Turchia - Si accentuano gli scontri tra l'esercito e il PKK

8 / 9 / 2015

Camminando per le strade di Istanbul si ha la sensazione di essere lontani anni luce dalla guerra e dalle tensioni che invece scuotono la Turchia da qualche mese. I clacson dei taxi e il rumore dello scorrere di vite normali nascondono una realtà che nessun cittadino turco può ormai negare. E’ celato, ma osservando attentamente, ad ogni angolo, si trovano bambini e donne, siriani e curdi, che chiedendo l'elemosina riportano il conflitto siriano anche nel cuore turistico della metropoli adagiata sul Bosforo. Sono centinaia, sono gli ultimi, quelli che non ce la fanno a pagarsi il viaggio verso l'Europa, sono chi rimane intrappolato in una società che, sostanzialmente, non li vuole. Loro, rifugiati da una guerra infinita che nonostante i proclami, non ha intenzione di finire.

La guerra non è solo al di là del confine.

Le notizie che provengono dal Kurdistan Bakur, nell'est della Turchia, non sono confortanti. Ormai è guerra aperta tra forze armate turche e Pkk. Alcune città, come Diyarbakir e Cizre, sono sottoposte a regime di coprifuoco notturno dopo gli scontri degli ultimi giorni. Grossi contingenti di forze speciali dell'esercito sono stati inviati nella zona con il compito di garantire il rispetto del coprifuoco e anche per attuare operazioni di polizia, casa per casa, contro membri e simpatizanti del Pkk e della sua organizzazione giovanile, lo Ydg-h. La presenza di tali contingenti è avvertita dalla popolazione come un vero proprio atto di ostilità, provocando cosi la reazione delle frange più estremiste che si scontrano quotidianamente con le forze di sicurezza, lasciando spesso sul campo morti e feriti totalmente estranei.

Nella giornata di ieri è poi avvenuto un fatto che sta scuotendo l'opinione pubblica turca e ha provocato reazioni, anche violente. Nella provincia di Hakkari, presso Daĝlica, un commando del Pkk ha attaccato un convoglio militare, prima con mine, poi con armi automatiche facendo trentasette morti. Il governo turco, di solito sempre celere nel comunicare la reazione delle forze armate, questa volta ha tentennato, forse perché privo di conferme dal campo.

La discussione politica che ne è seguita, in particolare un discorso di Erdoĝan, ha suscitato scalpore. Il presidente ha annunciato durante un'intervista che se il suo partito avesse avuto la maggioranza assoluta in parlamento fatti come questo non sarebbero mai accaduti, perché le operazioni militari sarebbero state più efficaci con una copertura politica totale. Quest’annuncio, riportato testuale dal quotidiano Hurryet, ha provocato la reazione delle fazioni più estreme del partito di Erdoĝan, l'Akp. Essi, cercando di proteggere le parole del proprio presidente e puntando il dito contro i media ostili al governo, dopo un passaparola su Twitter, si sono radunati davanti alla sede del giornale e, forzando i controlli di sicurezza, al grido di “Allah è grande”, hanno distrutto le vetrate e dato alle fiamme alcune bandiere del gruppo editoriale nel giardino. Tra i manifestanti era presente anche un deputato dell'Akp.

Questo fatto è preoccupante e a detta di alcuni addetti ai lavori può creare un precedente importante. Se anche i maggiori quotidiani saranno presi di mira, oltre che le decine di giornalisti già arrestati, l'informazione sarà totalmente censurata in Turchia. Ormai il dado è tratto e il disegno di Erdoĝan è chiaro: censurare la stampa, imbavagliare l'opposizione e dichiarare guerra a quelli che lui stesso definisce “nemici dello stato”, ovvero i curdi e il Pkk. Il tutto in vista delle prossime elezioni politiche, in programma il prossimo primo Novembre.

Nelle parole di alcune persone incontrate oggi c'è tutta la disperazione di chi vive sulla propria pelle questa situazione: “Ogni giorno ci svegliamo, scendiamo in strada e dobbiamo preoccuparci di nascondere cosa siamo e chi siamo, per paura di non finire in carcere o uccisi. Anche noi vogliamo vivere tranquilli, pensare ad uscire con gli amici e non doverci guardare le spalle a vicenda. Vogliamo essere liberi, liberi come in Rojava”.

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