Reggio Emilia alla rovescia: La scuola e le rose

Contributo di Altre Scuole Possibili

17 / 4 / 2015

“Non c’è dubbio che in una democrazia, se si vuole che la democrazia prima si faccia e poi si mantenga e si perfezioni, si può dire che la Scuola a lungo andare è più importante del Parlamento e della Magistratura e della Corte costituzionale.”

 Piero Calamandrei 

Nel 1950 Calamandrei tenne un discorso sulla scuola con il quale metteva in guardia i cittadini da un pericolo che avrebbe potuto far collassare l’allora giovane democrazia. Bisognava assolutamente evitare, diceva lui di “rovinare le scuole di Stato, impoverire i loro bilanci, ignorare i loro bisogni, attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private, non controllarne la serietà, dare alle scuole private denaro pubblico”. Negli ultimi 20 anni governi dei destra e di sinistra hanno reso quel pericolo una drammatica realtà. La scuola descritta dalla nostra Costituzione non esiste più, tali sono i tagli massicci fatti agli investimenti nella scuola statale (ma non i sostegni alle scuole private), alle risorse umane, al tempo, alle discipline, al diritto allo studio. Arrivati a questo punto, quali sono gli obiettivi del DDL che Renzi ha presentato poche settimane fa? Il filo conduttore della Buona scuola è evidente sin dal titolo e dai primi articoli: il potenziamento dell’autonomia significa “rafforzare la funzione dei dirigenti scolastici” (DS) (art. 2) che diventano “responsabili […] delle scelte didattiche e formative, della valorizzazione delle risorse umane e del merito dei docenti” (art. 7). Il decreto Bassanini in verità prevedeva che solo nel rispetto dei poteri degli organi collegiali i DS avessero poteri di direzione, coordinamento e indirizzo, ma di fatto negli ultimi anni questi hanno scavalcato gli organi collegiali, arrogandosi addirittura il diritto di deciderne (e cancellarne) le competenze e i ruoli, giungendo a deligittimarne le votazioni o a non applicarle. Con questo DDL, che contiene anche una delega sulla riforma degli organi collegiali, il disegno arriva a compimento, sancendo quella che finora era una “cattiva pratica”, ovvero assegnando ai DS supremazia giuridica anche in campo didattico e formativo. I nuovi postulati su cui la Buona scuola renziana si fonda sono: competizione, valutazione standardizzata, controllo, privatizzazione, omologazione, obbedienza, precarizzazione, digitalizzazione. Il controllo è affidato a una vera e propria schedatura: curriculum dello studente e portfolio dell’insegnante (capo IV); il punteggio e il merito verranno stabiliti dalle prove Invalsi, condizionando l’intero percorso didattico-formativo-valutativo, ora non più prerogativa dei docenti, perché sostanzialmente indirizzato all’addestramento ai quiz. Tutti i docenti saranno chiamati a competere tra loro se vorranno ottenere punteggio e quindi incentivi economici, incentivi che i DS assegneranno sulla base dei risultati dell’insegnamento (quiz invalsi o obbedienza al capo dell’Istituto?). Ci sarà quindi (così auspica chi questo DDL ha voluto e progettato) una corsa ai crediti formativi, didattici e professionali. Gli insegnanti saranno inseriti in albi territoriali organizzati per gradi di istruzione e classi di concorso. Negli albi confluiranno tutti i neoassunti, ma anche i docenti già di ruolo in mobilità, quindi tutti quelli che faranno domanda di trasferimento o che saranno dichiarati soprannumerari a partire dall’a.s. 2015/2016. Tutti gli incarichi saranno triennali, ovvero addio alla stabilità del posto di lavoro, che è anche il presupposto della continuità didattica. Il rafforzamento del potere dei DS permetterà loro non solo di assumere gli insegnanti “a chiamata diretta” per tre anni, ma anche di decidere, allo scadere del contratto, se rinnovarlo o meno. Inoltre, i DS potranno proporre l’incarico anche a docenti di altre scuole accaparrandoseli magari offrendo premi di merito, in un’ottica di competizione tra le scuole. Tutto questo non accadrà sulla base di dati oggettivi (anzianità o continuità di servizio, titoli), ma sulla base della valutazione discrezionale dei DS, i quali dovranno solo pubblicarne criteri e motivazioni, che quindi potranno essere diversi da scuola a scuola. In caso di valutazione negativa (a loro insindacabile giudizio), i DS potranno ricollocare il docente “bocciato” negli albi territoriali, con una conseguente precarizzazione anche degli insegnanti di ruolo. È un meccanismo molto simile al contratto a tutele crescenti del settore privato. Le grandi lobby dell’informatica faranno contratti con gli istituti per portare i loro prodotti digitali; basti pensare che il sottosegretario all’istruzione Faraone esplicitamente ha invitato gli imprenditori del digitale ad investire nel “brand” scuola! Infine, le agevolazioni fiscali. Le scuole-aziende dovranno competere sul mercato anche a caccia di finanziamenti: le imprese private, i genitori… potranno destinare il 5 per mille anche alle scuole, sia statali che paritarie. È facile immaginare che le scuole private imporranno tale donazione per ridurre i costi delle iscrizioni. Tra le scuole pubbliche l’effetto sarà che quelle con studenti provenienti da famiglie più ricche avranno più risorse rispetto alle scuole dei poveri o degli immigrati: scuole di serie A e B anche dal punto di vista delle risorse economiche, come è tipico del modello privatistico USA. Vengono anche incentivate le erogazioni liberali con un credito di imposta del 65% nel 2015 e del 50% negli anni successivi. Ma soprattutto la dequalificazione della scuola pubblica dovrà servire a potenziare le scuole private, a cui vengono destinati altri 116 milioni per il 2016 e successivamente 66,4 milioni annui, mediante detrazioni di imposta del 19% delle spese di iscrizione. Il massimale è di 400 € per il quale basta un prezzo di iscrizione di 2100 €, per cui tutti gli iscritti alle scuole private avranno questo regalo, che si aggiunge ai 700 milioni di finanziamento diretto. Le prossime settimane saranno decisive per manifestare il nostro dissenso nei confronti di disegno autarchico di Renzi di una scuola senza qualità. È compito di tutti informare con ogni mezzo: assemblee sindacali, coordinamenti genitori, comunicati, articoli sui giornali… Dobbiamo riappropriarci del diritto all’istruzione gratuita, laica e critica. Si, vogliamo la scuola ma anche le rose! Vogliamo cioè dare inizio a una stagione di dibattiti e parlare finalmente di educazione con tutti, insegnanti, genitori, studenti, personale ATA. Non accettiamo pseudoriforme calate dall’alto, finte consultazioni democratiche e una didattica pilotata dai quiz a crocette. Assumiamoci insieme la responsabilità di salvare i bambini e le bambine da una deriva aziendalistica del sapere e riconsegniamo alla storia un’epoca in cui tornare a dibattere democraticamente di educazione. Partendo da una domanda: A cosa serve la scuola?

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