Ottava giornata della Carovana in Tunisia.

Tunisia - Sul sangue dei nostri figli

Intervista all’associazione delle famiglie dei martiri e dei feriti della Rivoluzione “Noi non vi dimenticheremo mai”

26 / 4 / 2014

E’ iniziato ieri a Tunisi lo sciopero della fame a oltranza delle famiglie dei martiri e dei feriti della Rivoluzione che richiedono giustizia per le vittime della repressione, che ha causato più di 300 morti e 2000 feriti.

Oggi come Carovana abbiamo avuto una lunga conversazione con alcuni familiari di chi è stato assassinato a sangue freddo da polizia ed esercito nel periodo rivoluzionario. Abbiamo ascoltato racconti terribili, di dolore e di frustrazione, difficilmente sintetizzabili in poche parole e che ci hanno particolarmente colpito. Come la storia di Hassem, che spiega come suo figlio sia stato ucciso in ospedale da una pallottola di un cecchino proveniente da una caserma dell'esercito. Nessun militare è stato condannato per l’omicidio, poiché il tribunale civile ha passato il caso a quello militare.

Questa esperienza ha dato un nuovo e ulteriore senso rispetto alla nostra presenza in Tunisia. Nei prossimi giorni continueremo a seguire e a diffondere le informazioni relative al presidio permanente, allestito sotto un gazebo in Place de Droits de l’Homme a Tunisi.

“Siamo qui in sciopero della fame per attirare l’attenzione poiché siamo stati lasciati soli da tutti, quasi nessuno ci ha voluto ascoltare fino adesso, nè partiti, nè associazioni, solo pochi avvocati che ci seguono a titolo gratuito e alcuni giornalisti”.

I principali responsabili degli omicidi sono la polizia, l’esercito e i vertici del ministero dell’interno del regime di Ben Ali, ma anche dei successivi governi di transizione. Infatti tra i 340 martiri della Rivoluzione, oltre 250 sono stati uccisi dopo il 14 gennaio 2011, giorno della cacciata del dittatore.

Poiché la Costituzione tunisina impedisce all’esercito di assumere ogni funzione politica, la presa del potere da parte dei militari è stata scongiurata. Ciononostante, dal 15 gennaio l’esercito ha posto sotto il proprio controllo i 24 governatorati del Paese, rendendo impossibile le comunicazioni e gli spostamenti, reprimendo le manifestazioni, e rendendosi responsabile degli omicidi degli attivisti e di semplici cittadini.

Alcuni tra poliziotti e militari, identificati grazie a testimoni oculari e grazie alle prove balistiche sono stati condannati in primo grado a pene dai 5 ai 10 anni, mentre sono stati rilasciati senza accuse dopo il secondo grado di giudizio. Il 90% dei responsabili invece non è stato individuato.

Oltre al fatto di non aver ottenuto giustizia rispetto agli esecutori materiali degli omicidi, un ulteriore elemento rende la situazione ancora più insopportabile: la sentenza emessa dal tribunale militare del 12 aprile ha modificato le accuse di omicidio volontario in omicidio involontario e in omissione di soccorso per i vertici della polizia e del ministero degli interni, che verranno quindi scarcerati a breve, delegittimando in questo modo la Rivoluzione e chi si è messo in gioco fino alla fine. “Senza giustizia per chi è stato ucciso o ferito dai cecchini, è come se la Rivoluzione non ci fosse mai stata. Hanno liberato i terroristi che hanno ucciso i nostri figli” ci dice Fatma, madre di un ragazzo di 29 anni ucciso da un proiettile alla testa sparato da un militare. Come se non bastasse alcuni tra i militari che si sono resi responsabili degli omicidi sono stati promossi a ufficiali.

Ad oggi, l’unica proposta che le famiglie dei martiri hanno ricevuto da parte del tribunale militare  e dal Governo è stato una compensazione in denaro, rifiutata con sdegno e rabbia: “non ci faremo mai comprare in cambio del nostro silenzio”, continua Fatma, “l’ottenimento della verità, l’attribuzione delle responsabilità politiche e la condanna dei responsabili sono gli unici elementi che potranno dare un senso al sacrificio dei nostri figli”.

L’associazione chiede inoltre che venga istituito un tribunale speciale affinché prenda in carico le questioni relative al periodo rivoluzionario, comprese le accuse ai giovani attivisti, poiché, come nelle altre istituzioni, non c’è stata un’epurazione dei funzionari e dei quadri del passato regime. Inoltre, essendo i militari tra i principali accusati, è evidente che un tribunale militare non può garantire l’imparzialità.

Senza giustizia per i martiri non ci può essere unità nazionale, nè riconciliazione: “la presunta democrazia si sta costruendo sul sangue dei nostri figli, ma non abbandoneremo mai la lotta per la verità”.

Nell’appello, sottoscrivibile nel blog dell’associazione, si chiede inoltre che venga sospesa l’esecuzione del giudizio e che venga impedito agli imputati di lasciare il Paese.

Qui il comunicato attraverso cui viene proclamato l’inizio dello sciopero della fame.

Per un approfondimento relativo alla sentenza del 12 aprile e alla lotta delle famiglie dei martiri segnaliamo l’articolo di Patrizia Mancini pubblicato sul sito Tunisia in Red.

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Media Patner dell'iniziativa: Nena News, Osservatorio Iraq, Progetto Melting Pot Europa, CORE online

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Tunisia - Sciopero della fame dei familiari dei martiri e dei feriti della rivoluzione

Intervista all'associazione "Noi non vi dimenticheremo mai"