Il Sudafrica di Adriaan van Dis

25 / 6 / 2013

Adriaan van Dis è scrittore, giornalista e animatore televisivo olandese. Figlio di genitori olandesi rimpatriati dall’Indonesia dopo la Seconda Guerra Mondiale si è subito interessato sin dalle sue prime esperienze letterarie ai temi della interculturalità, della diversità e della discriminazione, confrontandosi spesso con la realtà sudafricana e con la sua evoluzione da Paese simbolo del razzismo e del segregazionismo razziale a speranza arcobaleno dopo l’elezione di Nelson Mandela alla guida di questa grande nazione africana.

L’interesse per questi temi e per questo Paese lo hanno portato, nei primi anni 90, all’inizio del processo di smantellamento del sistema di apartheid, a svolgere un’indagine “sul campo” allo scopo di cogliere la portata e le conseguenze del cambiamento in atto in Sudafrica. Da questa esperienza Dis ne ha ricavato il romanzo-reportage “La terra promessa”, ritratto della comunità Afrikaner della regione interna del Karoo, delle loro paure, timori, disorientamento e aspettative di fronte al crollo del vecchio sistema e nei confronti della nuova realtà in formazione.

Dopo un decennio da questo primo lavoro Dis è tornato a parlare del Sudafrica con un programma televisivo in sette puntate della televisione olandese dal titolo “Van Dis in Afrika”: viaggio nell’Africa meridionale – Sudafrica, Namibia e Mozambico – per tracciare un bilancio del cambiamento dopo le dure lotte anticoloniali e la dissoluzione del sistema dell’apartheid. Si tratta di bilancio amaro che racconta delle grandi speranze non concretizzatesi e del persistere di forti e laceranti contraddizioni sociali e di aspri conflitti politici, sociali e interrazziali.

L’attenzione di Adriaan van Dis per l’esito amaro della nazione arcobaleno ispirata da Nelson Mandela, impantanatasi ben presto nella corruzione politica di eredi non all’altezza del compito e nelle contraddizioni razziali e sociali sopravvissute al grande disegno utopico dei primi anni 90, si è concretizzata nel 2010 nel romanzo “Tradimento. Ritorno in Sudafrica” pubblicato in Italia da Iperborea nel 2012.

I due personaggi principali del romanzo, Mulder e Donald, bianchi entrambi, l’uno olandese giramondo, l’altro sudafricano dissidente, figlio di un pezzo grosso del regime bianco, militanti in una organizzazione segreta contro l’apartheid, si ritrovano in Sudafrica dopo la fine del segregazionismo razziale e dopo un decennio dalle elezioni libere del 1994. Il loro bilancio è amaro, specie per Mulder che osserva, giorno per giorno, il fallimento a partire dall’incontro con gli abitanti, bianchi, neri e mulatti del piccolo microcosmo sudafricano in cui Dis ambienta la sua storia. Mulder che con il nome di battaglia di Morten, aveva aderito alla lotta clandestina anti-apartheid sostanzialmente per spirito di avventura e per ostilità ad ogni tipo di discriminazione, diventa nei giorni di permanenza in questa provincia bagnata dall’oceano alla periferia di Città del Capo, l’osservatore acuto del permanere di differenziazioni e discriminazioni pesanti tra enclave bianca e popolazione nera. Contraddizioni non risolte come ben evidenziate in alcuni passaggi del romanzo, come quello in cui Mulder incontra per la prima volta Charmein, ex prostituta nera che vende ostriche girando per le case dei bianchi. Quando Charmein, accortasi che Mulder parla sufficientemente bene l’afrikaans, gli chiede se è già stato in Sudafrica, questi gli risponde che questa era la sua prima visita dopo la liberazione. E lei, stupita, chiede:

Liberazione? […] Charmein fece una smorfia. ”’apartheid.>

Forse sta tutto in questo dialogo l’angoscia del fallimento di una passione politica, di una speranza che percorre l’animo di Mulder lungo tutta la storia. Mentre attraverso veloci flashback ripercorre momenti della lotta clandestina vissuta con il nome di Morten, allo stesso tempo non può non vedere le case recintate dei bianchi in collina e il villaggio immerso nel fango dei coloured e dei neri, pescatori e contrabbandieri per necessità, in cui imperversano bande giovanili e trafficanti di tik. Non può non cogliere nella diffidenza e paura per il futuro dei bianchi e nell’ovvio risentimento dei neri costretti ancora alla miseria e alla subordinazione, l’incomunicabilità che la condizione sociale ed economica alimenta.

Donald, invece, sino dalla militanza armata clandestina è stato sempre un idealista privo di dubbi e ricco di certezze ideali; talmente forte delle proprie convinzioni al punto di non riuscire a comprendere pienamente l’incertezza della realtà e le contraddizioni che esso stesso incarna, dottore che vive nella villa più ricca dell’enclave bianca, quella ereditata dal padre protagonista del passato regime razzista, circondato da lavoranti neri ma ancora impegnato a suo modo a mondarsi dal retaggio familiare attraverso l’impegno in imprese che non riesce a far comprendere né ai bianchi, né ai neri del nuovo Sudafrica. Solo Mulder, per lo strano legame che li legano, lo aiuterà nel tentativo di sottrarre un ragazzo dalla dipendenza dal tik e dal giogo dei trafficanti.

Tradimento” è una lettura amara ma è, anche una lettura sulla fine delle speranze e sulla disillusione sudafricana? In parte certamente visto che non nasconde le laceranti divisioni razziali e differenziazioni economiche e sociali dell’oggi, né la piaga della microcriminalità che infesta le periferie delle città sudafricane o la tragedia sanitaria che colpisce le popolazioni nere, ma quando Mulder, nel lasciare il Paese, si trova di fronte al commento di un connazionale in attesa come lui del prossimo aereo, intriso questi del trito razzismo ingenuo e banale di quanti pensano che i neri non dovrebbero mai avere davvero in mano le leve del comando, nella risposta del suo protagonista fornendo al lettore una chiave di lettura questa volta tutt’altro che pessimistica e rassegnata.

L’uomo seduto accanto a lui leggeva di traverso il suo giornale: un olandese, ben vestito, mocassini, anello con sigillo, un tipo distinto. Andava matto per il Sudafrica, ci veniva tutti gli anni: un paese strabello. , e pose confidenzialmente la mano sul braccio di Mulder, . , disse Mulder. Mulder non rispose, era troppo vecchio per quel tipo di discorso…Venne chiamato il volo di quell’uomo, Mulder lo salutò con un cenno del capo. La sua mano era un pugno, un pugno pronto ad afferrare un coltello, a usarlo per fare un buco in una Bibbia e imbottirla di esplosivo al plastico. Non come Morten, ma come Mulder. Ecco, non riusciva a fare a meno di occuparsi del mondo.”’,>

Adriaan van Dis

Tradimento. Ritorno in Sudafrica”

Iperborea editore, 2012

25 giugno 2013

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