La "Vita Bona" dei Cosang e la demistificazione del "gomorrismo".

Momento d'onestà

di Fabrizio Andreozzi

19 / 3 / 2010

… “… voi fate i nomi del “Sistema” e non quelli dello Stato…”…

…”…perché nella colonna sonora del film che è diventato il regalo di Natale dell’anno scorso, che, diciamo, dovrebbe denunciare, dire alcune cose, far capire all’Italia che succede quaggiù, ci sono solo tracce di “neomelodici”. 23 tracce. Una dei Massive Attack, che non c’entrano niente con Napoli, e 22 dei “neomelodici. Perché è tutto una denuncia e poi dopo c’è collaborazione? Allora è proprio vero che i soldi fanno stare bene tutti? E poi un’altra cosa. Perché hanno girato un mese intero nelle “vele”? Cioè, come hanno fatto a girare un mese intero nelle “vele”? Ve lo siete mai chiesto?...” da “Momento d’onestà” tratto dall’album “Vita bona”, Co’Sang

Mentre negli altri paesi europei la criminalità non “fa storia” riguardando solo fasce meno integrate e acculturate della società, in Italia la storia nazionale è inestricabilmente intrecciata con quella della criminalità di settori significativi della sua classe dirigente.

Una “criminalità dei potenti” che si è declinata dall’unità d’Italia a oggi sui versanti della corruzione sistemica e del metodo criminale di esercizio del potere.

La questione criminale è dunque inscindibile, in Italia, da quelle dello Stato e della democrazia.

La criminalità organizzata è uno dei tanti complicati ingranaggi che nel loro insieme costituiscono la macchina del potere reale nazionale. Macchina che scrive il corso della storia collettiva operando in parte sulla scena, mediante le sue repliche “pulp”, ma in gran parte dietro le quinte, nei salotti “buoni”, nelle “stanze dei bottoni”, sempre più spesso nelle sedi istituzionali.

Sempre più spesso in centinaia di processi penali in tutto il paese, infatti,  emergono associazioni a delinquere di cui sono protagonisti esponenti della nomenclatura del potere, dediti alle più svariate attività delinquenziali. Narcotizzati come siamo dalla vulgata mediatica secondo cui le varie mafie sono solo una violenta vicenda criminale intessuta di morti e occultamento di cadaveri, dimentichiamo che il metodo criminale sta perdendo visibilità, non perché sia scomparso ma perché si va diffondendo.

Nell’antica Grecia, per decifrare i misteri del presente e prevedere il futuro, ci si rivolgeva agli oracoli, i più famosi dei quali erano ciechi. La saggezza della civiltà greca, una delle matrici della civiltà occidentale, aveva intuito che per vedere l’essenziale occorre divenire ciechi all’inessenziale. Tutti noi siamo ciechi rispetto al reale funzionamento della macchina del potere e, quindi, dei suoi segreti. Si tratta di una cecità indotta dallo stesso potere al fine di perpetuarsi.
La responsabilità primaria di queste gabbie invisibili che conducono alla “cecità”, è da addebitare agli intellettuali, agli “operatori culturali”, agli “artisti”. Il lavoro di costruzione di imposture culturali funzionali al potere è affidato da sempre proprio a loro.
Le imposture del potere non servono solo a legittimarlo ma anche a celare la sua “oscenità”.
Il vero potere è sempre “osceno”. Opera cioè nel “fuori scena”. Sulla scena, per contro, nei luoghi istituzionali, viene messa in atto una mera rappresentazione per il pubblico.
Il silenzio coatto sui crimini è il sigillo del potere. Verità e potere restano inconciliabili
Qualsiasi itinerario di liberazione ed emancipazione passa attraverso lo smascheramento delle imposture. Le imposture culturali determinano la cecità culturale degli uomini senza potere sui fatti del potere. Costruiscono invisibili gabbie mentali che impediscono la visione del reale. Non è forse vero che per millenni a milioni di persone in occidente è stato fatto credere che il potere di re e imperatori derivava da un’investitura divina? Non è forse vero che la teoria del potere discendente da Dio era stata costruita dal potere stesso per legittimare il proprio fondamento?
La teoria moderna sul fondamento del potere, secondo la quale il potere risiede nel popolo che lo delega ai suoi rappresentanti, è molto più sofisticata ma, è, altrettanto farcita di imposture.
I dittatori del novecento, a destra e sinistra, assumevano di essere investiti dal nuovo dio laico: il popolo, la nazione, la classe operaia, a seconda dei casi.
Oggi come ieri, in occidente – culla della modernità – la democrazia rappresenta una fiction dietro cui si cela una competizione tra ristrette elite per conquistare il governo della società. Un sistema di sostituzione dei molti con i pochi: una classe politica al posto della società.
Questa è la radice inestirpabile del carattere oligarchico della democrazia rappresentativa.
Più la realtà sociale si fa complessa e frammentata più il potere si verticalizza. Alla sfida della complessità che imporrebbe un’evoluzione della democrazia si risponde invece con l’involuzione autoritaria che semplifica la gestione del potere consegnando lo scettro del comando a pochi.
È la ragione per cui il potere non gode ormai di alcun rispetto sociale e si mantiene in vita anche grazie al lavoro incessante di una miriade di intellettuali al suo servizio: infaticabili nel legittimare e giustificare le menzogne, le imposture, gli abusi di potere, il perpetuarsi di una prassi criminale volta  all’affermazione e alla conservazione del potere.

Rischio di “uscire” fuori traccia.

La classe dirigente “dirige” anche la formazione della pubblica opinione, a maggior ragione, nella società della comunicazione. Organizza il sapere sociale, seleziona la memoria collettiva, sceglie ciò che deve essere ricordato e ciò che deve essere, trascurato, dimenticato.
Costruisce la tavola dei valori, imponendo dall’alto esempi in negativo e in positivo. Ed è in questo contesto che si inserisce la costruzione, tutta mediatica, del fenomeno criminale.
La criminalità non può essere inquadrata nella dicotomia benemale. Assolutamente.
La corruzione e la criminalità in questo paese sono espressioni di un modo antico di esercitare il potere.
Personaggi indicati, di volta in volta, come capo-clan, super-boss, ras, “macellai”, rappresentano esclusivamente il sottoprodotto e la replica popolare di questo modo di esercitare il potere.
“Durano nel tempo non per forza propria, ma perché leve necessarie del grande gioco del potere. Quando esauriscono la loro funzione vengono abbandonati al loro destino, finendo per fungere, esclusivamente, da parafulmine su cui scaricare tutta la responsabilità del “male” e da paravento alla criminalità del potere”, dicevamo. Ed è anche questo che cantano i Co’Sang.
“Voi fate i nomi del Sistema e mai quelli dello Stato”, insomma.

L’associazione criminale, in sé, si caratterizza per la sua particolare finalità, che non consiste nella semplice commissione di reati ma nella conquista illegale di spazi di potere, soprattutto economico e politico. Il fenomeno costituisce la fisiologica riemersione di una patologia dell’esercizio del potere radicata da secoli nelle classi dirigenti del nostro paese. Il metodo criminale che nella sostanza consiste in un abuso di potere organizzato dei pochi sui molti, una strategia di governo che si declina nelle più svariate forme, non è infatti una creatura delle classi popolari ma delle classi più alte della stratificazione sociale. E così da secoli.

L’ordinamento feudale che in gran parte d’Italia ha governato il sistema sociale fino al XIX sec riconosceva come legittimo il metodo “mafioso” dell’esercizio del potere praticato dai componenti delle classi alte, al cui interno nasce quindi radicandosi nella psiche collettiva per secoli.
Il rapporto padrone-suddito era la pietra angolare dei rapporti sociali. Società di sudditi, padrini e padroni. La violenza e l’arbitrio come strumento normale di risoluzione delle controversie e pratica di vita nei confronti degli “impotenti”. L’abitudine all’obbedienza acritica al potente, il servilismo, l’identificazione dell’ordine esistente con quello naturale e quindi la rassegnazione fatalistica erano la normalità. In Italia la storia criminale è sempre stata inestricabilmente intrecciata con la storia nazionale, dunque. Tutta la storia nazionale è attraversata dal filo nero di un costante uso politico della violenza da parte di settori della classe dirigente quale risorsa strategica nella contrattazione sociale. Le culture autoctone, millenarie, quelle che non si apprendono sui banchi di scuola, fortemente condizionate dai dogmi cattolici dal carattere apertamente controriformista e antiliberale, hanno sempre prodotto obbedienza acritica ai superiori, conformismo culturale, la surrogazione della cultura dei diritti con quella dell’elemosina.
E’ questo il terreno fertile in cui il potere e le sue strategie criminali di governo si conservano da secoli.
Quando però il metodo criminale diviene moneta corrente, i comportamenti criminali che non si manifestano con le modalità classiche cruente entrano a far parte della normalità e non vengono più socialmente percepiti come comportamenti criminali.
Se mille delitti costituiscono un problema criminale e diecimila delitti costituiscono un problema politico, allora centomila delitti non costituiscono più un problema perché vuol dire che il delitto stesso è divenuto normalità, pratica di massa e dunque non criminalizzabile. Cessa di essere percepito come devianza e diviene componente della normalità, cioè dell’ordine costituito.
Per cui, se tutto è camorra niente è camorra? Potrebbe dunque dirsi altrettanto per la corruzione, per il nepotismo,  per il clientelismo?
E se tutto ciò è vero. Se la corruzione sistemica, l’abuso di potere e la pratica secondo cui chi governa pensa prima a sistemare per la vita la propria famiglia, il proprio clan, i propri amici, e poi gli amici degli amici e via dicendo, vengono considerati e definiti, quasi sarcasticamente, “costi della politica”, per quale motivo la “replica popolare” del potere, che ne imita le strategie, continua ad essere dipinta come un fenomeno pop?
Una riproduzione mediatica che, attraverso il “gomorrismo”, trasforma la vita delle persone dell’area nord di Napoli in un fenomeno, sì di baraccone, come cantano i Co’Sang.
Ci vorrebbe un momento d’onestà, è vero.
Il momento di onestà che viene cantato e invocato è una rivendicazione di coerenza, di “rispetto per chi soffre” continuando a vivere, nonostante tutto, negli stessi posti che sono diventati lo scenario, o meglio, la scenografia della fiction sul “fenomeno camorra”. Interi quartieri, pezzi di questo paese, ridotti a ghetto, dove, dicono, “lo Stato non entra”. Periferie di una metropoli in stato di abbandono, un’altra Napoli che vive alle spalle della sua omonima, minacciandola costantemente.

Dove la legge e la legalità non le fanno lo Stato ma il “Sistema” che di questa Napoli ha fatto il proprio quartier generale, la propria roccaforte. Dove regna il degrado sociale e urbano, dove il tasso di disoccupazione raggiunge livelli da incubo, dove la malavita approfitta del vuoto culturale per esercitare “comando”, dove la delinquenza è rintanata e governa a suo modo, secondo la legge del più forte, dove le regole sono dettate da chi è riuscito meglio a fregare lo Stato, quello dell’altra Napoli, della “Napoli Bene”, stretta in una morsa dalla sorellastra di cui si parla solamente per gli agguati e i regolamenti di conti, dove la notte è scandita dai fischi delle pallottole e dalle sirene delle volanti e dove il giorno è vuoto di speranze.
E’ questa la grande messa in scena dello spettacolo-camorra.
Un attacco forte al “gomorrismo” e le sue distorsioni, dunque, quello cantato dai Co’Sang.
Una critica serrata, “coerente”, ai “cantanti-magistrati”, ai “neomelodici” in quota Zeus Record, a Matteo Garrone, regista per un mese nelle “vele” di Scampia, roccaforte in cui nemmeno la polizia riesce talvolta ad entrare, e a Gomorra, il film “regalo di Natale”, che ha dato la possibilità alla Zeus Record di racimolare notorietà e sostanziali introiti sul mercato internazionale.
In molti, alla “fottuta ricerca di successo” hanno contribuito alla narrazione stereotipata della malavita organizzata a Napoli. Una narrazione che invece di produrre indignazione e ribellione diffusa volte al consolidamento di contraddizioni e crepe interne al meccanismo criminale, alimenta l’autoesaltazione e la fascinazione di un linguaggio, di pratiche e valori che sono diventate “modello” comportamentale e “culturale” di riferimento per giovani e meno giovani, e “miniera d’oro” per giornalisti e scrittori in cerca di una “banale scorciatoia” verso la fama.
La denuncia, dicono i Co’Sang nel talking a margine del pezzo “Momento d’onestà” tratto dall’ultimo lavoro discografico “Vita bona”, non deve mischiarsi con la collaborazione, con il facile  flirt con ambienti ambigui di cui si attacca, a parole, l’immoralità. Il momento d’onestà necessario è quel processo intellettuale che mantiene autori, giornalisti, registi, cantanti, comparse e gregari lontani dalle luci dello spettacolo stereotipato.

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