Galleggiare su un mare che cambia

Lau Lagoon, Solomon Islands, oggi: i tentativi delle comunità insulari di far fronte al drammatico innalzamento dei mari e alle avversità atmosferiche dovute al cambiamento climatico.

17 / 12 / 2020

Guardi la distesa di acqua di fronte a te, uno spazio infinitamente azzurro in cui la sottile linea che separa acqua e aria si muove con l'ondeggiare della canoa di legno su cui galleggi. Tuo fratello rema a prua. Il tonfo bagnato del remo che si scontra ed emerge dall'acqua è l'unico suono che tormenta questo caldo pomeriggio di sole.

Chiudi gli occhi. Questa mattina in classe eravate pochi: ieri sera c'è stata una tempesta. Nonostante ci troviamo nel pieno della stagione secca. Anche sull'isola in cui vivi tu il vento ha soffiato forte. Tu, tuo fratello e i tuoi genitori lo avete sentito ululare per tutta la sera e le assi della casa hanno tremato ininterrottamente. Sentivi il mare agitarsi sotto il pavimento, sentivi che si alzava quasi volesse toccarti le piante dei piedi. Perché tu vivi proprio sopra di lui: è per questo che vi chiamate e vi chiamano wane i asi, la gente del mare. Diciotto generazioni fa, i tuoi antenati hanno scelto questo punto della laguna per costruire, roccia su roccia, quella che ora è la tua isola. Te li sei sempre immaginati con delle braccia enormi, questi uomini che si tuffavano in mare alla ricerca di rocce calcaree da rubare alla barriera corallina e poi le portavano qui e le gettavano sul fondo della laguna e ripetevano questo rituale per infinite volte fino a che non vedevano la pietra emergere dall'acqua. Ti sei sempre immaginato la soddisfazione che dovevano provare in quei momenti. Non puoi immaginare però la determinazione e l'esasperazione che devono averli spinti all'impresa titanica di creare un'isola. Volevano sfuggire alle zanzare, alle malattie e agli wane i tolo, la gente del bosco. Oggi, per non vanificare l'immane lavoro che fecero, bisogna che tu, insieme a tutta la comunità, ti prenda cura dell'isola, perché lentamente il mare sta riprendendo possesso di questo frammento che gli è stato sottratto.

Però dicono che la vostra inesorabile opera di riparazione e ricostruzione presto non sarà più sufficiente, dicono che i vostri sforzi non impediranno al mare di succhiare la calcite dalle rocce che avete protetto e coccolato per secoli. Lo dice anche il maestro della scuola, che questa mattina vi ha spiegato cosa sono i numeri decimali con aria assente. Lui sa più di tutti come sarà il futuro, dice che il livello dell'acqua si alzerà sempre di più, fino a coprire anche i tetti delle vostre case. E tu gli credi, perché tante, troppe volte nei tuoi unidic'anni di vita hai visto il mare che si alzava, fremeva e si arrabbiava; hai sentito il legno del pavimento della tua casa bagnarsi e hai corso con tutta la tua famiglia lungo la passerella che unisce casa tua e la terra, fradicio di pioggia e paura. Troppe volte hai visto tua madre piangere perché il taro che stava crescendo rigoglioso nella vasca di acqua dolce che anche tu avevi aiutato a scavare soffriva il sale del mare e ora sarebbe morto, e lei non avrebbe potuto cucinarlo e servirvelo in mille modi diversi. Ciò significava che per i mesi seguenti avreste mangiato solo riso e carne in scatola. Alimenti che non crescono certo sull'isola. Una volta al mese arrivano grandi navi provenienti da chissà dove, non attraccano neppure, le raggiungete voi con le canoe, si prendono il bêche-de-mer e in cambio vi sommergono di riso, tè, farina e zucchero. Però quando il bêche-de-mer non c'è perché non è stagione, a volte le navi non si vedono per mesi interi. Quando è così, tu rimani a scrutare l'orizzonte finché la luce ti permette di farlo, nella speranza di scorgere qualcosa che interrompa la linea piatta che separa il cielo dal mare e veder comparire l'agognata nave che prende forma sull'orizzonte, e che significa che smetterai di mangiare pesce e cocco essiccato ad ogni pasto.

Apri gli occhi. Il mare e il cielo sono ancora dov'erano, ancora impegnati in questa danza di azzurri. Guardi la schiena nuda di tuo fratello contorcersi mentre si sporge dalla canoa e infila una mano nell’acqua. Tra pochi mesi se ne andrà e ti lascerà solo a traversare la striscia di mare che separa la tua isola dalla scuola e a tremare quando il vento soffia così forte che potrebbe ribaltare la canoa. Andrà a Honiara, la capitale, a continuare gli studi. E tu sai che farà come tutti, non tornerà più. Vivrà nel quartiere dove vivono tutti quelli che dal mare si sono spostati sulla terra, si troverà un lavoro, vi manderà dei soldi alla fine di ogni mese e tornerà solo a Natale, rimarrà una settimana, non di più, e poi farà ritorno alla sua vita in città. Questa storia ti mette una grande tristezza. Tuo padre invece dice che avere un figlio nella capitale sarà una grande risorsa, dice che i soldi che guadagna al mercato due volte la settimana vendendo il pesce alla gente del bosco sono sempre troppo pochi e i soldi al giorno d'oggi servono. Anche questa cosa ti mette molta tristezza, a volte ti fa venire voglia di piangere. Perché tu, da grande, vorresti pescare, proprio come tuo padre. Vederlo uscire di casa all'alba con la sua rete e il suo arpione di bambù ti muove qualcosa dentro. Lo stesso qualcosa che si muove quando vedi la sua canoa tornare a riva carica di pesci di tutte le forme e i colori che saltano e si dimenano e allora smetti di cercare conchiglie e ricci di mare tra la sabbia con tua madre e corri a vedere il bottino della giornata.

Scivoli in avanti fino a raggiungere tuo fratello e gli pizzichi la schiena. Lui si volta verso di te e ti sorride mentre estrae il remo dal mare cristallino della laguna.

LINK UTILI:

Climate change drives Solomon Islands' people of the sea ashore, dv.com

The knock-on effects of climate change in the Solomon Islands, Tagolyn Kabekabe

Ontong Java, Displacement solutions

Prospects for climate change on three Polynesian outliers in Solomon Islands: Exposure, sensitivity and adaptive capacity, Rasmussen et al.

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