Respirare nebbia e dolore

Bassa pianura padana, oggi: la convivenza degli abitanti con allevamenti intensivi che inquinano l’aria causando ogni anno decine di migliaia di morti premature.

4 / 3 / 2021

Esistono migliaia di storie individuali di esperienze collettive che ignoriamo quasi completamente. Esistono protagonisti senza nome sparsi in diverse parti del mondo, seminati in diversi momenti storici, tutti però accumunati dal vivere sulla propria pelle oppressioni e lotte che noi in genere ascoltiamo o leggiamo distrattamente sui media, ma che per loro sono realtà concretissime. Questa serie di racconti brevi ci trascina nel mondo quotidiano di queste persone e, attraverso i loro ricordi, frammentati e incompleti come quelli di tutti, ci permette di ricostruire la loro storia e di approfondire contesti lontani dalla nostra conoscenza diretta. La diciottesima puntata della rubrica "Suture, a cura di Valeria Andreolli.

Reggi saldamente il volante con le mani sudate dentro ai guanti neri, mentre con il piede destro tieni premuto l’acceleratore. Il freddo comincia ad insidiarsi furtivamente nelle fessure della tua giacca, segno che la stagione in cui la terra si ghiaccia e respinge il flaccido fertilizzante di cui tu la stai omaggiando è alle porte. Tra qualche settimana non ti saranno più permesse queste uscite mattutine su campi vasti e desolati a bordo del tuo trattore.

Il tuo passaggio lascia dietro a sé una scia molle e viscida di merda e piscio confezionati dagli innumerevoli stomaci gonfi delle mille e più vacche che ogni giorno fate ingrassare con il foraggio che cresce su questi stessi campi che ora stai imputridendo. 

L’odore, violento ed insopportabile, del liquame appesta l’abitacolo e ti entra nelle narici. È un odore a cui non ci si abitua mai, come ti ricordano ogni anno gli abitanti della zona che si presentano davanti all’allevamento a lamentarsi della puzza. Si annida nel naso e non te ne liberi mai veramente. I primi tempi in cui guidavi il trattore e davi da mangiare alle mucche ti piaceva quasi, ti rimandava a immagini della campagna, alle scene di vita rurale e contadina della tua infanzia. Poi però hai dovuto imparare che ad entrarti nelle narici non è solo questo tanfo terribile. Quella melma marrone e gelatinosa ha un’altra arma, invisibile ma potentissima, con cui ammorbare l’aria. Si chiama ammoniaca e non lascia traccia apparente di sé, ma quando, grazie a te, viene liberata nell’atmosfera si sposa ad altre sostanze che hanno nomi difficili, da pozione magica, che purtroppo hai dovuto imparare, nomi come ossidi di azoto e zolfo. È questo cocktail micidiale che dà vita alle temibili polveri sottili di cui i tuoi polmoni a malincuore si cibano e di cui si riempiono la bocca i giornalisti in televisione ogniqualvolta riceviamo l’ennesima sanzione dall’Unione europea per aver sforato i valori limite sulle concentrazioni di particolato nell'aria.

I dischi rotanti sul rimorchio che traini continuano a seminare liquame sul campo. Sei consapevole che stai sganciando bombe il cui gas cancerogeno e letale viaggerà per chilometri e chilometri attraversando paesini semi-dimenticati e cascine in disuso senza incontrare nessun ostacolo, perché la vastità e la piattezza di questa pianura sono la sua condanna. Incastonati tra montagne che impediscono ad ogni soffio di vento di raggiungervi, siete perennemente imprigionati in una nebbia fitta e crudele che vi avvolge corpo e mente. È proprio questa nebbia, e tutto quello che essa custodisce tra le sue goccioline immobili ed appiccicose, l’unica prova semi tangibile del danno che stai facendo. E questa consapevolezza non ti dà tregua. Non ti dà tregua nonostante tu sappia che non hai altra scelta, che non puoi auto-flagellarti per il lavoro che fai, perché hai bisogno di lavorare, come tutti, e vent’anni fa, grazie ai soldi piovuti da Bruxelles, sei stato assunto qui, in questa cittadella abitata da ruminanti a quattro zampe, per prenderti cura di loro giorno dopo giorno.

Quando cominciasti, eri convinto che le uniche vittime del settore di cui stavi entrando a far parte sarebbero stati gli animali sacrificati per il piacere dei vostri palati. Negli anni hai dovuto però imparare che c’erano anche altre vittime, anatomicamente più simili a te. Lo hai imparato sulle lacrime versate per una di queste: tua moglie. Con il tempo la tosse che rimbombava nelle stanze di casa vostra si era fatta sempre più ingombrante e catarrosa, e le scale erano diventate un ostacolo quasi insormontabile, saliva qualche gradino e si ritrovava senza fiato, si premeva il torace dicendo che le mancava l’aria. Il medico che alla fine si era decisa a visitare le aveva spiegato che le pareti dei suoi bronchi si stavano facendo sempre più spesse e che quindi l’aria aveva difficoltà ad attraversarle. Erano state le ultime parole che il medico aveva pronunciato mentre vi accompagnava alla porta che ti avevano acceso qualcosa in testa: “viviamo in una terra dove l’aria è malata e, di conseguenza, ci ammaliamo anche noi”. Fu in quel momento che tracciasti per la prima volta un nesso tra la puzza che contribuivi a spargere nell’aria e i polmoni di tua moglie. Un nesso che trasformava ogni suo colpo di tosse in una pugnalata nel tuo petto, fino a quando l’ossigeno, che per tutti quegli anni era riuscito faticosamente a farsi strada e irrigare tutti i tessuti del corpo minuto e debole della persona che ti era stata accanto per anni, non era riuscito più a raggiungere il cuore.

Dai un’occhiata rapida alla fotografia sbiadita e umidiccia appiccicata al cruscotto. È il ritratto di una donna con i capelli biondi e le guance tonde che sorride e non ha alcuna somiglianza con il volto sciupato e freddo che hai accompagnato al cimitero un giorno di fine ottobre come oggi, che è giunto troppo presto nella linea temporale delle vostre vite.

Abbassi la levetta che mette a riposo quei dischi rotanti bramosi di liberarsi di quanti più escrementi possibili e giri il volante a sinistra pronto ad infettare una nuova striscia di terra umida e inerme.

** Pic Credit: da web

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