Dietro l'insediamento

"We, the people …"

Il progetto politico di Obama tra retorica e valori costituzionali

23 / 1 / 2009

Nell'analizzare la vittoria di Barack Hussein Obama nelle elezioni presidenziali del novembre scorso e nel cercare di interpretare il disegno politico strategico incarnato dalla sua presidenza nel momento della cerimonia d’insediamento, è innanzitutto necessario tener presente le profonde differenze tra la tradizione “atlantica” e quella “continentale”, ovvero tra la storia e la cultura politica americana e quelle europee. La vicenda storica occidentale si biforca con la colonizzazione delle Americhe (nel Nord in particolare ad opera dei migranti inglesi appartenenti ai gruppi puritani, ai settori più radicali della Rivoluzione inglese del 1649, che là trovano rifugio dopo la Restaurazione del 1660) e, successivamente, con la Rivoluzione che culmina nella Dichiarazione d’Indipendenza del 1776. Culture e linguaggi che non possono essere assimilati.

Ciò premesso, la prima impressione, ricavata leggendo gli scritti e i discorsi di Obama Dreams from My Father: a Story of Race and Inheritance e The Audacity of Hope: Thoughts on Reclaiming the American Dream tra i primi; gli interventi nella campagna per le Primarie, il comizio di Chicago dopo la vittoria e il discorso ufficiale di giuramento del 20 gennaio scorso, in particolare tra gli altri), è che il continuo richiamo ad una precisa genealogia di pensiero politico – dai principi jeffersoniani della Costituzione americana, alla loro riaffermazione da parte di Lincoln negli anni della battaglia contro la schiavitù e della Guerra Civile e, infine, alla loro attualizzazione nei movimenti per i diritti civili e la liberazione degli afroamericani degli Anni Sessanta – non rappresenti solo una efficace strategia retorica, ma abbia direttamente a che fare con la sostanza del suo progetto politico.

Obama sembra così proporre un rinnovato “patriottismo costituzionale”, una nuova identificazione collettiva della società americana intorno ad un cuore di valori etico-politici condivisi, che nulla ha a che fare con i nazionalismi europei otto-novecenteschi. In sostanza, a partire dalla contrapposizione della “speranza” dei Padri Fondatori alla “paura” hobbesiana come sentimento politico fondamentale, l’insistito rinvio ai principi costituzionali che dichiarano gli uomini “tutti liberi, tutti eguali, tutti meritevoli della possibilità di perseguire il conseguimento della felicità” risulta decisivo per sancire la netta discontinuità con le politiche delle Amministrazioni statunitensi negli ultimi anni, fondando sulla riconquista di una sorta di “primato morale” dell’America un modello di governance nazionale e globale, che sia in grado di rispondere alla crisi di sistema (finanziaria, economica, sociale, energetica e ambientale) nei termini dell’esercizio multilaterale di un soft power, che preveda l’uso della forza militare solo come ultima istanza.

In questo senso, Obama esprime pienamente sia il punto di vista dei settori più intelligenti dell’oligarchia capitalistica globale, ormai consapevoli del cul de sac in cui si sono andati ad infilare trent’anni di politiche neo-liberiste, sia l’influenza esercitata dai movimenti sociali, siano essi latenti od organizzati. Non solo il modello di governance, che si intravede tra le quinte del rito di massa dell’insediamento del nuovo Presidente, sembra presentare un elevato grado di porosità (e un’altrettanto necessaria flessibilità) di fronte alle pressioni delle dinamiche moltitudinarie, ma Obama stesso avverte esplicitamente l’urgenza di, parole sue, “restaurare il rapporto di fiducia tra governo e popolo”, ammettendo così una crisi di legittimità senza precedenti del sovrano potere imperiale.
Intervento in


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Foto di radiospike

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