Territori migranti, spazio e controllo della mobilità globale

16 / 10 / 2009

Il territorio non è la terra, ma «può essere meglio pensato come un tipo di commitment reciproco tra le persone, cioè come forma di narrazione e descrizione dei reciproci impegni e delle definizioni delle relazioni che i diversi soggetti intendono perseguire, attribuirsi o riaffermare». Partendo da questa concezione non naturalistica di territorio, Andrea Mubi Brighenti analizza il fenomeno migratorio evidenziando gli aspetti relazionali e, dunque, generativi che i migranti innescano rispetto alle strutture giuridico-amministrative dei paesi con cui entrano in rapporto. Si forma così un «pluralismo giuridico» non solo formale, ma soprattutto materiale, fatto di procedure ufficiali e non, di rapporti personali e collettivi, che rendono evidente il rapporto tra le forze in campo.  Rapporto sicuramente asimmetrico, ma non per questo meno intenso. E non solo perché il diritto è un apparato dello Stato e, oggi, anche uno strumento che le corporations della globalizzazione utilizzano per ribadire e conservare la subordinazione del lavoro vivo alle esigenze del capitale, ma soprattutto perché, in un'accezione appunto meno formalistica, «ciascun soggetto, anche il più deprivato e marginalizzato contribuisce in realtà alla definizione del territorio su cui si trova», attraverso una serie molto ampia di pratiche sociali e politiche, economiche e culturali.     

Le legislazioni nazionali e continentali risentono di questa lotta quotidiana prodotta dai corpi migranti e, nonostante le tendenze repressive e xenofobe che stanno assumendo un po' dovunque, esse vanno lette come forme di assestamento continuo del complesso rapporto tra l'indice di sfruttamento del capitale globalizzato e le forze che i migranti esercitano strutturalmente all'interno dei processi di produzione del plusvalore attraverso pratiche di resistenza ma anche di trasformazione dei processi. Questo movimento di «territorializzazione» e «deterritorializzazione», termini che Brighenti mutua da Deleuze, fa del territorio un «evento», perché istituisce e destituisce, genera e distrugge, ma anche disloca e gerarchizza le frontiere che non sono solo quelle geografiche, ma ancor di più quelle interne ai territori: frontiere di esclusione (i permessi di soggiorno legati al lavoro, ad esempio), ma anche di solidarietà, frontiere di osmosi tra alterità e ovviamente nuove frontiere giuridiche. I territori risultano così sovrapposti, mentre i luoghi diventano «intersezioni di relazioni sociali a diversi livelli di scala», autentici crocevia produttivi di nuovo tessuto sociale e di nuovi legami.    

La migrazione «ha in se stessa un potenziale liberatorio» al di là delle troppo facili e manichee opposizioni tra «structure e agency, cioè fra la portata strutturale, anonima, meccanica, e quella propriamente soggettiva, agente della migrazione», che portano a costruire le figure stilizzate del migrante come vittima o come eroe. Al di là dei riduzionismi, il libro di Brighenti ha il merito di porre l'accento sulla capacità che il movimento dei corpi in quanto tali ha di trasformare i luoghi e, di conseguenza, anche gli immaginari sociali e politici di coloro che li abitano, saltuariamente o meno. I territori producono identità e sono fatti di relazioni: essi, dunque, non solo sono «in divenire», ma sono anche strutturalmente «eterogenei quanto lo sono i soggetti che vi abitano e i suoi confini sono segni negoziabili»: per quanto capace di determinare pesantemente le vite, la società non è un tutto compiuto, perché «ciò che l'estraneità segna è l'impossibilità definitiva della ricomposizione di una comunità onnicomprensiva che coincida con l'intero sociale».     

Ci sono sempre margini per la lotta, interstizi e vuoti in cui esercitare la propria forza spinti dal desiderio del cambiamento, come Egidio Monferdin, un militante da poco scomparso e che di migrazioni e migranti si è occupato non ha mai smesso di mostrarci.

Fabio Raimondi

da Il Manifesto, 14 ottobre 2009

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