Washington - Riyad via Roma

Come l'Italia con l'acquisto di nuovi armamenti si inserisce nell'alleanza storica tra fra Stati Uniti e Arabia Saudita

10 / 11 / 2015

E’ notizia di qualche giorno fa che il Governo Italiano abbia raggiunto un accordo con gli Stati Uniti per ottenere la licenza e gli armamenti necessari per equipaggiare con nuove armi i droni Predator e Reaper in forza all’Aeronautica Militare.

L’Italia sarà così il terzo paese della Nato, dopo Usa e Regno Unito, ad avere in dotazione una flotta di droni con capacità offensive, mentre fino ad ora le missioni cui erano destinati questi velivoli senza pilota erano principalmente d’intelligence, supporto per le truppe a terra e di ricerca e soccorso.

La motivazione che ha spinto il Senato Usa ad approvare la vendita di armamenti e tecnologia è stata giustificata dal fatto che l’Italia è un partner molto affidabile all’interno della Nato e potrà così contribuire in modo più efficace alle operazione nel Mediterraneo e nel Golfo Persico, migliorando inoltre la flessibilità operativa dell’Aeronautica Militare. Sembra così che sia riconosciuto un ruolo speciale all’Italia e alla sua posizione strategica all’interno dello scacchiere Medio Oriente-Nord Africa.

Se la decisione del Senato statunitense è puramente di politica internazionale, gli stimoli che l’amministrazione Obama ha dato per sbloccare tale accordo sono di due livelli. Il primo esclusivamente strategico-militare, appunto la posizione geografica dell’Italia per quanto riguarda la questione libica, non solo nell’ottica di contrastare l’avanzata del fondamentalismo religioso e delle milizie affiliate allo Stato Islamico, ma anche per monitorare maggiormente la situazione sulle coste e le partenze dei barconi della speranza verso Lampedusa e le coste italiane; in secondo luogo invece, la decisione di sbloccare gli armamenti per i droni è di politica economica per il fatto che il totale dell’operazione porterà nella casse della difesa Usa circa 500 milioni di dollari tra droni e armamenti per gli stessi.

Peculiare appare, però, il monito della Difesa Usa sull’uso dei droni armati: esiste un “protocollo d’uso” che prevede l’impiego dei droni solo in casi di difesa nazionale o per situazioni in cui la forza è consentita dal diritto internazionale.

E’ un chiaro paradosso poiché sono sempre meno i casi in cui il diritto internazionale consente l’uso della forza, prendiamo come esempio le campagne di bombardamenti compiute da Cia e Esercito Usa in Afghanistan, Pakistan, Somalia e Yemen, dove le vittime civili e le conseguenze politiche negative dei raid sono state maggiori dei benefici portati da questo tipo di operazioni.

La notizia riguardante i droni s’intreccia, non senza coincidenze, con altri fatti accaduti negli ultimi giorni che legano la nostra penisola con quella arabica.

Alcuni giorni fa la stampa sarda ha divulgato la notizia, ampiamente documentata da foto e video, di un carico di bombe e missili in partenza dall’aeroporto di Cagliari Elmas verso Ta’if, Arabia Saudita, dove è presente una base della Royal Saudi Air Force, impegnata da mesi in una campagna di bombardamenti contro le milizie sciite in Yemen. E’ passato così in sordina il fatto che l’Italia sia uno dei maggiori fornitori di armi del Regno saudita, il primo a livello europeo, Regno che si rende responsabile di una serie infinita di violazioni dei diritti umani. Siamo quindi complici non di una guerra bensì di due guerre: da un lato quella interna al regno saudita, in altre parole quella contro l’opposizione che si batte per le libertà individuali; la seconda guerra invece riguarda lo Yemen e l’indiscriminata campagna di bombardamenti che Arabia Saudita e i suoi alleati sunniti stanno compiendo in quella regione.

L’ipocrisia con cui Matteo Renzi si è presentato a Riyad è massima. Da un lato, insieme ai partners europei, consegna il Premio Sacharov per la libertà di pensiero ad un blogger dissidente saudita e dall’altra fa affari politici e militari con un regime che esplicitamente finanzia lo Stato Islamico e che commette crimini di guerra in Yemen. Se c’erano ancora dei dubbi, ecco che l’ultimo “viaggio istituzionale” del nostro Premier dimostra quanto l’Italia sia continuamente asservita alle logiche di mercato, rendendosi complice di qualsiasi guerra pur di ottenere vantaggi economici o degli alleati internazionali da poter vantare sulla carta. 

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