Verso una narrazione palestinese del conflitto

Un contributo di Enrico Bartolomei

23 / 3 / 2013

Questa bozza di riflessioni (frutto della parziale rielaborazione di appunti usati per il corso di formazione per attivisti organizzato da ISM-Italia) nascono dalla constatazione che l'analisi della natura del conflitto in Palestina - in particolare l'ideologia e la pratica del movimento sionista - è un aspetto fondamentale per l'elaborazione di una strategia efficace di solidarietà con la causa palestinese. Inoltre, esse intendono contribuire al dibattito in corso all'interno del movimento di solidarietà con la causa palestinese al fine di creare una base condivisa di analisi e avanzare una piattaforma comune di azione. Raccolgo con entusiasmo l'appello avanzato in calce al rapporto sull'incontro con Michele Giorgio, pubblicato da "PalestinaRossa AIC Italia", per un convegno nazionale in cui si discuta di questi temi.

Decostruire falsi paradigmi, pregiudizi e luoghi comuni

Il discorso sionista sulla Palestina ha creato una serie di distorsioni del modo in cui molti, soprattutto in occidente, percepiscono il conflitto. Una di queste distorsioni consiste nella restrizione della dimensione storica e geografica della Palestina, che avviene attraverso varie forme.

La rimozione di gran parte della storia palestinese, che non comincia con l'occupazione del 1967, ma con l'arrivo dei primi coloni sionisti alla fine dell'ottocento e assume proporzioni catastrofiche durante la pulizia etnica del 1948. La nakba - e il riconoscimento della responsabilità israeliana per la pulizia etnica - deve perciò rimanere il punto di riferimento della narrazione palestinese sul conflitto.

La riduzione della Palestina alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza, territori occupati da Israele nella guerra del 1967, che rappresentano circa un quinto dell'estensione originaria della Palestina del Mandato britannico, o Palestina storica. Il conflitto - che assume le forme tipiche dei contesti coloniali, vale a dire l'espropriazione e l'espulsione degli abitanti autoctoni, in questo caso palestinesi - non si sviluppa solamente nei territori occupati da Israele nel giugno 1967, ma anche all'interno dei territori occupati nel 1948, sebbene con forme e modalità diverse. Una soluzione giusta e duratura del conflitto deve prendere in considerazione tutto il territorio della Palestina storica, su cui i palestinesi devono poter esercitare i loro inalienabili diritti al ritorno, all'autodeterminazione, alla sovranità e all'indipendenza nazionale.

La riduzione dei palestinesi a coloro che vivono in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Striscia di Gaza (4,2 milioni), tralasciando la maggior parte della popolazione palestinese, anch'essa portatrice di diritti, vale a dire la parità di diritti per i cittadini palestinesi di Israele (1,4 milioni), e il diritto al ritorno e alla compensazione dei palestinesi che vivono in diaspora (5,6 milioni), come indicato nella risoluzione ONU 194.

L'illusione della leadership dell'Autorità Nazionale Palestinese - incarnata dal fayyadismo - che il corretto funzionamento delle istituzioni proto-statali sia il prerequisito e non la conseguenza dell'indipendenza politica. Al contrario, il coordinamento con Israele in materia di sicurezza e la riorganizzazione in senso neo-liberista dell'economia hanno de facto normalizzato l'occupazione e aumentato la dipendenza economica e politica palestinese dall'esterno.

Il falso paradigma della pace, o della soluzione "due popoli per due stati", che permette all'occupazione, al colonialismo al regime di apartheid di continuare e di rafforzarsi (a livello discorsivo e sul terreno). Questo paradigma è in realtà una strategia israeliana elaborata in seguito alla Guerra del 1967 per mantenere il controllo diretto o indiretto sui territori appena occupati, senza doverne assorbire la popolazione. Il principio colonial operante è il seguente: "massimo della Palestina col minimo di palestinesi all'interno". Il processo di Oslo, che ha portato alla bantustanizzazione della Palestina, è parte di questa strategia.

Verso una narrazione palestinese del conflitto

Per capire l'impasse in cui si trova attualmente il movimento di liberazione palestinese è necessario riformulare il quadro di riferimento generale all'interno del quale interpretiamo gli eventi. L'accettazione del discorso sionista sul conflitto presso l'opinione pubblica e i governi occidentali è stata senza dubbio una della ragioni del successo politico israeliano: se da un lato ha contribuito alla giustificazione delle politiche di colonizzazione ed espropriazione dei palestinesi, dall'altro ha prodotto la marginalizzazione, se non la vera e propria rimozione, della narrazione palestinese. Gli intellettuali, gli accademici e i media mainstream (israeliani e occidentali) legati all'establishment hanno svolto un ruolo decisivo nel riprodurre la narrazione israeliana dominante e nello stabilire i termini mediante i quali il conflitto è normalmente descritto ed interpretato.

Di contro, nella misura in cui contribuiamo alla decostruzione del paradigma sionista sul conflitto liberiamo la strada per l'affermazione di un discorso alternativo incentrato sui diritti fondamentali dei palestinesi all'autodeterminazione e al ritorno. La forza del discorso palestinese sul conflitto è ancorata a due paradigmi interpretativi fondamentali: il paradigma coloniale, per spiegare la natura e le caratteristiche del movimento sionista, e il paradigma della pulizia etnica, per spiegare le politiche portate avanti nei confronti dei palestinesi dall'inizio della colonizzazione ad oggi.

Paradigma coloniale: La storia della questione palestinese è la storia della lotta tra un movimento coloniale di insediamento e la popolazione indigena che ha cercato di resistergli. Questo ci permette chiaramente di individuare un colonizzatore e un colonizzato, un oppressore e un oppresso, e di rifiutare di interpretare il conflitto in termini di scontro tra due nazionalismi -  il movimento nazionale sionista e il movimento nazionale palestinese - che si contendono lo stesso territorio e che avrebbero uguali diritti sulla Palestina, o tra due religioni o tra due gruppi etnici. La logica conseguenza dell'utilizzo del paradigma nazionalista è il mettere sullo stesso piano a livello storico e quindi a livello morale e di legittimità/legalità internazionale un movimento coloniale di insediamento e un movimento di liberazione nazionale. Il movimento sionista va inserito all'interno delle esperienze coloniali europee ottocentesche (affinità con le esperienze dei coloni europei negli Stati Uniti, in Australia, in Sud Africa, ecc.). La connessione logica fondamentale da fare è tra i vari flussi di coloni europei in Palestina e le successive ondate di espropriazione ed espulsione della popolazione indigena palestinese.

In questo quadro la lotta palestinese si inserisce nel contesto delle lotte di liberazione contro l'imperialismo e il colonialismo, ed è ancorata a due richieste fondamentali: il diritto all'autodeterminazione e il diritto al ritorno dei profughi. Questi diritti fondamentali inalienabili devono essere ottenuti ricorrendo a tutte le forme di resistenza che i palestinesi ritengono più opportune ed efficaci nella diverse circostanze storiche. Il paradigma coloniale consente ulteriori specificazioni: l'identificazione del sionismo come forma di colonialismo; l'equazione sionismo uguale razzismo (non solo nei confronti dei palestinesi, ma di tutti I gruppi di ebrei e non ebrei che non rientrano nella categoria "ebrei bianchi ashkenaziti"); il paragone tra l'esperienza storica del regime sionista e del regime dell'apartheid in Sud Africa; la netta distizione tra sionismo e giudaismo, tra sionista ed ebreo.

Adottando il paradigma coloniale siamo in grado di spiegare il processo di giudaizzazione e de-arabizzazione portati avanti all'interno di Israele e nei territori occupati. Come l'idelogia dell'apartheid spiegava le politiche oppressive del governo sudafricano allo stesso modo l'ideologia sionista spiega le politiche di occupazione, colonialismo e apartheid portate avanti da Israele nei confronti dei palestinesi negli ultimi sessant'anni. Deve essere chiaro che esiste una relazione diretta e fondamentale tra le politiche dei governi israeliani e l'ideologia sionista che le ha prodotte.

Paradigma della pulizia etnica: base per la narrazione storica degli eventi del 1948 e di tutto il conflitto israelo-palestinese. Secondo questo paradigma, l'espulsione dei palestinesi non è frutto di una contingenza storica o bellica, ma di un piano ben preciso elaborato dalle classi dirigenti sioniste e presente nel pensiero politico sionista fin dale origini. La pulizia etnica non si limita al periodo 1947-49, in cui circa un milione di palestinesi furono costretti a lasciare la Palestina, ma dura tutt'oggi perché l'ideologia che sta alla base è sostanzialmente operativa anche oggi Ciò che cambia sono le circostanze storiche e le forme e attraverso cui la colonizzazione e la pulizia etnica vengono portate avanti. Il paradigma della pulizia etnica ci consente di individuare un filo rosso tra le espulsioni di massa del 1948 e del 1967 e le attuali politiche israeliane di sradicamento dei palestinesi, che sono il prodotto della stessa ideologia che ha causato la nakba.

Le politiche attuali adottate da Israele per cambiare la realtà demografica di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e della Striscia di Gaza (restrizione dei permessi di costruzione, demolizione delle case, costruzione di colonie, restrizioni nei permessi e nelle carte di identità, Muro di separazione, bantustanizzazione, assedio a Gaza, ecc.) sono diverse dal metodo militare di sistematica espulsione messo in atto nel 1948 e nel 1967, ma obbediscono al già citato principio coloniale di fondo: "massimo della terra con il minimo di palestinesi all'interno".

L'adozione del paradigma coloniale e del paradigma della pulizia etnica ci consente di individuare diversi regimi legali di occupazione sotto i quali si sono trovati i palestinesi, che corrispondono a diverse fasi storiche dell'espansione della frontiera coloniale dello stato israeliano:

i palestinesi che si trovano all'interno di Israele, fino al 1965 soggetti ad amministrazione militare, cittadini di terza classe. Non godendo dello statuto di nationals (riservato agli ebrei israeliani), sono privati di una serie di diritti  fondamentali, soggetti a un sistema particolare di discriminazione strutturale e apartheid. All'interno ci sono altre categorie di palestinesi a loro volta soggetti ad altri regimi di occupazione: es. i "presenti assenti", i beduini, ecc.

i palestinesi delle aree occupate nel '67, quindi Cisgiordania e Striscia di Gaza, inclusa Gerusalemme Est, hanno ereditato l'amministrazione militare diretta con l'allargamento della frontiera coloniale, e si trovano sotto un regime coloniale e di apartheid particolarmente cruento. I palestinesi di Gaza sono soggetti anche ad un sistema di concentramento con potenziali implicazioni genocide. All'interno dei territori occupati nel 1967 si individuano altri regimi di occupazione: palestinese delle zone A, B, C, palestinesi che si trovano tra il Muro e la Linea Verde, ecc.

i palestinesi che vivono a Gerusalemme, considerati "residenti permanenti" dello Stato ebraico ma non cittadini, che si trovano in una situazione intermedia tra le due precedenti

- infine i profughi, privati di qualsiasi diritto (al ritorno, alla compensazione, alla nazionalità, ecc.).

Secondo questa prospettiva non ha molto senso parlare di cambiamento di governo, cioè auspicare un cambiamento di governo o di singole politiche in Israele, ma occorrerebbe parlare di cambiamento di regime, ovvero dobbiamo far prevalere una prospettiva che guardi alla sostituzione tout court di un regime coloniale e discriminatorio quale è Israele, affrontando cioè il problema dalle radici e non a partire dai singoli governi che si avvicendano o dalle singole politiche che portano avanti. Quindi: smantellamento della struttura coloniale (istituzionale e ideologica) dello Stato israeliano in quanto coloniale, espansionista e razzista.

Qualsiasi soluzione politica deve quindi mirare alla realizzazione di un processo di decolonizzazione, anziché a un presunto "processo di pace". La prospettiva coloniale e della pulizia etnica ci indirizza verso un tipo di approccio che considera geopoliticamente tutta l'area della Palestina storica - senza dimenticare la connessione organica tra la Palestina e la regione mediorientale - come l'area all'interno della quale trovare una soluzione per la questione palestinese e per la questione israeliana, e non solamente su pezzetti di questo territorio. A questo riguardo diventa di importanza strategica la proposta avanzata dalla resistenza palestinese fin dalla fine degli anni sessanta come l'unica soluzione giusta, globale e duratura al conflitto: la creazione di uno stato democratico e laico su tutta la Palestina basato sul principio dell'uguaglianza di tutti i cittadini senza discriminazioni di sorta.

Non è quindi possibile immaginare un futuro di convivenza fino a quando, recuperando la narrazione storica del 1948, non si estende la rappresentazione della Palestina sia in senso geografico sia in senso demografico per chiedere pari diritti per tutti coloro che vivono o vivevano nella terra di Palestina.

Riferimenti:

Jamil Hilal, Narrating Palestine, paper presented on 4 October 2012 in a seminar at the Faculty of Political Science of the University of Milan, http://www.palestine-studies.org/columndetails.aspx?t=1&id=152

Nur Masalha, The Palestine Nakba: Decolonising History, Narrating the Subaltern, Reclaiming Memory, Zed Books, London 2012

Ilan Pappé, La Pulizia etnica della Palestina, Fazi, Roma 2008

Ilan Pappé, Israele/Palestina. La retorica della coesistenza, Nottetempo, Roma 2011

*Enrico Bartolomei, attivista della Campagna Palestina Solidarietà Marche, dottorando all'Università di Macerata

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