Turchia - “La guerra fuori da questa regione”

Queste sono state le ultime parole di Tahir Elçi prima di essere assassinato da un colpo di pistola alla testa durante una conferenza stampa a Dyiarbakir, nel sud-est della Turchia.

29 / 11 / 2015

“La guerra fuori da questa regione”. Queste sono state le ultime parole di Tahir Elçi prima di essere assassinato da un colpo di pistola alla testa durante una conferenza stampa a Dyiarbakir, nel sud-est della Turchia.

L'incontro pubblico avvenuto nella giornata di ieri e tenuto dagli avvocati dell'ordine forense di Dyiarbakir, di cui Elçi era presidente dal 2012, voleva denunciare il pessimo stato dei monumenti della regione, in particolare il Minareto delle Quattro Colonne. Sul luogo erano quindi presenti numerosi giornalisti e fotografi e durante la sparatoria tre di questi sono rimasti feriti, insieme a tre agenti di polizia feriti e a due di questi deceduti.

Tahir Elçi era noto per la sua vicinanza e il suo sostegno alla lotta del popolo curdo. A seguito di alcune dichiarazioni lasciate il 14 ottobre alla Cnn turca, riguardanti la necessità di togliere il Pkk dalla liste delle organizzazioni terroristiche definendolo come “movimento politico armato che formula richieste di carattere politico”, era stato arrestato con l'accusa di propaganda al terrorismo. Dopo 24 ore è stato rilasciato con il divieto di recarsi all'estero e le accuse sono state rinviate a giudizio.

Non stupiscono di certo le affermazioni del premier Ahmet Davutoglu su come l'assassinio possa essere stato provocato dai continui scontri tra la polizia turca e i membri del Pkk, nel tentativo di denigrare ancora una volta chi cerca di difendersi da violenze e sopprusi.  Quindi, secondo la logica dello Stato turco, un difensore dei diritti del Pkk sarebbe stato ucciso dal Pkk stesso.

In attesa di sapere se e come si svolgeranno le indagini, le strade di Dyiarbakir hanno subito risposto all'appello lanciato dall'organizzazione regionale del DBP (Partito Democratico delle Regioni). I distretti del quartiere di Sur si sono subito riempiti di attivisti, giornalisti, civili  pronti a contestare l'ennesimo atto di disumanità del regime del terrore del presidente Erdogan. La polizia ha tentato di disperdere i manifestanti con cariche, idranti e lacrimogeni. Il governatore del distretto ha poi imposto il coprifuoco a Sur e in altri sei quartieri (Cevatpaşa, Dabanoğlu, Fatihpaşa, Hasırlı, Savaş, Cemal Yılmaz e la Via Gazi).

L'indignazione e la rabbia per questo “omicidio premeditato” sono arrivate fino a Istanbul dove circa 2000 manifestanti sono stati caricati pesantemente con cannoni ad acqua mentre partecipavano ad un corteo in solidarietà al grido di “We are all Tahir, we are all Elçi”, partito da Piazza Taksim. Nel frattempo diversi incendi sono scoppiati nel centro della città.

Decine di migliaia di persone sono inoltre scese in piazza oggi a Dyiarbakir, in occasione dei funerali dell'avvocato ucciso.

Mentre tutto questo succede, Erdogan cerca di smorzare la costante tensione interna bollando l'accaduto come “un incidente” e, allo stesso tempo, sottolineando “quanto sia nel giusto la Turchia nella sua lotta determinata contro il terrorismo”.

Ma nella Turchia del sultano Erdogan troppi sono stati gli “incidenti”. Troppe, infatti, le vittime di una guerra civile che vuole estirpare un popolo intero, troppe le città che continuano a rimanere sotto l'assedio delle forze speciali turche, troppi i civili sacrificati per un progetto di “Grande Turchia”, che, a livello di politica interna, ha un passaggio fondamentale nella costituzione della Repubblica Presidenziale, che accentrerebbe sempre più il potere nelle mani di Erdogan. Un progetto che ha acquistato forza con la vittoria nelle elezioni dello scorso 1 novembre, che rafforzano ancor di più il ruolo di leadership della Turchia nell’area mediorientale, fortemente sostenuto dalla governance europea. Di questo, infatti, si è parlato nel vertice tra Erdogan e Unione Europea, che si è tenuto proprio oggi a Bruxelles: l'accelerazione dei negoziati di adesione alla UE in cambio di tre miliardi per la Turchia per gestire l'inarrestabile flusso migratorio proveniente dalla Siria, risolvibile (a loro dire) con la creazione di uno Stato cuscinetto. Una gestione lasciata in balia di chi già si è macchiato le mani del sangue di innocenti e che, così facendo, metterà migliaia di siriani alla mercè dei miliaziani dell'Isis e delle bombe della coalizione.

Sullo sfondo c'è la lotta al terrorismo fondamentalista di Daesh, dichiarata dalla Turchia durante l'estate, ma che all'attivo ha visto solo l'opportunità di attaccare ancora più ferocemente le postazioni del Pkk e gli eserciti Ypj e Ypg  (gli unici a portare avanti un'offensiva reale nei confronti dell'Isis) e di militarizzare e reprimere ogni forma di opposizione. E' notizia di oggi l'arresto di Can Dundar ed Erdem Gul, direttore e caporedattore di Cumhuriyet, quotidiano di opposizione, i quali rischiano l'ergastolo con l'accusa di spionaggio e propaganda terroristica dopo che, nel 2014, avevano denunciato il passaggio di alcuni camion di armi destinati ai gruppi islamisti siriani proveniente dalla Turchia.

Fondamentalisti islamici che la Turchia non ha mai smesso di sostenere nella loro opera di espansione e di distruzione della democrazia e della libertà.

A tutto questo si aggiunge la tensione con la Russia, successiva all'abbattimento del jet russo a cui è seguita l'imposizione di pesanti sanzioni, tra cui il boicottaggio di prodotti e  lavoratori turchi presenti in territorio russo. Si aprono quindi scenari complessi ed equilibri resi fragili da una folle corsa agli armamenti e dalla diffusione di paura e odio che altro non alimentano il gioco reciproco dei terroristi dell'Isis e della strategia della tensione della Turchia.

Dundar e Gul hanno fatto appello ai capi di Stato affinché non venga chiuso un occhio sull'ennesimo ostacolo posto dal governo di Erdogan alla libertà di espressione e ai diritti umani. Nonostante sia ormai lampante il sostegno reciproco tra la Turchia e l'Isis, l'Unione Europea e la Nato continuano a stringere le mani sporche di sangue di migliaia di innocenti, quando invece andrebbe presa una posizione decisa e forte contro chi diffonde orrore e paura.

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