La corsa all’oro digitale - Strumenti contro il nuovo estrattivismo globale

19 / 11 / 2019

Per noi nate a cavallo tra la fine degli anni '90 e gli inizi del 2000, cresciute dopo le straordinarie stagioni di mobilitazione nelle quali le voci di un’intera generazione venivano trasmesse dalle Radio Libere e le intelligenze collettive si univano per creare un’esperienza di avanguardia come Indymedia, l’uso di Facebook è sempre stato parte del nostro agire politico, dalla creazione di immaginario agli aspetti organizzativi. Per questo il dibattito a seguito dalla censura delle pagine legate alla Resistenza delle compagne e dei compagni del Rojava ci è sembrato, oltre che particolarmente stimolante, una buona occasione per inserire un tassello fondamentale nelle analisi dell’attuale sistema capitalistico-estrattivista, soprattutto in un'ottica generazionale.

La nostra riflessione parte dal presupposto di avere molte più domande che risposte, ma crediamo anche che le risposte abbiano bisogno di un processo graduale, sperimentale e collettivo, che sia in grado di mettere in moto quel meccanismo di rottura che forse fino a questo momento è mancato.

La più grande mistificazione da smascherare è, a nostro parere, quella che riguarda la "gratuità di Facebook": il fatto di non pagare un'iscrizione dà l'illusione di poter accedere gratuitamente e liberamente ad una serie infinita di servizi forniti dalla piattaforma. Niente di più falso: il costo reale è l'estrazione dei nostri dati personali, delle nostre preferenze, dei nostri gusti, il furto delle nostre interazioni virtuali. La nuova frontiera degli investimenti delle grandi multinazionali va proprio in questa direzione. Il pericoloso gioco della finanza si sviluppa tutto intorno al terreno delle possibilità di profitto che possono portare i dati di più di un miliardo di persone e la corsa all’appropriazione di quest’oro digitale è sfrenata: governi, aziende private, multinazionali, polizia, servizi segreti sono tutti attori affamati di informazioni il più precise possibile in modo da poter operare un controllo ed una repressione sempre più pervasivi. Facebook è senza dubbio lo strumento strategico per eccellenza utilizzato dai cosiddetti anarco-capitalisti o libertariani. 

Questa ideologia deriva da numerose correnti politiche che a partire dagli anni Sessanta del Novecento, si pongono come obiettivo la realizzazione della libertà individuale attraverso il libero mercato e tutto ciò che si frappone tra il naturale diritto alla proprietà privata e l’individuo, è da considerarsi istituzione oppressi vada eliminare. La libertà individuale diventa quindi garantita solo e unicamente dagli scambi commerciali deregolamentati e dall’accumulazione di beni. È risaputo che Facebook e altri social network sono gestiti e finanziati proprio dai maggiori esponenti anarco-capitalisti statunitensi. 

Emblematico è il caso di Peter Thiel, tra i maggiori finanziatori del social network che attualmente detiene il 3% dell’impresa a titolo personale. Inutile dire che nei processi decisionali della multinazionale è probabilmente l’uomo che più può esercitare il proprio potere e che si fa portatore del così detto darwinismo tecnologico in cui vince chi riesce ad utilizzare la tecnologia nel modo più adatto e funzionale, paradigma alla base dell’individualismo più sfrenato che di fatto rende la pervasività capitalista ancora più efficace.

Non a caso, stanno nascendo nelle università corsi di laurea e master in analisi dei Big Data e quella del "data scientist" che è definita la professione del XXI secolo. Oltre alle ricerche su Amazon e Google, Facebook è senza dubbio il bacino di dati più grandi al mondo. 

Una questione sulla quale interrogarci indubbiamente è quindi quanto vogliamo rendere, individualmente e collettivamente, la vita ulteriormente facile alle multinazionali, alle imprese ed ai governi attraverso una iper-condivisione delle nostre vite/passioni/desideri fin negli aspetti più intimi.

Se quindi smascheriamo la farsa della gratuità di Facebook, c'è da chiedersi: il prezzo che paghiamo è solamente legato al furto dei nostri dati per fini politici e/o commerciali? A nostro parere no. L'impatto che i social media hanno sulla creazione di immaginario è incredibile e non ha nulla a che vedere con la costruzione di una società rivoluzionaria e ancor meno con la produzione di soggettività autonome slegate dalle politiche neo-liberali. Al contrario ci sembra che Facebook, come in una macchina, funga da olio per il grande motore capitalistico: la coscienza collettiva diviene funzionalmente prodotta e riprodotta secondo le logiche di mercato. Le imprese digitali traggono profitto dalla monetarizzazione della naturale cooperazione sociale e dalla sussunzione reale della società selezionando informazioni e persone, secondo i criteri di un nuovo mercato e di nuove gerarchie di potere. 

Siamo dunque di fronte a dispositivi di produzione di reddito e di controllo/sorveglianza mediati da algoritmi e big data's, che costituiscono la trama sofisticata per la produzione e/o l'appropriazione di valore da parte del biopotere. Questa contraddizione a nostro parere fa emergere un terreno di lotta e rivendicazione riguardo alla possibilità di erogare un reddito di base a tutti i prosumers (consumatori-produttori) che utilizzando Facebook e altri social network producono capitale che, però, non viene distribuito egualmente ma va direttamente nelle tasche di pochi gestori, non a caso tra i più ricchi del mondo.

Se siamo consapevoli che non sia Facebook ad aver indebolito le reti sociali reali, le comunità e le relazioni, è anche vero che illusoriamente risolve queste problematiche, catalizzando dei potenziali focolai di lotta: la solitudine viene riempita dai tanti amici online, dalla quantità di connessioni e messaggi, l’inadeguatezza dalla creazione di un'identità riconosciuta e apprezzata dagli altri utenti, l’insicurezza da una sensazione di protezione, controllo e trasparenza. 

Il tema dell’identità è cruciale, basti pensare alla prima operazione che Facebook richiede all’utente: una definizione binaria del genere di cui si fa parte. Come le lotte femministe ci insegnano, il genere è una costruzione sociale ed artificiosa, derivante da secoli e secoli di impostazione patriarcale, secondo la quale il maschio, bianco, etero, ricco gode di una posizione privilegiata e perpetua un potere gerarchico e autoritario. 

Zuckemberg, non a caso, corrisponde a queste caratteristiche e lui stesso ha affermato che “You have one identity[…] Having two identities for yourself is an exemple of lack of integrity”. In fondo non c’è da stupirsi se consideriamo che l’intero funzionamento del social network è dato dalla trasparenza richiesta agli utenti; un’identità chiara e precisa è necessaria per non ingannare sé stessi e gli altri, Facebook diventa così anche paladino della ricomposizione identitaria che il mondo capitalistico ha sempre più frammentato dalla competitività e dallo sfruttamento. Senza identità definita non c’è comunicazione. Noi pensiamo che questa artificiosa costruzione ontologica sia in realtà funzionale, anche in questo caso, alla lubrificazione del mercato-motore: le pubblicità personalizzate, i prodotti su misura, le statistiche si nutrono e riproducono soggettività sempre uguali a sè stesse in modo da poter perfezionare sempre più le previsioni di mercato. Non a caso il sistema di mutuo-riconoscimento veicolato da likes e condivisioni tende a premiare e visibilizzare identità ben precise che corrispondono a canoni ed immaginari stigmatizzati, creando un meccanismo di normalizzazione che si auto alimenta. In quanto donne cresciute con i social network, non possiamo ignorare l’impatto che hanno avuto nella nostra formazione gli standard di bellezza ed il disciplinamento operato sui nostri corpi da essi. I movimenti femministi mondiali sono stati abili nell’usare lo strumento per portare alla luce contro-narrazioni, soggettività, esistenze altre fino ad ora invisibilizzate e sicuramente i social media hanno contribuito alla conoscenza delle pratiche e delle lotte dei movimenti femministi nel mondo. 

Nel “fenomeno FREEDA” abbiamo visto però come sia stata pervasiva la strumentalizzazione delle tematiche e delle rivendicazioni femministe nella creazione di brand, attraverso sponsorizzazioni e pubblicità di prodotti che fanno riferimento al “girl power”, trasformando in moda ad uso delle multinazionali occidentali un messaggio rivoluzionario in grado di scuotere le fondamenta del sistema capitalista patriarcale (la stessa H&M ha prodotto una linea di magliette con lo slogan “I’m femminist”). La presenza di un movimento reale transnazionale è l’unica garanzia e limite alla normalizzazione e sussunzione del discorso transfemminista da parte del capitalismo produttivo. 

In questo rapporto dialettico, l’unica differenza la fa la portata delle forze reali in campo: Facebook è e resta uno strumento nella misura in cui gli strumenti della comunicazione politica sono diversificati, quando si riesce a non farlo diventare l’unica piattaforma rivendicativa, quando discorsi complessi vengono affrontati oltre e fuori ad esso. 

Noi crediamo che le relazioni, qualsiasi esse siano, abbiano bisogno di processi (mai semplici o unidirezionali) che derivano da un continuo gioco di mediazione, fiducia, tempo e riconoscimento, tutti elementi che Facebook cerca di minimizzare creando un ecosistema non favorevole alla nascita di rapporti slegati dalle logiche gerarchiche e cristallizzando invece una socialità superficiale, inconsistente, asettica e riproduttrice di disuguaglianze. È più facile accendere il computer e lo smartphone e connettersi ad altre centinaia di persone piuttosto che comunicare con tutto il corpo. Il fenomeno della de-corporeizzazione è oggetto di numerosi studi e critiche soprattutto dal pensiero femminista in quanto l’uso sfrenato dei social avvierebbe una vera e propria mutazione antropologica sviluppando il senso della vista a discapito degli altri, fondamentali per la costruzione di forme alternative di vita attraverso modalità creative di espressione, rappresentazione e riconoscimento empatico dell’Altro. 

La supremazia visiva è una modalità di controllo e disciplinamento, come afferma Elena Midolo: “[…] all’interno del paradigma epistemologico della tradizione oculocentrica il soggetto è invariabilmente posizionato o nel ruolo di spettatore che domina oppure in quello dell’oggetto osservabile, sottomesso allo sguardo del potere”. 

L’empatia e il sentimento di cura dovrebbero essere alla base dei processi rivoluzionari, del riconoscimento interpersonale e della decostruzione dei paradigmi funzionali al mantenimento dell’egemonia del mercato: individualismo, competitività, sfruttamento, razzismo, sessismo, egoismo. 

Pensiamo sia quindi fondamentale sottrarre a Facebook un ruolo creatore e decostruire a partire da noi la necessità (imposta) di trovare un posto nel mondo al di fuori delle relazioni reali e collettivamente costruite. 

Se quindi riconosciamo in Facebook uno strumento tra strumenti, come tale dobbiamo essere in grado di utilizzarlo: lanciamo qui l’idea di una guida pratica interattiva e comune per un uso politico e decostituente dei nostri singoli profili e delle pagine di movimento. Come insegna la miglior tradizione degli Hacker, il primo passo per combattere un dispositivo di controllo è sfuggire al controllo stesso, per quanto possibile: nomi in codice, vie alternative di comunicazione, alfabeti criptati, potrebbero essere alcune delle tante modalità di riappropriazione collettiva di una ‘’comunità digitale’’ indipendente. Pensiamo che, però, non sia sufficiente sottrarsi al controllo del biopotere in quanto crediamo nelle pratiche costituenti, affermative e propositive. Pensiamo sia fondamentale promuovere iniziative di autoformazione critica e dal basso in modo da sottrarre il ruolo pedagogico di Facebook. Un boicottaggio di massa di potrebbe lanciare un messaggio, ma sarebbe un grosso errore di strategia politica. Pratichiamone la gratuità appropriandoci di nuove forme di linguaggio, diversifichiamo i nostri canali per aumentare il nostro potere di insinuarci nelle pieghe e nelle crepe del capitalismo.

Riferimenti bibliografici:

-Elena Midolo, ‘’ Sound matters: orizzonti sonori della cultura contemporanea’’

-Ippolita: ‘’Nell’acquario di Facebook’’

-Data Error per GlobalProject.info: ‘’"Fotti la censura!". I movimenti e la questione digitale: un primo sguardo complessivo.’’

-Aria Stark per Dinamo Press: ‘’Ecco cosa c’è dietro Freeda’’

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