In mostra al Reina Sofia di Madrid

The Potosì Principle

Una riflessione postcoloniale su capitalismo e arte

Utente: lowrider
8 / 7 / 2010

Potosì è una città boliviana, nel sedicesimo secolo divenne famosa per le sue miniere d’argento. Al tempo più popolosa di Londra, era un’inesauribile fonte di ricchezza per la corona di Spagna.

A Potosì la rapacità del colonialismo si manifestò attraverso lo sfruttamento e la morte di decine di migliaia di Indios impiegati come minatori.

Questa vicenda, drammatica e decisiva al tempo stesso, fornisce lo spunto di partenza per la mostra “The Potosì principle. How shall we sing the Lord's song in a strange land”, visitabile in questi giorni al museo Reina Sofia di Madrid.

La città Boliviana è scelta, in chiave postcoloniale, come una sorta di “buco della serratura” da cui scorgere l’esistenza di una modernità alternativa.  Una modernità non europeo-centrica, altra rispetto a quella che affonda le proprie radici nella razionalità illuministica. Una modernità espansa che allarga la portata geografica dell’accumulazione originaria dalle enclosures inglesi fino alle coeve colonie europee in Sudamerica.

E’, quindi, il carattere coloniale del capitalismo a finire sotto la lente dei curatori e degli artisti in mostra. Un carattere spesso ignorato non solo dal punto di vista politico-economico, ma anche dal punto di vista culturale. Non a caso, la mostra invita ad una riflessione intorno al ruolo dell’arte contemporanea.

Se le arti figurative (controriformate dopo il Concilio di Trento) ebbero un ruolo fondamentale nell’ “educazione” coloniale degli Indios, ancora ai giorni nostri l’arte sembra spesso legittimare operazioni all’interno di geografie in cui si scorge all’opera il carattere violentissimo dell’accumulazione originaria capitalistica. Infatti,  pur nell’ovvia osservazione di un cambiamento di modello produttivo, sappiamo che in alcune parti del mondo finanziarizzazione e schiavitù convivono. Pensiamo ad esempio alla Cina ma, in maniera ancora più chiara, ad Abu Dhabi, dove migliaia di migranti del sud-est asiatico costruiscono, in regime di semi-schiavitù, la grande isola che dovrà ospitare le succursali locali del Louvre e della fondazione Guggenheim.

Ma una mostra non deve diventare la versione 3D di un trattato sociologico, dunque l’architettura di “The Potosi Principle” non risponde ad una cronologia lineare, né ad un ordinamento spaziale dai confini certi. Storia e presente si accavallano, America ed Europa formano un intreccio in cui si mostrano similitudini e differenze tra dispositivi di dominio, resistenze, soggettività ed ibridazioni.

La mostra è pensata spazialmente su più livelli. Come in una città vera e propria, impalcature da cantiere mimano edifici in cui lo spettatore entra, sale, sosta ed esce.

Una piccola guida alle opere in mostra funziona da bussola e aiuta l’orientamento all’interno della georgrafia concettuale dell’esposizione.

La  mostra si distingue immediatamente per la scelta di esporre opere storiche datate Diciottesimo e Diciannovesimo secolo , provenienti da diversi musei boliviani, a fianco di una serie di lavori contemporanei.

In alcuni casi, i curatori hanno spinto gli artisti contemporanei ad un confronto diretto con le opere storiche.

Un esempio? “Las novicias” è un dipinto anonimo del diciottesimo secolo, in cui due padri benestanti conducono le proprie figlie in convento per vedersi assicurato il paradiso (e un proficuo rapporto con le gerarchie ecclesiastiche locali). Di fronte al quadro, l’artista Maria Galindo (Mujeres Creando) ha reinterpretato la scena antica ponendo al centro dell’attenzione l’utilizzo del corpo della donna come bene di scambio, sottolineando quanto il patriarcato fosse un segno di continuità tra conquistati e conquistatori. Il risultato è un video intitolato. “Ave Maria, llena eres de rebeldia” (2010).

Cambiamo tema e anno e segnaliamo un’installazione di Leon Ferrari sul rapporto tra le due sponde dell’Atlantico durante gli anni della Conquista. La particolarità di quest'opera, intitolata "V Centenario de La Conquista" (1992), è che appare danneggiata. Venne infatti “assaltata” da un gruppo di fondamentalisti cattolici nel 2004 in Argentina.

Il collettivo russo Chto Delat, dal canto suo, propone un musical irresistibile in cui si sottolinea il ruolo dell’artista nella glorificazione delle oligarchie ecclesiastiche ed economiche nella Russia putiniana.

Marcelo Esposito, con un video a doppio canale, sviluppa il tema dei “buchi neri” nella transizione democratica spagnola dal Franchismo alla democrazia.

“The Potosi Principle” dunque, è l’ennesima riprova di una politica culturale coraggiosa che porta la firma  di Manolo Borja, direttore del museo, di Jesus Carrillo e di tutto lo staff. Del resto Borja, prima di passare al Reina Sofia, era stato l’animatore del MACBA di Barcellona. Dalla Catalogna fino a Madrid, la continuità non è limitata al solo programma di esposizioni, ma si manifesta anche nello un stretto rapporto con i movimenti sociali e con alcuni gruppi legati alla produzione di pensiero critico. Certo, questo aspetto pone sul piatto una serie di problemi quali il rapporto tra istituzione artistica e attivisti, tra museo e movimenti sociali. Questioni che rimandano alla necessità di non dimenticare quanto l'arte contemporanea possa presentarsi quale luogo di cattura finanziaria di contenuti sovversivi. Ciononostante, dalla nostra prospettiva italiana, priva di grandi istituzioni culturali che sappiano esprimere una politica culturale minimanete coraggiosa, ci permettiamo di invidiare un poco i problemi dei nostri amici Iberici.

Un ultima menzione, dovuta, ai curatori della mostra. Andreas Siekmann, Alice Creischer e Max Jorge Hinderer. A loro va il merito della realizzazione di un progetto ambizioso. Una scelta curatoriale "di parte "  declinata senza mai appiattire la mostra, senza mai relegare i lavori esposti al ruolo di illustrazione di una qualche teoria politica.  

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