Reggio Emilia alla rovescia: Il diritto alla salute

Contributo di Città Migrante

15 / 4 / 2015

Articolo 32 della Costituzione:

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Lo stato italiano quindi tutela la salute come “diritto fondamentale”. Su questo principio si basa l’epocale riforma del 1978, la legge 833 che istituisce il Servizio Sanitario Nazionale. L’Italia, in tale data, abbandona definitivamente l’assistenza di tipo “mutualistico” per scegliere il modello universalistico. In un Sistema Sanitario Universalistico lo Stato garantisce l’accesso ai sevizi a tutti gli individui. Questo significa che in Italia viene garantito il diritto alla Salute ad ogni persona, a prescindere dal suo sesso, dalla sua provenienza, dal suo livello socio-economico, dalla sua nazionalità e dal suo status. Ciò dimostra l’universalità di questo diritto, che viene applicato non solo a chi gode della cittadinanza italiana, ma a tutti gli individui che si trovino nel territorio italiano, evitando che, chi ha bisogno di prestazioni sanitarie in condizioni di indigenza, sia costretto a pagarle. Lo Stato garantisce la copertura finanziaria dei servizi erogati, recuperando le risorse attraverso le tasse: sono quindi i contribuenti lavoratori, pensionati e aziende, attraverso le voci “oneri assistenziali” e ”previdenziali” nella busta paga (dall’IRPEF, all’IRAP, all’IVA, alle accise, alle addizionali comunali e regionali), concretamente, a versare una quota per i Servizi Sanitari di cui si può disporre. I principali denigratori del modello Universalistico sostengono che non sia giusto che un cittadino “sano” paghi per servizi che non sta utilizzando. Quest’affermazione è facilmente smentibile con i dati epidemiologici, che dimostrano come un miglioramento delle condizioni di salute delle classi più disagiate comportino a cascata benefici a tutta la collettività. Senza dimenticare che è eticamente giusto contribuire a mantenere il diritto alla salute, non solo di una parte della cittadinanza (in questo caso non si tratterebbe di diritto in quanto escluderebbe parte della popolazione), ma di tutte le persone che abitano un territorio, includendo anche quelle che versano in condizioni socio-economiche disagiate . Con il passare del tempo molte cose sono cambiate. Un susseguirsi di decreti e riforme, purtroppo accettati senza mettere in campo mobilitazioni di contrasto rilevante, piano piano hanno smantellato il principio universalistico secondo cui la salute è un diritto che deve essere garantito a tutti. Nel 1989 vengono introdotti i Ticket sanitari. La motivazione descritta è: “strumento di responsabilizzazione del cittadino, per disincentivare gli eccessi nel consumo di farmaci e prestazioni mediche”. La prima riflessione che nasce da questa dichiarazione è chiedersi se la richiesta di prestazioni sia responsabilità del cittadino o non invece una precisa responsabilità medica. Infatti non è la persona che eccede nel consumo di farmaci e nelle prestazioni sanitarie ma queste sono direttamente prescritte da personale medico per cui ne deriva che non è una scelta soggettiva di un singolo cittadino ma piuttosto un percorso valutato da personale competente. Per questo, i ticket, nel tempo, sono diventati un vero e proprio finanziamento della sanità. La salute quindi risulta essere una questione di classe di appartenenza, perché l’accesso ai servizi sanitari è legato alla capacità economica della persona. Siamo di fronte ad una privatizzazione silente dei servizi che spinge inoltre il cittadino a rivolgersi a strutture convenzionate al SSN o addirittura al privato (pagando prestazioni per intero), in quella che egli stesso crede sia una libera scelta, ma in realtà è solo esasperazione legata alla lunghezza delle liste d’attesa e ai paradossi iniqui della libera professione intramoenia, per cui per ottenere lo stesso servizio se si paga la prestazione privata l’accesso avviene anche il giorno successivo alla richiesta. I ticket hanno una grossa importanza in questo processo di privatizzazione, portando in molti casi all’azzeramento quasi totale delle differenze tra pubblico e privato. Ogni giorno tante persone rinunciano alle cure odontoiatriche, fisioterapiche e a visite specialistiche per motivi esclusivamente economici.
 Nel 1992 con il decreto 502 e la successiva modifica del titolo V della Costituzione, la materia sanitaria rimane di competenza dello Stato per le linee generali che devono assicurare i Livelli Essenziali di Assistenza, ovvero i servizi e le prestazioni standard che il SSN deve garantire sono:
• il 5% per la prevenzione verso la collettività ed il singolo
• il 45% per l’assistenza ospedaliera
• il 50% per i distretti presenti sul territorio .
Alle Regioni spetta la responsabilità della loro realizzazione e della spesa per il raggiungimento degli obiettivi sopraelencati. Questo passaggio avrebbe dovuto proporre un miglioramento dei servizi e una più capillare presenza sul territorio, ma ha creato, in realtà, condizioni di grande disparità sia sulla qualità che sull’accesso ai servizi, con il risultato di avere 20 Servizi Nazionali diversi invece di uno solo. La grossa disparità nella possibilità di essere curati con dignità, la nascita e l’aumento, negli anni, di un turismo sanitario a senso unico (lungo la direttrice nord-sud), con grandissimi disagi per i pazienti e i loro familiari, privi di strutture di appoggio, sono una dimostrazione chiara della sconfitta della regionalizzazione spinta del SSN. Lo stato dovrebbe continuare ad essere garante del diritto alla Salute, limitando le disuguaglianze territoriali, costringendo le Regioni a garantire standard minimi di qualità omogenei in tutto il territorio, più completi degli attuali L.E.A. (Livelli Essenziali di Assistenza) che, nonostante siano già i minimi accettabili, in alcune regioni non riescono neppure ad essere completamente soddisfatti.

Immigrazione e salute


Allo stesso tempo, mentre la materia sanitaria è regolamentata dalle Regioni, la materia dell’immigrazione nel suo insieme è di competenza dello stato centrale. Quindi anche la materia sanitaria. Nel dicembre del 2012 viene sancito tra il governo, le regioni e le province autonome un accordo recante: “indicazioni per la corretta applicazione della normativa per l’assistenza sanitaria alla popolazione straniera da parte delle regioni e delle province autonome”. Il significato di questo accordo non è una innovazione ma il riordino di tutta la materia in un unico testo per la corretta applicazione della normativa per l’assistenza sanitaria alla popolazione straniera da parte delle regioni e delle province autonome. Non è un accordo casuale o inaspettato, è il frutto di oltre 4 anni di lavoro tecnico ma anche di mediazione, di ricerca e analisi, di pressione politica e professionale. È il frutto di un lavoro di rete istituzionale e non, che segna un modello di relazioni nel cercare di garantire operatività al mandato costituzionale dell’articolo 32 e della legge 833/78 . Non è infatti da dimenticare il passaggio politico e le fasi di approvazione del cosiddetto “pacchetto sicurezza” (Legge 94 del 15 luglio 2009) che prevedeva la segnalazione degli immigrati privi di permesso di soggiorno alle questure da parte delle strutture sanitarie. In contrasto a questo è partita una campagna ed una mobilitazione da parte degli operatori sanitari e da parte di molte associazioni e collettivi che hanno di fatto imposto il divieto di segnalazione. E’ in questo momento che ritorna con forza il principio costituzionale del diritto alla salute per tutti gli individui. Il testo dell’accordo dovrebbe essere a tutti gli effetti norma di legge. Nonostante questo, la Regione Emilia Romagna non ha a tutt’oggi ratificato l’accordo creando quindi un’iniquità nell’accesso al Servizio Sanitario. Le persone presenti su un territorio sono la popolazione di quel territorio. Si rileva che al riguardo, non ci sono solo disparità tra le diverse regioni ma all’interno della stessa regione con disparità di accesso anche tra le singole AUSL. Dal nostro osservatorio, lo Sportello Migranti che si occupa della questione immigrazione ad ampio spettro, abbiamo potuto constatare quante siano a Reggio Emilia le storie di non accesso al diritto alla salute, anche se in tanti casi sarebbe la stessa normativa a garantirlo. Tante persone che si sono rivolte al nostro sportello non sono in grado di poter accedere ad una visita perché impossibilitati a pagare il ticket: i migranti provenienti dalla Libia, che hanno avuto una forma di protezione internazionale, così come altri in possesso dello stesso tipo di permesso di soggiorno, i quali, non avendo mai lavorato e non rientrando nella categoria disoccupati, non possono essere esenti dal pagamento del ticket; tutti quelli che sono stati artigiani o lavoratori autonomi e che, non rientrando nella categoria disoccupati, non possono anch’essi essere  esenti dal pagamento del ticket; i migranti che non hanno il permesso di soggiorno e non possono dichiarare lo stato di indigenza, come sarebbe in realtà previsto dall’accordo “Accordo Stato-Regioni per l’assistenza sanitaria alla popolazione straniera” (non applicato in questo punto dalla Regione Emilia Romagna). Il principio costituzionale che garantisce il diritto alle cure gratuite agli indigenti è così disatteso. Le AUSL della provincia di Reggio Emilia non rispettano inoltre le indicazioni regionali riguardo l’esenzione al pagamento dei ticket ai titolari dei permesso per richiesta asilo anche dopo i primi sei mesi se la persona non svolge un’attività lavorativa. Inoltre i cittadini comunitari che hanno la residenza ma non hanno un reddito molte volte non sono in grado di sostenere le spese dell’assicurazione sanitaria e per questo sono impossibilitati ad accedere alle cure di cui avrebbero bisogno. Citiamo solo alcune delle storie incontrate che sono emblematiche per comprendere come l’accesso ai percorsi di cura non sia garantito:

A F. l’Agenzia delle Entrate ha chiesto il pagamento di una prestazione sanitaria risalente all’anno 2011, epoca in cui, però, F. era esente, in quanto richiedente asilo accolto nel progetto ENA (Emergenza Nord Africa).
A S., titolare di permesso di soggiorno per protezione sussidiaria, è stato chiesto il pagamento del ticket massimo per degli esami del sangue, perché non aveva presentato l’autocertificazione della fascia di reddito. Non era a conoscenza della necessità di compilare il modulo e nessun operatore lo ha informato in proposito: “l’ignoranza non è ammessa”.
A C., in possesso di permesso di soggiorno CE di lungo periodo (ex carta di soggiorno) e residenza, senza alcuna motivazione, è stata bloccata la tessera sanitaria. C. lo ha scoperto solo quando, avendo bisogno di una prestazione ospedaliera, gli è stato chiesto l’intero pagamento della prestazione e della degenza (10.000 euro circa), doveva dimostrare la sua situazione tributaria. (Il permesso di soggiorno CE di lungo periodo, ex carta di soggiorno prevede un’iscrizione illimitata al SSR).
Ad H. in Italia come lavoratore dal 1987 con permesso di soggiorno CE di lungo periodo (ex carta di soggiorno), residente a Reggio Emilia fino al 2012 e attualmente domiciliato nello stesso Comune è stato cancellata l’iscrizione al SSR. E’ stata richiesta la capacità economica. (Il permesso di soggiorno CE di lungo periodo ex carta di soggiorno prevede un’ iscrizione illimitata al SSR e non si deve dimostrare nessuna capacità economica).
S. titolare di permesso di soggiorno per motivi familiari non viene iscritta al SSR perché non ha la residenza seppur in possesso di domicilio nel comune di Reggio Emilia. Ha un figlio a carico. G. titolare di permesso di soggiorno per lavoro subordinato con domicilio nel comune di Reggio Emilia non viene iscritto al SSR perchè deve presentare il contratto di lavoro e la busta paga (in realtà questo non deve essere presentato, l’AUSL non deve rifare il percorso che ha già fatto la questura.)
Ad A. titolare di permesso in rinnovo per motivi di salute, padre convivente con il figlio appena nato, non viene rinnovata l’iscrizione al SSR: “non sei tu che hai partorito”, parole testuali dell’operatore allo sportello. Questo è in contrasto con la normativa che prevede che il padre che provvede alle cure del figlio (quindi convivente con il figlio) è equiparato alla madre ed ha diritto all’iscrizione al SSR.
A. titolare di carta di soggiorno per motivi familiari con residenza nel Comune di Reggio Emilia viene cancellata dall’iscrizione al SSR per mancata capacità economica essendo il figlio, che ha chiesto il ricongiungimento, disoccupato ed attualmente in carcere.
A L. disoccupata, dopo anni di lavoro come badante, titolare di permesso per attesa occupazione è stata cancellata l’iscrizione al SSR perché non ha la residenza.
F. ragazzo minore con patologia oncologica non è stato iscritto al SSR perché, titolare di permesso di soggiorno e di domicilio nel comune di Reggio Emilia, gli è stata richiesta la residenza con conseguente pagamento totale delle prestazioni sanitarie.

 Ognuno di questi casi è simile a tanti altri con le stesse storie e le stesse modalità che creano disagio e forte sconforto da parte delle persone coinvolte. Questa situazione di amministrazione sanitaria, di applicazioni mancate e contraddittorie e soprattutto non scritte, lasciate alla discrezionalità dell’operatore allo sportello perché nessuno si assume la responsabilità di definire i percorsi, produce disagio negli operatori stessi, creando situazioni di forte stress. Ciò che sembra evidente è che ci sia più una volontà di esclusione che di inclusione. All’interno di questo sistema in cui l’amministrazione si scontra con il principio del prendersi cura l’operatore sanitario si trova in balia di pregiudizi istituzionali in aperto conflitto con il codice deontologico di riferimento. La situazione attuale, la perdita del lavoro e la perdita successiva del permesso di soggiorno, ci rende consapevoli di quante altre persone saranno escluse dall’iscrizione al servizio nazionale con conseguenze ghettizzazione e precarietà. I migranti, in particolare le persone sprovviste di permesso di soggiorno, sono l’anello più debole di un processo che ormai coinvolge milioni di persone in Italia. E’ necessario contrastare prassi a livello locale che ledono il diritto alla salute attraverso l’inchiesta e gli sportelli di tutela dei diritti ma è indispensabile mobilitarsi a livello pubblico perchè il diritto alla salute sia un diritto universalmente riconosciuto, «la salute non è profitto, nessuno sia escluso», la salute è diritto pregnante della nostra vita è un processo di dignità e di appartenenza ed è indispensabile proseguire una battaglia a garanzia dell’accesso alle cure per tutte e tutti.

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Reggio Emilia alla rovescia

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