Reggio Emilia alla rovescia: Brevi note sulla storia e la situazione della campagna reggiana

17 / 4 / 2015

La proprietà signorile

Nella provincia reggiana la vicenda della terra è diversa dalle province limitrofe perché la borghesia raggiunge la proprietà già in epoca medievale e anticipa la fine dell’ordinamento feudale. Alla morte di Matilde di Canossa molta parte dei suoi possedimenti sono donati alla Chiesa che si avvale di amministratori insediati in città (gastaldi, visconti, advocati) e ne consegue un rafforzamento della borghesia e un precoce inizio dell’epoca comunale. I monasteri cedono progressivamente la proprietà delle terre ai loro amministratori e questi introducono un uso intensivo attraverso l’appoderamento, cioè, insediano famiglie isolate su una porzione di terreno dotato di edifici (il podere) da coltivare con il contratto di mezzadria. Il nuovo sistema si estende attorno alla città e sale verso l’Appennino, mentre nella zona alta rimane la gestione delle terre indivise regolata con i diritti di pascolo, di legnatico per le comunità insediate nei paesi. La mezzadria viene sostenuta con le regole del Comune, delle Signorie e degli Stati successivi fino al 1900. La terra dei poveri Nella seconda metà del 1700 il Ducato estense espropria la terra di monasteri ed enti di assistenza e nel successivo periodo francese viene venduta ai privati che nel territorio reggiano, a differenza di quello modenese, sono in gran parte borghesi ed espandono appoderamento e mezzadria. Solo nella bassa pianura sono presenti aziende di grandi dimensioni condotte con il lavoro salariato. In Francia l’antico regime aristocratico crolla a fine Settecento con la rivoluzione cittadina e la presa di potere della borghesia. In Germania a metà dell’Ottocento la proprietà della terra è conquistata dai contadini, non dai borghesi, pure questa è una rivoluzione sanguinosa, ma non investe l’Italia (fenomeno importante non insegnato a scuola). Dopo l’Unità si ha un’espropriazione massiccia di ogni tipo di proprietà ecclesiastica, tranne il beneficio del parroco. Nel reggiano un secolo di espropriazioni di terre della Chiesa (più di un terzo della superficie agricola totale) va ad aumentare la proprietà del ceto emergente cittadino, ma l’investimento di ogni capitale sulla terra ritarda l’industrializzazione: i borghesi sono meno del 10% della popolazione e posseggono il 90% della terra lavorata da mezzadri, affittuari, braccianti che, assieme ai piccoli proprietari, costituiscono l’80% degli abitanti. La nuova proprietà intensifica l’appoderamento, le aziende scendono alla dimensione più piccola in regione e diventano assai vulnerabili. Nello stesso tempo lo Stato unitario aumenta il carico fiscale sulla terra per poter pagare i debiti causati dalle guerre e per formare i nuovi apparati pubblici. In quegli anni esplodono le ribellioni nelle campagne e il parlamentare Gianlorenzo Basetti eletto nella montagna reggiana promuove a Castelnovo né Monti nel 1876 la Lega per l’abolizione della tassa sul macinato, una tassa “ingiusta e vessatoria, disumana, approvata sotto l’incubo del disavanzo, ma volta a dimezzare lo scarso pane del povero”. 

La grande crisi agraria

La provincia reggiana si trova più fragile delle altre quando l’introduzione dei treni e delle navi a vapore provoca la grande crisi che investe l’Europa negli anni ‘80 con il crollo dei prezzi dei cereali e della seta. I due prodotti alla base dell’economia reggiana, assieme al vino, non bastano più a mantenere la proprietà, lo stato e il coltivatore. Mezzadri e affittuari sono costretti a lasciare i minuscoli poderi, diventano braccianti avventizi e in breve le famiglie di ‘casanti’, o ‘cameranti’, costituiscono la parte maggiore della popolazione. Il ‘popolo vagante’ delle campagne non ha mezzi di sussistenza, nemmeno l’orto, l’albero da frutto, gli animali da cortile e si muove alla ricerca di un alloggio, falcidiato dalla mortalità infantile. Sopravvive con i lavori saltuari, il furto campestre, la carità, si ciba quasi esclusivamente di frumentone che costa meno degli altri cereali ed è colpito dalla pellagra. Mentre il Ducato estense disponeva degli strumenti per affrontare le carestie, lo Stato liberale non interviene e i parroci non riescono a compensare la perdita delle terre per soccorrere i poveri di cui disponevano i monasteri, i conventi, le congregazioni e le altre istituzioni ecclesiali. 

 La cooperazione

Nella provincia si dilata l’emigrazione permanente e penetra l’anarcosocialismo volto a una rivoluzione che prenda origine dal mondo rurale, invece si afferma il socialismo cooperatore predicato da Camillo Prampolini come ‘il vero’ Vangelo. Da un lato, fa leva sull’anticlericalismo per diffondere forme di solidarietà e conduce i miseri a cimentarsi con nuove imprese, dalla produzione sino al consumo di alimenti. Dall’altro, provoca l’apostasia di massa e sospinge la Chiesa cattolica reggiana a cimentarsi con il movimento socialista in una straordinaria competizione. Prima dell’Enciclica “Rerum Novarum” (pubblicata nel 1891), nelle due Diocesi di Reggio Emilia e Guastalla inizia la stagione delle opere sociali in cui tutti i parroci sono mobilitati a usare il beneficio a disposizione del parroco (l’unica terra della Chiesa non espropriata) per sostenere la cooperazione di credito, l’organizzazione del lavoro agricolo, l’impiego di nuove tecniche, la diffusione dell’allevamento e della trasformazione. L’iniziativa socialista primeggia nella cooperazione di consumo e di lavoro, all’interno di ogni parrocchia nascono le casse rurali, i caseifici sociali e si collegano tra loro portando al primo sviluppo economico-sociale, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, basato sull’aumento della produzione agricola, della trasformazione alimentare, di altre industrie per fornire nuovi mezzi al settore primario. 

Il nazionalismo 

La trasformazione sociale appena iniziata s’interrompe col prevalere tra i borghesi della politica di potenza che investe sulla forza militare la prima accumulazione col lavoro. L’avventura in Tripolitania e Cirenaica inizia nel 1911 (proseguirà per vent’anni), mobilita 1/3 dell’esercito di coscritti, riporta la crisi economica, riaccende l’emigrazione permanente, accelera l’esplosione della Grande guerra e l’inutile strage apre le porte alla dittatura fascista con l’ingresso dell’Italia in tre guerre (Africa, Spagna, II Guerra mondiale) e i 35 anni di conflitti consecutivi riscuotono un tributo di 2,5 milioni di morti, quasi tutti rurali. Nella provincia la società rimane invariata, i rapporti tra settori sono fermi per mezzo secolo nonostante la grande industria bellica delle Officine Reggiane. 

La rapida trasformazione 

La Seconda Guerra mondiale ha colpito anche le città che percepisce il bisogno della pace. La democrazia ha riconosciuto il diritto di voto alle donne, lo Stato si preoccupa della terra mal coltivata e partecipa all’integrazione europea che pone tra i primi obiettivi l’autosufficienza alimentare. La rivoluzione industriale si compie in Italia nella seconda metà del Novecento, oltre mezzo secolo dopo il nord Europa e avviene in maniera travolgente. Negli anni ’50 e ’60 il mondo rurale riversa sugli altri settori i capitali e la forza lavoro con l’inurbamento di 30 milioni di persone. Lo Stato lascia scemare l’incidenza delle imposte sul reddito agricolo, finanzia i Piani Verdi per l’ammodernamento delle aziende, abolisce la mezzadria e la compartecipazione, riconosce la pensione ai contadini e li aiuta a comprare la proprietà della terra. I contadini nordeuropei hanno conquistato tale condizione a metà dell’Ottocento e ha loro permesso di consolidare un potere di governo su formazione, innovazione tecnica e organizzativa, altri servizi. Per i contadini italiani la modernizzazione arriva tardi e non hanno strumenti per governarla, perciò restano subordinati a interessi cittadini nell’erogazione di servizi, nei rapporti di mercato, nell’uso della terra. Nella regione le famiglie dei mezzadri hanno un ruolo decisivo durante il passaggio epocale a metà del Novecento, prima con il sostegno alla Resistenza poi con la partecipazione all’industrializzazione (il modello emiliano). Nella provincia reggiana la cultura avversa all’azienda famigliare investe sulla stalla sociale (un modello fallimentare), l’apparato cooperativo controlla la scelta degli amministratori pubblici ed estende il suo potere nella fornitura di mezzi tecnici per l’agricoltura, nella produzione, nella trasformazione alimentare, nella distribuzione e nei servizi.

 Le due rivoluzioni 

La “rivoluzione industriale dei Paesi nordoccidentali si conclude negli anni ’70, la rivoluzione finanziaria nel successivo arco di trent’anni (1980- 2010) riduce la produzione di nuova ricchezza, investe sui trasferimenti di ricchezze tramite la finanza e la dilatazione del terziario. L’industria impianta stabilimenti fuori dall’Italia, la ricerca di consenso fa salire a livelli insostenibili l’indebitamento pubblico e il consumo di superfici agricole sottraendo risorse alle prossime generazioni (la terra per sempre). La riduzione del numero di voti toglie ai contadini ogni possibilità di contrastare la prevalenza di esigenze cittadine, dagli anni ’90 con l’introduzione dell’ICI e l’autorizzazione a spendere gli Oneri di urbanizzazione per le spese correnti (non infrastrutture, ma personale, incarichi, ecc.) i comuni competono tra loro con l’offerta di aree fabbricabili. Un ordinamento sbilanciato favorisce sempre più la popolazione favorita, fa salire il prezzo della terra, toglie spazio alle aziende agricole mentre si proclama che debbono ingrandirsi per rimanere sul mercato. Non regola la pubblicità che spinge l’inflazione, costringe a cambiare i contenuti nei prodotti alimentari (più acqua e più grasso = più promozione) danneggiando la spesa e la salute. 

L’espulsione contadina 

Dal 1990 al 2010 si dilatano gli squilibri tra la città e la campagna nell’uso delle risorse, nei rapporti tra la produzione alimentare e la distribuzione organizzata. Aumenta il prezzo della terra come bene rifugio e come costo per la produzione. Cala la remunerazione del prodotto agricolo fino a ricevere meno del 10% del prezzo medio dei cibi al consumo, mentre va il 30% alla trasformazione e il 60% alla distribuzione. Non è tutelata la continuità dell’azienda famigliare e al momento della successione ereditaria il giovane che voglia proseguire non riesce a riacquistare il patrimonio diventato molto più grande, soprattutto nelle aziende zootecniche. La proprietà contadina non è protetta dall’ingresso di nuovi proprietari sospinti da interessi speculativi, o soltanto dal desiderio di soddisfare uno stile di vita, e si vanifica lo sforzo compiuto da generazioni per dare “la terra a chi la lavora”. Vendere la proprietà non è solo un modo di ‘far soldi’ poichè la fine dell’impresa contadina è una perdita irrimediabile. Si tratta di una modificazione irreversibile della società, ma resta accantonata nell’indifferenza pubblica e la cittadinanza non considera la progressiva dipendenza dell’Italia per gli alimenti principali forniti da Germania, Francia e altri Paesi progrediti.  

Il bene non riproducibile 

Nel primo secolo dopo l’Unità la superficie agricola italiana rimane stabile fino agli anni ’50, infatti l’espansione urbana è contenuta e si sottraggono superfici alle paludi, ai boschi per renderle coltivabili, poi la terra agricola diminuisce rapidamente con il boom industriale. Nei primi ‘50 anni dal dopoguerra (1945-1995) si ha un prelievo di 8 milioni di ettari dai 22 milioni iniziali, ovvero la superficie agricola perduta è pari all’area geografica di cinque regioni come Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna. E’ un’estensione enorme, ma il fenomeno diventa esasperato dagli anni ’90 quando l’ente locale non si trova più al di sopra delle parti ma diventa il soggetto più interessato a urbanizzare-edificare. Dal 2000 al 2010, in assenza di crescita della popolazione e del PIL, si consumano 2 milioni di ettari di terra, una dimensione simile a quella del Veneto. La provincia reggiana accentua il fenomeno che la colloca in primo piano in Emilia-Romagna e nord Italia con un consumo di superfici agricole in 20 anni (1990-2010) doppio di quello richiesto nei precedenti 40 anni (1950-1990) durante i quali si sono realizzati l’inurbamento, i grandi stabilimenti, le autostrade… Negli ultimi 10 anni la popolazione aumenta di 77.000 abitanti, in gran parte immigrati poveri (84%) il cui inserimento avrebbe bisogno anche della casa adatta, invece i piani urbanistici, abbandonato il PEEP, occupano la campagna in modo disorganico (sprawling) diffondendo capannoni, quartieri con ville e villette (villettopoli). Le caratteristiche del minuto appoderamento ereditato dal passato moltiplica le spinte al cambio di destinazione d’uso per i terreni e i fabbricati agricoli. Nel 2011 la superficie edificata supera i 450 mq per ogni abitante con aumento di costruzioni invendute e non affittate. Il sistema di connivenze tra Pubblica Amministrazione e operatori è venuto pienamente alla luce di recente.

La piramide rovesciata 

In Italia l’ipertrofia del terzo settore è arrivata al punto che due addetti su tre sono collocati in servizi pubblici e privati alimentati con pesanti prelievi sulle attività produttive. Soltanto un addetto su tre opera in agricoltura e nell’industria, inoltre, questi due settori in grado di produrre nuova ricchezza non ricevono dal terziario dei servizi adeguati. Gli addetti al primario scesi sotto il 4% sono una minoranza cui l’ordinamento italiano non riserva un’apposita istituzione pubblica, sono una porzione insostituibile di società ma priva di potere decisionale sugli interessi collettivi. La patologia italiana si acutizza, le industrie stentano a competere, le aziende agricole poggiano sulle spalle degli anziani e, tra i tanti apparati pubblici, non c’è n’è uno che si occupi del mondo rurale, della vita nelle famiglie agricole e dell’inserimento dei loro figli. Nel reggiano sul totale di circa 240.000 addetti restano nel primario meno di 1000 addetti sotto i 35 anni, immigrati compresi. La sopravvivenza di questo manipolo non fa parte delle preoccupazioni dei 500.000 abitanti, tantomeno delle campagne elettorali. La cittadinanza pretende che la crescita riprenda come prima, presume che gli sparuti contadini siano in grado di assicurare il futuro del sistema agroalimentare, la manutenzione del territorio e diventino tanto robusti da affrontare i mercati allargati e sopportare l’ambientalismo di comodo. L’approccio predominante considera le apparenze e qualsiasi aspetto di contorno, nello stesso tempo preferisce ignorare che da 30 anni seppellisce nella campagna i rifiuti urbano-industriali. I governi locali si sono finanziati per decenni con la dilatazione delle aree fabbricabili, la speculazione edilizia, lo smaltimento dei rifiuti. Hanno privilegiato ogni manifestazione dell’effimero messo nella pentola della cultura. L’ennesima crisi del formaggio DOP viene affrontata senza strumenti, mentre nuovi avvoltoi si sono impadroniti anche del marchio ombrello. Il passaggio di generazione è un rendiconto inesorabile, toglie la certezza di ottenere una maggior efficienza inseguendo la dilatazione dell’azienda, del capannone, la fiducia incondizionata nel mezzo tecnico da comprare, a scatola chiusa avvicina molte aziende al fallimento. 

La riforma mancata 

L’ultima azione riformatrice poteva essere l’occasione per superare due ritardi storici. Quello del riordino delle competenze sull’uso delle risorse disperse tra quattro assessorati regionali (ambiente, agricoltura, industria, sanità), Comuni, Consorzio di bonifica, Ente Parco. Quello di riconoscere una rappresentanza della popolazione rurale cui è affidata la produzione alimentare e la manutenzione di aree difficili, sempre più vaste di fronte al calare degli addetti. Purtroppo restano sia l’inefficienza regionale, sia l’amministrazione provinciale ridotta nelle competenze, nei finanziamenti e affidata al volontariato dei sindaci interessati a controllare sé stessi. La popolazione rurale rimane non identificata, a differenza di quanto avviene nell’UE, cresce una contesa letale tra le organizzazioni agricole e si aggravano le contraddizioni, particolarmente acute nel reggiano: 

1) la cittadinanza ha preferito lo smaltimento e ignora che ha provocato l’accumulo di 5 milioni di tonnellate di rifiuti urbano-industriali nelle due discariche in pianura (Villa Argine e Novellara), di 3 milioni di tonnellate (t) nelle due in collina (Rio Riazzone e Rio Vigne) e 2 milioni di t in quella di montagna (Poiatica); il percolato di 10 milioni di t ricade sulle acque, sulla terra agricola e il mancato recupero dei materiali fa perdere delle importanti fonti di occupazione 2) le tradizioni alimentari (formaggio e salumi) vengono osannate sullo schermo, ma l’allevamento è costretto a lasciare il campo all’espansione urbana, retrocede l’impiego dell’erba e aumenta quello di granaglie OGM importate, nei ritagli di terreno la praticoltura si riduce e avanza la viticoltura ma si demonizza l’aumentato impiego d’insetticidi e diserbanti
3) il consumo di acqua cresce, ma la cittadinanza si oppone all’invaso per trattenere acqua pulita
4) l’Appennino coltivato da secoli è investito dalle pulsioni di chi guarda la natura da lontano, sono poche e sempre meno le famiglie impegnate a prevenire il dissesto, però si moltiplicano gli apparati per i controlli e il produttore lavora per giustificare sette apparati pubblici e l’assistenza burocratica che occupa le organizzazioni private, di tipo sindacale e professionale
5) la Regione è rapida nel decidere che non esiste alcun rapporto tra il terremoto e le trivellazioni, invece accumula un ritardo di due anni nell’applicare il terzo Piano quinquennale di sviluppo rurale dell’UE, intanto il mondo rurale scompare senza che in 15 anni ci sia stato alcun tentativo di definire la sua identità, la sua presenza nell’ordinamento, le sue esigenze peculiari
6) in città ci sono 25 ettari di capannoni abbandonati delle ex Reggiane ma l’espansione urbanistica si proietta a devastare l’Area nord e ha deciso di sacrificare l’ultima campagna coltivata investendo sul progetto di impiantare la separazione industriale dei rifiuti urbani indifferenziati e, dopo il tramonto occultato del progetto per il TMB, avanza l’idea di costruire 23 ettari di capannoni nuovi per lavorare il materiale recuperato con la separazione domestica
7) la cittadinanza ammira la ferraglia di Calatrava, ma non desidera accollarsi il peso della manutenzione e si arrangia con l’introduzione della tassa comunale sui terreni coltivati.

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Reggio Emilia alla rovescia

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