Bisogna difendersi dalla società? La guerra dell'Europa in crisi

A Padova via al ciclo di autoformazione del collettivo universitario Spam sulla guerra

16 / 3 / 2016

La guerra globale non ha mai mancato di essere una costante durante la nostra esistenza. Da quella del golfo agli inizi degli anni Novanta alla guerra del Kossovo nei Balcani, passando per le cosiddette missioni umanitarie anti-terrorismo del nuovo millennio, la nostra generazione è cresciuta con le narrazioni degli interventi bellici che si svolgevano al di là del nostro sguardo, del nostro tatto. Al contrario di ciò che viene impartito dalle nozioni scolastiche sul dopoguerra del secondo conflitto mondiale, la guerra non ha mai smesso di cessare di esistere come mezzo per la spartizione geopolitica dei territori e per il saccheggio delle risorse economiche durante tutto il resto del secolo. 

Se è vero che le Costituzioni nazionali degli anni Quaranta e lo stesso concetto di Europa del XX secolo si sono fondati in antitesi allo stato di guerra e agli antagonismi degli Stati-nazione dell’Occidente, allo stesso tempo abbiamo assistito non ad una progressiva scomparsa dei conflitti bellici, bensì alla loro evacuazione fuori dai nostri confini. Questo è il motivo per cui la guerra ha superato sia alcune sue forme tattico-tecnologiche tipiche degli scontri simmetrici, sia la sua posizione simbolica e materiale nel senso comune: basta attenersi alle restituzioni del Novecento per renderci conto che, nonostante la guerra globale ci abbia accompagnato per tutta la nostra vita, non abbiamo mai percepito veramente cosa significhi essere in uno stato di guerra; non siamo stati, del resto, né arruolati né colpiti da ingenti operazioni militari nelle nostre città. Eppure, possiamo dire di star vivendo degli importanti quanto profondi cambiamenti dovuti al persistere della guerra alle porte d’Europa.

Cosa vuol dire vivere in uno stato di guerra oggi? Partendo dalla forte discontinuità con le forme e le percezioni passate, vogliamo provare ad indicare delle possibili linee di interpretazione che permettano di comprendere la guerra attuale, le sue ricadute, la sua genealogia e le sue implicazioni, e disarticolarne le ragioni su cui si costruisce. Un assunto empirico preliminare è d’obbligo: dall'intervento NATO in funzione anti-Gheddafi nel 2011, dalle stragi a Parigi di Charlie Hebdo e del 13 novembre scorso, dalla strategia di impegno nel conflitto siriano da parte della NATO e dal probabile nuovo intervento in Libia, la guerra è una realtà che ci circonda e che sta modificando radicalmente la composizione giuridica, sociale ed economica dell’Europa. A causa della guerra la costituzionalizzazione degli stati d’eccezione nel nome della sicurezza mettono a repentaglio i diritti civili e le libertà personali frutto delle battaglie interne ai movimenti democratici degli ultimi due secoli, come la libertà di movimento e di espressione collettiva del dissenso; il regime di austerità, e con esso la cultura neoliberale egemone nell’Europa a trazione tedesca, ha trovato nuova legittimazione imponendo ulteriori sacrifici economici che però non scalfiscono le crescenti spese militari e una maggiore rigidità di bilancio a scapito dei diritti sociali e del rifinanziamento del welfare pubblico. 

Inoltre, una nuova cultura della cittadinanza europea, proposta dalle nuove destre xenofobe e complementare al governo neoliberale, sta imponendo un’idea di soggettività e di umano maturata attorno al conflitto orizzontale con l’altro, alla diffidenza e alla guerra simulata con etnie e culture non europee. Tutto ciò viene generato dalla retorica dello scontro di civiltà e dell’incompatibilità ontologica tra gruppi etnici e sociali, trovando un terreno concreto di applicazione sui corpi degli immigrati che arrivano in Europa scappando dalla guerra o su quelli degli immigrati di seconda generazione. In virtù di ciò vengono giustificati gli interventi militari, necessari a umanizzare le “altre” società e a salvaguardare i diritti umani delle vittime di guerra – salvo poi chiudere i confini e rifiutare l’accoglienza per coloro che fuggono.

Le tensioni e la recente storia di colonialismo che l’Occidente europeo porta in eredità sono una connessione transnazionale tra il nostro continente e la guerra che si consuma in Medio-Oriente. Questo clima di guerra simulata, che polarizza la società e la frammenta profondamente, trova infatti  l’incontro con il pesante passato di dominio, usurpazione e conquista, nella violenza delle sue manifestazioni più estreme, come gli attentati che si sono verificati negli ultimi mesi. 

Del resto, le strategie belliche negli ultimi due secoli e mezzo hanno avuto spesso l’obiettivo di conquistare territori in cui espandere l’accumulazione capitalistica. Questo aspetto, volutamente oscurato nelle attuali narrazioni, mette in luce una serie di fattori non secondari per una presa chiara sul presente. La guerra è imposta agli altri all’esterno e, allo stesso tempo, imposta su di noi dall’alto, dalle élite che guidano i nostri governi, eteroguidate da centri di decisione che si trovano al di fuori dei nostri confini nazionali, quando, appunto, si crea una tensione interna alle nostre società. 

Lo stato di guerra perenne in cui viviamo non si combatte dunque solo con le armi e non riguarda delle zone del mondo altre da noi. E’ più profondo perché si riferisce alle fratture, alle crepe, all’impossibilità di avere un legame sociale positivo. La guerra è in primis una concezione dei rapporti sotto l’egida della paura, del timore e della diffidenza reciproci. 

Quanto ci è essenziale la guerra? Quanto è intrinsecamente legata al nostro fare società, all’economia e al diritto? E’ davvero così terrificante la situazione che dobbiamo imparare – modificando una dicitura foucaultiana - a difenderci dalla società

Tra scienza politica, economia, sociologia e filosofia, proveremo a rispondere a questo interrogativo centrale per il nostro ciclo di incontri. Connettere i saperi umanistici tra loro è un atto che non vuole raggiungere soltanto l’accuratezza della ricerca, ma rivendica anche un metodo: quello della cooperazione tra discipline e quello dell’utilità della conoscenza delle scienze umane. Perché abbiamo bisogno di una strumentazione teorica che ci aiuti a comprendere i fenomeni, al fine di potere trasformare l’esistente, ben sapendo che il sapere non è mai neutro. 

Ora più che mai abbiamo bisogno di prendere posizione e, da qui, iniziare a costruire il nostro futuro libero dalle guerre. 

VENERDI' 18 MARZO, ORE 17.00: Tra l'elmetto e il turbante, tra onde verdi e ondate nere: la domanda di democrazia nelle società a maggioranza musulmana

Relazione sulla genalogia dell'ISIS e analisi della guerra in Siria tenuta dal prof. Enzo Pace, sociologo delle religioni (Unipd).

Aula B, Dipartimento di Scienze Politiche, via del Santo 28. 

GIOVEDI' 6 APRILE, ORE 16.30: La politica come cotinuazione della guerra con altri mezzi. Michel Foucault a confronto con Carl Schmitt

Relazione sulla concettualizzazione della guerra da parte di Foucault e il confronto con il giurista Schmitt tenuta dalla dott.ssa Valentina Antoniol, dottoranda in “Global and International Studies” (Unibo).

Sala film, Dipartimento FISPPA, Palazzo Capitanio in piazza Capitaniato

GIOVEDI' 21 APRILE, ORE 16.30: Guerra e politica in Marx

Relazione sulla tematizzazione della guerra nello studio del capitalismo in Marx e sul concetto di guerra di classe tenuta dal prof. Luca Basso, docente di Filosofia sociale (Unipd)

Sala seminari, Dipartimento FISPPA, Palazzo Capitanio in piazza Capitaniato. 

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