I Gilets Jaunes: lotta, organizzazione e narrazioni di un movimento non congiunturale. Il report del dibattito

6 / 7 / 2019

Nel nostro Paese, spesso assistiamo a una sorta di “atteggiamento da tifosi”, o per dirsi voglia, a emulazioni un po’ goffe nei confronti di quanto accade nel mondo, a livello di movimenti.

Al contempo, però, vi è la necessità di immergersi con un atteggiamento “altro”, alla ricerca della complessità e delle contraddizioni ontologiche delle realtà sociali, costitutive dei movimenti moltitudinari.

I Gilets Jaunes vengono definiti spesso un “movimento non congiunturale”, cioè non caduco o solamente temporaneo: non a caso si è dinanzi ad uno dei movimenti più importanti e ineditiapparsi sulla scena pubblica negli ultimi decenni.

Il dibattito del 1° luglio ha perseguito la pratica di un obiettivo duplice. Da un lato cercare di comprendere l’origine, le continue trasformazioni di uno dei corti circuiti più sorprendenti che stanno accadendo all’interno della crisi della civiltà neoliberale, soprattutto in una fase in cui la lettura mainstream europea costringe ad una forzata dicotomia tra i difensori di un ordine globalizzato e i paladini del nazional-populismo.  Dall’altro la necessità di indagare, nel nostro essere soggettività di movimento, quali indicazioni stiano venendo da Oltralpe per quanto riguarda l’intreccio di lotte e di strategie, attraverso le tante battaglie della vita contro il capitale.

Queste indicazioni riguardano innanzitutto il tema della giustizia sociale nella sua essenza anticapitalista,  strettamente concatenata al tema della giustizia climatica, oltre che a quello della redistribuzione della ricchezza, in un connubio tra le svariate e frammentate forme di lavoro contemporaneo, attraverso la moltiplicazione di pratiche di blocco della circolazione e riproduzione del capitale.  Il tutto in un contesto francese in cui il presidente Macron guida un pezzo di ristrutturazione della governance neoliberale post crisi.

Un altro tema fondamentale riguarda la democrazia; tale non deve esser letta nella sua cristallizzazione rappresentativa quale difesa di un simulacro ormai vuoto, ma nella ricerca di una nuova istituzionalità costruita dal basso e contrapposta all’ordine sovrano.

I Gilet Gialli rappresentano un duro attacco all’ordine costituito, che nasce approdando dalle rotonde alle piazze, e che, in 8 mesi, ha conservato una grande tenuta anche quando la controffensiva statale e poliziesca varcava livelli folli.

Generalmente, i movimenti reali compiono uno strappo storico qualora non si accontentino più di una storia già vissuta, creandone, a tutti gli effetti, una nuova.

La storia nuova creata dai GJ sta in due caratteristiche, la prima, l’irriducibilità: rifiutare la truffa del Gran Debate e le strumentalizzazioni elettorali, mentre si continuava e continua a disseminare e organizzare contropotere.

La seconda, dal punto di vista strumentale e logistico, riguarda il piano dell’organizzazione interna, che fa sì che tale movimento si mostri inedito nel rapporto tra soggettività politica e moltitudine, nella costante cura della rappresentazione pubblica e della comunicazione.

Alì e Bilele, ospiti del dibattito e tradotti da Carlotta Benvegnù, fanno parte del Collettivo di Rungis, luogo paradigmatico e peculiare, in cui il movimento dei GJ è germogliato dai blocchi del più grande mercato ortofrutticolo d’Europa, “polmone” di Parigi e di tutta la Francia.

La prima domanda che è stata posta ad Ali, riguarda l’inizio della sua esperienza all’interno di tale collettivo: le motivazioni e le aspettative che lo hanno spinto a sentirsi parte di un movimento del genere.

Alì è venuto a conoscenza delle manifestazioni proprio durante l’Atto I, il 17 novembre 2018, attraverso la televisione ed i social. Appena appresa la notizia ha deciso di andare subito agli Champs-Elysèes. Quanto accaduto a partire dal 17 novembre è «un movimento che si aspettava da tempo», per riscoprire forme di solidarietà e fratellanza, dato che la questione della Carbon Tax è stata solo una fra le gocce che ha fatto traboccare il vaso. Le tematiche d’interesse del movimento infatti sono svariate: più giustizia sociale, fiscale, la richiesta di aumento dei salari.

In piazza, la violenza poliziesca è sempre più dura e intensa, con tanti feriti e molteplici arresti. Anche lo stesso Alì viene arrestato durante l’Atto IV dell’8 dicembre; è molto facile farsi arrestare se si è in piazza, basta una mascherina antigas o subacquea, l’indossare un gilet giallo o avere un indeterminato comportamento “sospetto”.

Alì disquisisce anche sul tema mediatico: la comunicazione dei GJ avviene attraverso i social, soprattutto mediante la piattaforma facebook e telegram. Dall’altro lato, invece, prefettura e televisioni ad ogni atto annunciano i numeri dei manifestanti in piazza costantemente al ribasso.

L’Assemblea delle assemblee, invece, è una forma che riunisce tutte le assemblee territoriali della Francia: si riunisce a cadenza più o meno regolare e si compone anche di una Carta di Comportamento; le persone designate a rappresentare il movimento o il piccolo collettivo, ad esempio, sono tre: tali non hanno alcun potere decisionale senza l’avallo dell’assemblea. Questo strumento è stato fin da subito un grande successo con oltre 500 persone facenti parte di molteplici realtà di movimento francese.

Bilele, definisce i Gilet Gialli come “movimento tentacolare”.

L’esperienza di Rungis:

Il ritmo del movimento è decisamente accelerato e, ad esempio, attorno al collettivo di Rungis gravitano un centinaio di persone ognuna con un suo ruolo. C’è chi si occupa di media, facebook, telegram, chi assicura i contatti con altre forze progressiste.

Rungis è un collettivo cosmopolita: la composizione è eterogenea e antisessista, tra l’altro è stato il primo collettivo in Francia a dichiararsi antirazzista fin da subito, ricacciando, anche violentemente, ogni infiltrazione di fascisti, razzisti o islamofobici. Oltre ai veti indissolubili, vi è comunque un’apertura di fondo verso i soggetti più vicini, come i sindacati dei Ferrovieri.

Una specificazione essenziale: Il problema dello Stato francese non è Macron ma il sistema capitalistico.

A seguito delle mobilitazioni dei GJ, in Francia sono nati nuovi strumenti repressivi, ad esempio la “Schedatura gialla”, espediente ad hoc per la schedatura degli attivisti, e di nuovi regolamenti sul materiale vietato da non poter portare in piazza, si tratta anche di oggetti banali.

Dall’altro lato della barricata si sta costituendo anche una forma di autodifesa popolare (es. striscioni rinforzati col plexiglass); nel movimento dei GG, tra l’altro, vi sono anche gruppi pacifisti che preferiscono non partecipare alle azioni dirette.

«Siamo venuti qui per parlare con voi perché ci rendiamo conto che le informazioni sono poche, in una repubblica delle banane, nonostante la stanchezza di 8 mesi di mobilitazione che sono tanti. Non ascoltate ciò che proviene dai media. Il primo maggio è stata l’ultima più grande mobilitazione. Siamo qui anche per mobilitare una solidarietà internazionale sul Sudan, bisogna stringersi soprattutto nel mondo occidentale visto che siamo i protagonisti di quel che accade. Il nostro sogno è la rivoluzione internazionale, ma per ora va bene così».

Francesco Brancaccio, della Plateforme d'Enquêtes Militantes, è appena tornato dalla terza assemblea dell’assemblee, che rappresenta un ulteriore passaggio tra lotta e organizzazione. L’assemblea si è tenuta nella cittadina ex operaia di Montceau-les-Mines, nel centro francese, con la partecipazione di 250 persone provenienti da diversi territori francesi, sia dalle città, aree periurbane che dalle aree rurali.

Si sottolinea come il dibattito a Sherwood sia una fra le prime occasioni di restituzione dal vivo in Italia del movimento dei GJ.

Il movimento si inscrive nella durata e da otto mesi non fa che trasformarsi e consolidarsi. Nella storia della V Repubblica francese non ci sono esempi similari, ad esempio il movimento del maggio francese è durato “solo” un mese.

Il movimento assume una forma federale in un territorio piuttosto frammentato. Differenti generazioni entrano in contatto e si incontrano, condividono lavori comuni. Nello spazio, il movimento si caratterizza con una sperimentazione concreta di democrazia diretta dove i comitati continuano a crescere, assieme alla strategia politica.

L’evento originario del movimento, come già ricordato, è stato il 17 novembre, una giornata non causale e da contestualizzare con alcuni momenti importanti a partire dal 2016 (Loi Travaj, elezione di Macron).

Il partito di Macron nasce fra le start up che si inseriscono nell’esaurimento della costituzione materiale della V Repubblica, inaugurando politiche neoliberali e torsioni autoritarie.

La nascita del movimento dei GJ è stata preceduta da una petizione online contro la Carbon tax che ha ottenuto un milione e 200 firme. Qui si inserisce l’elemento della costruzione delle reti sociali, non separandosi ovviamente dal vivere una fisicità urbana.  

Nei giorni successivi alla nascita del movimento, i GJ vengono definiti dai media come “anti-ecologici”, stigmatizzandone le azioni e inscrivendole in un quadro politico determinato dal post-Brexit, dalle elezioni di Trump, tratteggiandoli come inconsapevoli rispetto alle sfide climatiche future. Una macchina mediatica che dipinge uno scenario, a livello mondiale, completamente distorto.

La Carbon Tax investe le vite degli abitanti nei territori rurali, laddove, con lo smantellamento del servizio di trasporto pubblico, l’utilizzo della macchina è una necessità vitale. Le rivendicazioni che vengono a formarsi dopo, assumono una declinazione specifica, da un lato c’è un’insistenza sulle tematiche salariali: salario minimo, aumento dei salari; dall’altro vengono presentate richieste per il potenziamento dei servizi pubblici, la transizione e la giustizia ecologica, oltre che questioni sulla fiscalità. Quest’ultima non va isolata poiché compone la piattaforma e deve essere combinata con le altre.

Il movimento che è stato definito “tentacolare”, può essere rappresentato come una infrastruttura politica con cerchi concentrici che si dispiegano sul piano orizzontale. La democrazia diretta costituisce per i GJ un campo di battaglia, tutt’altro che uno sfruttamento retorico, ma un vero e proprio contropotere. Il Movimento è dunque, sostanzialmente, un movimento inedito. Caratterizzato da una costante dialettica, non dicotomica.

Marco Assennato, del Collettivo Euronomade, specifica che quel che si sta vivendo è la crisi della governance neoliberale, inserito in uno scontro tra sovranismo e para-democrazia.

Dai GJ bisogna certamente imparare la franchezza di alcune parole d’ordine. Questo mondo è disseminato dalla lotta di classe, ed i Gilets, senza leader ma con un orizzonte che guarda avanti, insegnano ad interrompere la morsa tra tecnocrati e fascisti.

Vi è un insegnamento anche su come si tiene uno sciopero nell’epoca del lavoro cognitivo, in uno spazio di metropoli disseminata. I danni prodotti sono quantificati per ogni atto, non è un caso che Macron abbia concesso determinati pezzi, in questo caso subisce una potenza prorompente.

«Dovessimo durare anche 40 anni, noi saremo comunque qui».

Bilel, riprendendo la parola nel finale sulla base di alcune domande poste dal pubblico, specifica di non volersi avventurare in risposte pretenziose sugli scenari futuri. Il movimento, nonostante sia grande ed eterogeneo è ancora parziale poiché non rappresenta appieno la popolazione francese. È per questo motivo che l’obiettivo determinante dei GJ è di procedere con allargamento del movimento ad altri segmenti e settori. Per essere rappresentativi del popolo francese, mancano infatti le fasce di studenti più giovani, e manca anche un certo protagonismo di alcuni quartieri più popolari.

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