Cosa si prova nella lettura di X (Fandango) di Valentina Mira

16 / 3 / 2022

Quando mi sono approcciata alla lettura di X di Valentina Mira, ero ben consapevole di quel che stavo per leggere; d’altronde, la quarta di copertina, sgombra, piazza al centro di una pagina bianca la frase dirimente: “Ma tu, lo sai almeno cos’è uno stupro?”, giusto per eliminare tutti i dubbi sulla trama sin da subito.

X non è un romanzo che pesca dall’esperienza personale miscelando elementi di fantasia, ma una lettera narrante realtà indirizzata ad un soggetto ben qualificato, destinatario che non aprirà mai la busta di una lettera bella spessa, né tantomeno il libro poi pubblicato che la racchiude.

L’esperienza di Valentina è quella di una giovane donna che termina il quinto liceo e si appropinqua verso l’estate della maturità, quella che nei ricordi di tutti resta la migliore, poiché gonfi d’ebbra libertà dalla scuola, con un piede rivolto all’Università.

Una canna al vento spinta verso un indefinito futuro che diviene una canna spezzata, subitanea, in una casa in cui si ascolta musica sguaiata e dal disgustoso olezzo: Cinghiamattanza, uno degli inni-balli degli Zetazeroalfa, band neofascista tristemente famosa per i siparietti che hanno più volte messo in crisi la teoria dell’evoluzionismo.

In questa casa ci sono ragazzi e ragazze, nient’altro che adolescenti in ritrovo, riversi in una strada alcolica e cicche accumulate. Ma il grado alcolemico supera ben oltre il grado di sopportazione di una neo-diciottenne di buona famiglia. Un’occasione imperdibile per chi avrebbe voluto scaricarsi senza fin troppe moine da primo appuntamento e soprattutto, da prima volta.

In quell’occasione Valentina viene stuprata. Non per sbaglio, non perché lui non aveva capito che lei non voleva, non perché lui aveva vinto una “naturale ritrosia femminile”. No. Quella sera fu stupro, e l’alcool o il precedente flirt non rappresentavano alcun incipit alla quale dare ‘degna’ conclusione.

Quando ripenso a questo libro rivedo dinanzi i miei occhi altre violenze che si replicano come teste di un’Idra: violenze sessuali, violenze psicologiche, molestie, che siano state lette altrove, vissute, riviste in aula di giustizia.

Miliardi di violenze che hanno tutte un punto in comune: il senso di disgusto che si prova nel leggerle, nel vederle rappresentante in forma libro, in forma cinematografica, nel sentirle raccontate da altre.

Uno schifo che si moltiplica per via della tematica, da secoli frutto di tabù, il sesso. Argomento spinoso che si smargina sino a divenire percolato quando si mescola alla violenza. E si rabbrividisce al solo pensare che un uomo raggiunge addirittura l’orgasmo, il sommo piacere, durante un atto sessuale coattivo: un uomo che eiacula su di un cencio ormai senza alcuna linfa vitale se non per esalare un ultimo respiro. L’unica vera voglia che prova quel brandello fatto a pezzi è quella di morire seduta stante. Morire subito, or ora, per non dover rivivere una scena del genere anche solo con la memoria.

È per questo che la scrittura di Valentina Mira è maledettamente coraggiosa, perché nella stesura, nelle riletture pre-pubblicazione, ha dovuto rivivere centinaia di volte quel qualcosa che si intende ammazzare, far tacere, sino ad arrivare finanche a volersi strappare i collegamenti nervosi come se fossero cavi usb surriscaldati.

Tante di noi, come Valentina, si sono ritrovate sulla strada verso casa, con gli occhi gonfi di lacrime e colanti di mascara economico, con le costole incrinate e vaganti nel petto in piccoli pezzettini fino a conficcarsi nel cuore, nei polmoni, nei reni. Mentre lì, proprio verso il basso ventre, si percepiscono continue spinte, come in una violenza infinita, riverberata nella propria scatola cranica che non intende fermarsi mai, sino alla decomposizione di un’anima. Siamo dinanzi alla cannibalizzazione dell’amor proprio.

Come dinanzi ad un’immagine che si specchia in un caleidoscopio, mille e mille raffigurazioni di violenza attraccano su Valentina facendosi largo in differenti periodi della propria vita con differenti personaggi:

Il Capo, dagli appiccicosi tentacoli, un’altra figura che intenta, con l’arma del ricatto lavorativo, un’ennesima violenza.

Il fratello, sangue del proprio sangue, figliol prodigo che segue un Lucignolo, senza mai più tornare, senza voler mai credere alla storia raccontata dalla propria sorella.

La propria famiglia, intenta ad inscenare un nido confortevole e senza pericoli, mentre l’arma del silenzio e del disinteresse rende sempre più magre, taciturne e incollate al pavimento.

La scrittura, anche se in forma dadaistica, che porta alla raffigurazione di una X composta di parole, rappresenta una espiazione di un peccato non proprio, una sanificazione di un corpo reso sporco da detriti e sangue grumoso secco, dall’odore metallico.

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