Primo Moroni e la "mappatura del mondo perso"

John Foot e Maysa Moroni hanno discusso del libro “Geografie della rivolta” al Festival di Internazionale

14 / 10 / 2019

Chissà cosa avrebbe pensato Primo Moroni se avesse letto il suo nome accanto a quello di giornalisti appartenenti alle più altisonanti testate del mondo. Eppure il suo lascito culturale e politico è talmente grande da rendere quasi “naturale” la presentazione del libro a lui dedicato - Geografie della rivolta. Primo Moroni, il libraio del movimento – nella kermesse di Internazionale, svoltasi a Ferrara dal 4 al 7 ottobre 2019. L’iniziativa editoriale curata dal sito DINAMOpress – in collaborazione con la libreria Calusca, l’Archivio Primo Moroni e il centro sociale CX 18 – è una preziosa raccolta di materiali che restituiscono non solo la complessità della figura del “libraio di movimento”, ma offrono uno spaccato delle grandi e piccole trasformazioni che hanno attraversato Milano e l’Italia intera tra gli anni ’60 e ’90, a partire dal “Lungo ‘68” fino ad arrivare alle soglie del movimento no global, passando per la fase del cosiddetto riflusso.

La presentazione è stata un’intensa e piacevole chiacchierata tra Maysa Moroni, figlia di Primo e photo editor di Internazionale, e John Foot, Storico contemporaneo  al dipartimento di italiano dell’University of Bristol.

Foot esordisce dicendo che la prima citazione del suo libro su Milano (Milano dopo il miracolo. Biografia di una città, Feltrinelli, Milano, 2003) è proprio di Primo Moroni: «una città che ha mangiato più volte se stessa». Una frase che contiene un approccio che ha sempre connotato Primo, attento ai micro-cambiamenti che hanno riguardato i “suoi” luoghi, ma capace di analizzare e anticipare le macro-tendenze.

La storia di Primo e della Calusca si intreccia inesorabilmente con quel laboratorio che fu la Milano degli anni ’60 e ’70. Un laboratorio fatto di tanti risvolti, personaggi, situazioni che – in un modo o nell’altro – alla Calusca ci sono passate. Erano gli anni dell’infanzia di Maysa, che dal punto d’osservazione privilegiato del retro della libreria, ha vissuto l’euforia di quegli anni, spezzata dalla feroce repressione subita dai movimento dopo il ’79 e trasformatasi nel silenzio quasi tombale degli anni ’80. Un silenzio fatto di carcere, eroina, morte. «In quegli anni il mio “rifugio” sono stati i centri sociali» dice Maysa, che ha narrato le prime esperienze milanesi di autogestione nate proprio dalle ceneri dei movimenti del decennio precedente.

Oltre ad essere stato un luogo di attraversamento politico, la Calusca si è imposta anche come centro culturale estraneo alle logiche del profitto. Ed è proprio grazie a questo che hanno lì proliferato le “sottoculture” urbane che spesso sono state anticipatrici dei grandi fenomeni culturali del passato. Maysa ha raccontato la storia della celebre “stanzina punk”, alla quale è dedicata anche un capitolo del libro. Una storia nata nel pieno del riflusso, che denota la straordinaria capacità di Primo Moroni di osservare attentamente i micro-movimenti che nascevano attorno a lui. Primo conosce infatti i primi punk milanesi e legge in loro dei segnali – spesso prepolitici e di rivolta esistenziale – in grado di poter sovvertire quel profondo senso di sconfitta collettiva che aleggiava in quegli anni. Nel 1984 lascia loro lascia in gestione una stanza della libreria, che veniva usata principalmente come spazio di distribuzione di fanzine e altro materiale autoprodotto. Tra provocazioni, il graffito Sado/Maso sulla saracinesca e i continui malumori degli altri frequentatori della Calusca, questa esperienza segnerà un punto di svolta per la storia del movimento milanese, e non solo, diventando antesignana di quella incredibile produzione culturale autonoma che si farà largo nei centri sociali negli anni a venire.

Un altro tema toccato è stato quello della cartografia dello spazio urbano, attività su cui Primo Moroni si è sempre concentrato. Secondo John Foot «Primo è stato storico e geografo di se stesso e dei luoghi dove abitava» e le sue carte sono state un metodo di ricerca e di lavoro che teneva dentro il territorio, i soggetti sociali che lo attraversavano e i processi produttivi, cercando di coglierne i cambiamenti. Primo coglie, ad esempio, i primi germi di quella grande gentrificazione che interesserà i Navigli a partire dagli anni ’80. «In quella “mappatura del mondo perso” non c’è mai nostalgia» dice Maysa, «ma ci sono elementi di analisi che sono molto utili nella fase attuale, con le città tornate ad essere centri propulsivi di nuovi “modelli” e possibilità».

L’ultima parte della conversazione tra Foot e Maysa ha riguardato il capitolo del libro nel quale Primo Moroni ha analizzato l’ascesa della prima Lega Nord. In una fase in cui – in particolare nell’area metropolitana milanese – il sistema di fabbrica fordista era esaurito, Primo capisce che la fine della classe operaia milanese apre un vuoto che viene occupato proprio dalla Lega, soprattutto in Provincia. Dall’altro lato, gli spazi che la fine della “civiltà industriale” lasciava vuoti, venivano occupati dai primi centri sociali.

In questa ambivalenza si creano quelle forme di vita alternative a quel modello dominante che già da allora assume un carattere reazionario. Primo Moroni , in alcuni scritti dei primi anni ’90, era stato profetico sul legame tra il post-fordismo e l’emergere di una nuova “destra sociale”, cogliendo che la svolta reazionaria si stesse determinando nel cambio di paradigma produttivo. Ancora una volta le sue analisi non sono mai nostalgiche, ma sono state utili per comprendere come la nuova forza lavoro non si identificasse più con “la classe”, ma con processi produttivi territorializzati in cui emergevano nuove identità chiuse che hanno determinato il patrimonio storico della Lega.

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