Indovina chi viene a....

Utente: chicca
27 / 7 / 2013

Mi suonano alla porta alla 11 del mattino. E’ un tizio sulla trentina con camicia bianca, cravatta e pantaloni scuri. Ha in mano un blocco rigido per gli appunti, e vedo dietro di lui un tizio quasi uguale che suona alla porta del mio vicino. Come tutti quelli con la fedina sporca penso a un poliziotto in borghese, un controllo dei vigili o dei pompieri.

Apro con la tenuta che ho in casa quando scrivo, ovvero la maggior parte del tempo quindi, un paio di pantaloni della tuta sfrangiati. E basta. Sono vestito come l’Incredibile Hulk ma senza il suo fisico. Il tizio fa istintivamente un passo indietro, anche se presentandosi a casa della gente senza preavviso di brutture deve pur averne viste. “Le devo consegnare il modulo per lo sconto” dice.

Riallineo immediatamente la mia percezione. Niente di ufficiale, quello mi sta cercando di piazzare qualcosa. “Per lo sconto di cosa?” chiedo.

“Della corrente elettrica. Se mi fa vedere l’ultima bolletta…”.

Sono irritato. La difficoltà più grande di scrivere è quella di tenere il mondo “esterno” lontano dalla testa: le fuoriuscite sono rapidissime, i rientri lenti. Bastano tre telefonate impegnative per fotterti una giornata di lavoro o quasi. E poi sto facendo l’ultima revisione delle sceneggiature di una serie televisiva da dieci puntate, ed è come sempre una spina nel culo. Le devi mettere tutte in fila e controllare che i percorsi dei personaggi siano coerenti, che una cosa fatta in puntata due non vada a impattare in puntate cinque, che una battuta in puntata quattro non sia identica a puntata nove. E trovi sempre qualcosa che non funziona e che devi aggiustare, anche prima che te lo dica il regista, o la rete o il produttore o una delle decine di persone che per qualche motivo ha voce in capitolo, anche se tu questo motivo non riesci a vederlo.

Per cui guardo male il tipo. “Chi siete. XXX?” chiedo nominando una nota compagnia di energia sull’orlo del fallimento.

“Sì. Noi ci occupiamo di energie rinnovabili…”.

“E perché non l’ha detto subito? Perché non ha un badge di riconoscimento” lo interrompo nuovamente.

Non sorride più “Se mi fa vedere la bolletta..” dice ancora.

“Non so dove l’ho messa” dico, ed è vero. “E non mi interessa. Buongiorno”.

Slam.

Quasi immediatamente mi pento. Ho maltrattato, anche se moderatamente, uno che fa un lavoro precario, un lavoro molto simile ai miei del periodo in cui mi ero stufato di fare il cuoco, prima di trovare lavoro stabile – diciamo così – nella coperativa di facchinaggio legata al Leoncavallo. Ho venduto corsi di musica porta a porta, per esempio, pentole e registratori di cassa nei negozi. Che poi venduti è una parola grossa, perché ero troppo timido per esser convincente, mi dispiaceva scocciare la gente. E lo facevano in tanti i miei amici di allora, per comprarsi qualcosa mentre vivevano ancora con i genitori, o per sopravvivere se stavano fuori casa come me. Vedevano saponette, confezioni di cerotti, fiori di carta che qualcuno confezionava anche. Uno che conoscevo faceva il promoter per le discoteche, che detta così sembra una roba accettabilmente figa, ma in realtà significava smollare buoni sconto nelle aulette universitarie.

C’è una differenza però- penso mentre cerco di raddrizzare una scena dove i miei protagonisti hanno un’intuizione geniale facendo sembrare possibile che questa intuizione geniale riescano ad averla senza l’aiuto divino – noi non eravamo così stronzi.

Quando cercavamo di piazzare la nostra mercanzia, il patto implicito con l’acquirente era che gli stavamo vendendo una mezza cacata (con i registratori di cassa in realtà davo roba seria) ma che lui lo sapeva e gli sarebbe costato al massimo qualche lira in più di quello che avrebbe speso al supermercato. Oppure, come con i corsi di musica, il trucco si usava solo per farsi aprire il portone. Andavamo in due e dicevamo “Siamo consulenti musicali” che è una qualifica talmente idiota che poteva incuriosire. Ai tempi la parola consulente non era così abusata, faceva yuppie più che precario a partita iva. Dava rispettabilità. Poi il corso di musica c’era davvero, ed era anche buono. La fregatura, la maggior parte di noi, cercava di tirarla al padrone, fingendo di lavorare molto più di quello che facesse davvero.

Come con i volantini – ho fatto anche quello – dove venivi letteralmente seguito da una macchina dei sorveglianti che batteva le vie assegnate al gruppo, per controllare che non stessi seduto al bar. Lì il trucco – elaborato da un mio amico di cui non dico il nome perché poi è diventato deputato e non vorrei ripercussioni sulla sua carriera politica – era quello di infilare i volantini solo nelle caselle dove era già presente altra posta. Se un controllore passava - e passava - avrebbe pensato che nelle caselle vuote la posta fosse già stata ritirata, suo volantino compreso. E se le caselle erano tutte piene di altri volantini? Si svuotavano.

Oppure quando distribuivamo inserti gratuiti fuori dai concerti nasconevamo i pacchi nei bagagliai degli amici. A pensarci, avevamo una funzione socialmente utile: diminuivamo la fuffa che entrava nelle case.

Adesso, ovviamente, il clima è cambiato. La crisi, la precarizzazione spinta del mercato del lavoro, la vendita a ricasco delle nuove tecnologie, la fine delle ideologie diffuse (aggiungete voi quel che volete) hanno inasprito gli animi e reso ciechi e disperati quelli costretti a bussare alle porte per vendere fuffa. E’ un po’ come il rampantismo degli anni ottanta, ma senza i soldi. Allora se fottevi il prossimo facevi carriera: ti davano una scrivania con vista e il ficus benjamina, adesso ti rinnovano il contratto per un altro mese, sempre a condizioni di merda. O ti danno quei dieci euro di percentuale sul contratto stipulato, con cui manco riesci a pagarti la pizza. Sempre più aggressivo e spietato, vai nelle case della gente all’ora in cui ci sono per lo più gli anziani e speri di turlupinarli con la parola “sconto”, sperando che ci caschino come ci sono cascati con la restituzione dell’Imu del Berlusca, o li martelli di telefonate per cambiare gestore, e poi li rimartelli se cambiano per farli cambiare di nuovo, sempre promettendo grandi benefici, sempre da numeri che sembrano quelli di cellulare e quasi sempre legandoli a contratti che durano anni, da cui non ci si può svincolare senza pagare penali da paura. Ti fotto, o provo a fotterti, perché devo sopravvivere. Perché ci hanno messo nell’arena assieme, e se voglio mangiare devo mangiare te. E anche così non ho la certezza, perché i padroni dei call center, soprattutto quelli più piccoli, hanno il brutto vizio di sparire nottetempo lasciando debiti e salari insoluti, perché quelli più grossi falciano gli addetti con maggiore anzianità di servizio (fosse solo due o tre anni in più) perché costano qualche centesimo in più, hanno qualche pretesa in più, hanno meno sangue agli occhi della nuova infornata.

E mentre io sto qui a scrivere sotto la pala, vanno in giro in cerca di prede sotto il sole, oppure sono schiacciati in cubicoli da polli, con le cuffiette di plastica sudata e la voce degli socciati nelle orecchie che li mandano a cagare.

Quindi, amico delle energie rinnovabili cui ho chiuso la porta in faccia. Scusa, sono stato un po’ stronzo. Torna. Ti offro un caffè e facciamo due chiacchiere.

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