago su que­sto gior­nale (14 gen­naio). Nello stesso giorno dell’iniziativa refe­ren­da­ria dei pen­ta­stel­lati uno dei gior­nali più dif­fusi in Ita­lia (La Repub­blica del 13 gen­naio) pub­bli­cava una riflessione sulla crisi di fidu­cia degli ita­liani verso lo Stato di una delle sue firme più pre­sti­giose, Ilvo Dia­manti, nella quale la Rete è con­si­de­rata il motore pro­pul­sivo di una dele­git­ti­ma­zione delle forme con­so­li­date della demo­cra­zia moderna – le isti­tu­zioni sta­tali e i par­titi poli­tici -, scam­biando l’effetto con le cause del discre­dito che hanno accu­mu­lato nel tempo.

A col­pire, del testo di Dia­manti, non è il punto di par­tenza (la crisi della demo­cra­zia, appunto), ma la sicu­rezza dell’editorialista, non­ché «stu­dioso della società», nel vedere nella presa di parola — scom­po­sta certo, rab­biosa va da sé, fre­quen­te­mente «popu­li­sta» — il male della demo­cra­zia. Un para­dosso logico — la presa di parola è un atto demo­cra­tico di cri­tica al potere costi­tuito — al quale si era appli­cato già Ari­sto­tele con il risul­tato che il filo­sofo greco con­si­de­rava ine­vi­ta­bile la dege­ne­ra­zione della demo­cra­zia in oli­gar­chia a causa pro­prio di quella indi­stinta presa di parola degli uomini liberi nell’agorà. La dub­bia linea­rità delle forme di governo deli­neata da Ari­sto­tele ha come cen­tro l’agorà, cioè la piazza del mer­cato, uno spa­zio urbano e sociale dove la discus­sione sulla cosa pub­blica con­fi­nava, e spesso si sovrap­po­neva alla gestione degli affari pri­vati. Di que­sta peri­co­losa vici­nanza tra eco­no­mia e gestione della res publica occorre tener pre­sente le con­se­guenze empi­ri­che quando si discute di crisi con­tem­po­ra­nea della demo­cra­zia, dove le le piazze sono diven­tate merce rara e la Rete è un loro potente sosti­tuto. È quindi abba­stanza com­pren­si­bile che nel web si adden­sino pro­prio le dina­mi­che della sfera pub­blica, dove la discus­sione viene ridotta a con­fronto tra indif­fe­ren­ziate ed equi­va­lenti opi­nioni. È que­sto il limite della comu­ni­ca­zione on line più che la paven­tata dele­git­ti­ma­zione dei par­titi poli­tici paven­tata da Dia­manti, che ha ori­gine nella tra­sfor­ma­zione di que­ste isti­tu­zioni inter­me­die tra la società e lo Stato in«dispositivi» che orga­niz­zano, pro­muo­vono e con­so­li­dano la ridu­zione del poli­tico a varia­bile dipen­dente dell’economico.

Dun­que l’economico e il poli­tico hanno nella Rete il punto sul­fu­reo di fusione, tanto che è impos­si­bile distin­guere la pro­mo­zione della discus­sione pub­blica dalla sua gestione impren­di­to­riale – che deve pro­durre cioè pro­fitti – della mede­sima. Il web è dun­que il luogo dove «il con­flitto di inte­ressi» è la costante di chi orga­nizza forum, blog e siti che pro­vano a dare una forma poli­tica isti­tu­zio­nale a movi­menti d’opinione. Una carat­te­ri­stica che non è solo pre­ro­ga­tiva del movi­mento 5 stelle, ma che ha riguar­dato i gruppi di sup­porto ai can­di­dati demo­cra­tici negli Stati Uniti – gli idea­tori di «Move on» sono impren­di­tori della Sili­con Val­ley, men­tre uno degli ani­ma­tori della cam­pa­gna elet­tore di Barack Obama, Chris Hughes, è stato anche uno dei fon­da­tori di Face­book– o ai movi­menti d’opinione in molti paesi dell’Est Europeo.

La Rete, in quanto «medium» che ingloba i media old style in crisi di cre­di­bi­litàcome la tele­vi­sione, è quindi il luogo dove pre­ci­pita una crisi della demo­cra­zia ori­gi­nata fuori dallo schermo e dove pren­dono forma via di uscita da quella stessa crisi. In tempi non sospetti Colin Crouch, uno stu­dioso che non ha mai nasco­sto le sue sim­pa­tie per il par­tito labu­ri­sta inglese, hascritto che i regimi poli­tici con­tem­po­ra­nei hanno assunto sem­pre più una carat­te­ri­stica post­de­mo­cra­tica, sono cioè regimi che garan­ti­scono le libertà fon­da­men­tali – que­sto vale per l’Europa e gli Stati Uniti, per altre lati­tu­dini il discorso è meno lineare – ma sta­bi­li­scono impal­pa­bili e tut­ta­via insor­mon­ta­bili bar­riere d’ingresso ai movi­menti che vogliono tra­sfor­mare i rap­porti sociali. Nella rete si ha dun­que il riflesso di tale muta­mento. Ilvo Dia­manti rimuove tutto ciò. E nel fare que­sto, non si accorge che è la ridu­zione del poli­tico a varia­bile dipen­dente dell’economico a ren­dere la demo­cra­zia diretta l’espressione più get­to­nata per qua­li­fi­care le rela­zioni sociali e poli­ti­che den­tro Inter­net, pre­sen­tan­dole come alter­na­tive a quelle «dominanti».

Il ritorno dei trolls

Una demo­cra­zia diretta che irride alla media­zione, men­tre il con­senso è cer­cato solo tra i simili. A ogni voce dis­so­nante sono così riser­vati l’invettiva e il tur­pi­lo­quio, feno­meni che sono stati sem­pre pre­senti in Rete — i flame, i fake, i trolls sono forme spe­ci­fi­che di deni­gra­zione che pun­tano a can­cel­lare ogni dia­let­tica tra punti di vista diversi. Una logica «iden­ti­ta­ria» che ali­menta la stan­dar­diz­za­zione e le sem­pli­fi­ca­zioni delle posi­zioni in campo, cioè le carat­te­ri­sti­che tanto abor­rite dei media old style. Sol­tanto che, a dif­fe­renza della tele­vi­sione e dei quo­ti­diani della carta stam­pata, non c’è una regia pre­po­sta, né un con­dut­tore, bensì la defi­ni­zione di dif­fuse tec­no­lo­gie del con­trollo. Più che com­bat­tere un grande fra­tello, la demo­cra­zia diretta della Rete è la mani­fe­sta­zione di dieci, cento, mille pic­coli fra­telli che sor­ve­gliano, inter­ven­gono allor quando un «alieno» approda in un sito, un blog che fa parte di un’impresa poli­tica che ha defi­nito i nemici e con­tem­pla solo osse­quiosi amici.

È que­sta una appros­si­ma­tiva feno­me­no­lo­gia della Rete che con­si­dera impor­tante la cri­tica del «tec­no­si­stema» rap­pre­sen­tato dal Web come un com­pito urgente, per non rima­nere ingab­biati tra una visione apo­ca­lit­tica e una visione inte­grata della Rete. Le tesi dei tanti disin­can­tati della rete — tra i quali anno­ve­rare stu­diosi come Nicho­las Carr, Jason Lanier e i molti ful­mi­nati sulla via di Dama­sco e diven­tati, da entu­sia­sti agit prop della nefa­sta uto­pia della Rete come regno della libertà, detrat­tori della vita on line – o quelle ancora incan­tante da Inter­net (Clay Shirky, Dan Tap­scott o Howard Rhein­gold) impe­di­scono di cogliere quel con­ti­nuo pro­cesso di espro­pria­zione dei con­te­nuti com­piuto in nome della demo­cra­zia diretta o del libero mer­cato. A que­sto punto, più che par­lare di grande fra­tello o della libertà asso­luta costi­tuita da clic­care mi piace sui social net­work o di sca­ri­care il pro­prio risen­tito in un com­mento, occorre vol­gere lo sguardo su come ven­gono costi­tuite le «nuvole» di dati, come ven­gono assem­blati i big data che ren­dono la vita un pro­filo da ven­dere al miglior offe­rente. E que­sto non riguarda solo le major della Rete come Goo­gle o Face­book, ma anche quelle imprese poli­ti­che che vogliono rap­pre­sen­tare «l’inverno del nostro scontento».

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