Kalashnicov - AK47

E'morto il mitico eroe della guerra e rivoluzione socialista sovietica Mikhail Kalashnicov

29 / 12 / 2013

Per molti Kalashnicov è solo il brano di Goran Bregovic nel film cult Underground di Eremir Kusturiza; altri, più esperti di musica, ricordano gli AK47, una  rap band italica scatenata che è passata per tutti i Centri Sociali.

Solo maturi e passati militanti o quelli più giovani ma ferrati, ricordano il mitico  eroe della guerra e rivoluzione socialista sovietica Mikhail Kalashnicov, inventore del fucile d’assalto AK 47 (Automat Kalashnikova 1947), morto a novanta anni passati, a Mosca, alla vigilia di Natale.

Un’arma micidiale che ha accompagnato le guerre di liberazione e le lotte guerrigliere che hanno attraversato l’Asia, l’Africa e l’America Latina lungo i 30 anni del '900, che sono trascorsi dalla guerra di Corea a quella sandinista in Nicaragua.

Un arma ambita da tutte le fazioni combattenti metropolitane europee ed americane per la sua efficienza ed efficacia, adottata anche dalle bande di rapinatori e mafiosi perché capace di penetrare, con i suoi proiettili, un blindato carico di denaro, politici o giudici.

Più che un’arma un mito, ricercato affannosamente, per distruggerlo, dalle polizie di tutto il mondo.

Mikhail Kalashnikov è all’inferno?

di Robert Fisk  originale in The Indipendent - traduzione di Maria Chiara Starace

Ora questo uomo, piccolo e tarchiato, quando l’ho incontrato 12 anni fa, con i capelli  grigi e ben  pettinati, e pochi denti d’oro, se ne è andato davvero nel cielo di tutti gli armaioli, dopo aver trascorso alcuni dei suoi ultimi giorni nella fabbrica di armi che ancora gestiva all’incredibile età di 94 anni, a Izhevsk, nella Russia centrale. E proprio il giorno dopo, sui nostri schermi televisivi c’erano i ribelli della Repubblica Centrafricana che brandivano i fucili automatici AK-47: AK sta per Automat Kalashnikova  (Kalashnikov automatico) e 47 per 1947, la data in cui è stato fabbricato il primo esemplare. La storia di Kalashnikov è nota: ferito nella battaglia di Bryansk, nel 1941, giaceva nel suo letto di ospedale e rifletteva su una domanda di un compagno di ospedale. “Un soldato nel letto vicino al mio, mi ha chiesto:’Perché i nostri soldati hanno soltanto un fucile per due o tre uomini quando i tedeschi hanno quelli automatici?’ Ne ho quindi progettato uno. Ero un soldato e ho creato un fucile d’assalto per un soldato.”

Mikhail Kalashnikov era fin troppo consapevole dello status mitico della sua arma. “Quando ho incontrato il ministro della Difesa del Mozambico,” mi ha detto, “mi ha regalato  il vessillo nazionale del suo paese che ha l’immagine del fucile automatico Kalashnikov. Mi ha detto che quando tutti i soldati che avevano combattuto per la liberazione sono tornati a casa nei loro villaggi, chiamavano i loro figli ‘Kalash’. Penso che questo sia un onore, non soltanto un successo militare. E’ un successo nella vita quando le persone si chiamano come me, come  Mikhail Kalashnikov.”

Non ho citato il fatto che anche  Hezbollah in Libano aveva incorporato la sua sciagurata arma nel loro vessillo: il fucile forma la “I” di “Allah” nella scritta in arabo sulla loro bandiera gialla e verde.

Tuttavia Mikhail Kalashikov aveva pensato molto al suo ruolo nel mondo – e alla morte – e voleva, ho pensato, un qualche tipo di assoluzione. “Non è colpa mia se il Kalashnikov è diventato molto famoso nel mondo, se è stato usato in molti posti travagliati,” ha detto. “Penso che siano da incolpare le politiche di questi paesi, non chi ha progettato le armi. L’uomo è nato per proteggere la sua famiglia, i suoi figli, la moglie. Voglio però che tu sappia che, a parte le armi, ho scritto tre libri dove tento di educare i giovani a mostrare rispetto per le loro famiglie, per gli anziani, per la storia..”

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kalashnicov - G. Bregoviz

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