Tunisia - Libertà d'espressione, una conquista ancora fragile

29 / 5 / 2014

E' in corso a Tunisi la la Conferenza internazionale sulla libertà d'espressione, all'interno del progetto "Shaping The MENA Coalition on Freedom of Expression" di Un Ponte Per e Ya Basta sostenuto dall’Unione Europea per la costruzione di una coalizione internazionale per la difesa della libertà di espressione in Nord Africa e Medio Oriente. Globalproject in collaborazione con Osservatorio Iraq e Dinamopress segue l'evento e uoi trovare interviste video in www.wsftv.net.

“Difendere la libertà di espressione in Tunisia è un impegno ancor più necessario in questo periodo in cui è a rischio, e si nota una certa regressione per quanto riguarda la sua tutela.” Intervista a Bechir Ouarda della Coalition Civile pour la liberté d’expression. 

 In un clima di tensione, tra mobilitazioni contro la repressione dei giovani della “rivoluzione” e scontri tra supposti militanti islamisti e forze dell’ordine (che ieri hanno provocato la morte di 4 soldati), si è aperta a Tunisi la Conferenza Internazionale sulla libertà di espressione.

Tanti i temi e le questioni affrontate già durante la prima giornata dei lavori, con le prime sessioni dedicate alla presentazione della situazione generale relativa alla libertà di espressione in Tunisia e nei paesi coinvolti nel progetto “Freedom of Expression” e al rapporto tra media e istituzioni. 

Bechir Ouarda, esponente della Coalition Civile pour la défense de la liberté d’expression, rete laica mista composta da società civile e mezzi di informazione, è intervenuto per approfondire il contesto tunisino attuale, caratterizzato a suo dire dal ritorno di certe politiche repressive tipiche del regime di Ben Ali e l’attivismo di una società civile che non vuole perdere il prezioso risultato raggiunto con la rivoluzione. La libertà di espressione, per l’appunto. Lo abbiamo incontrato a margine del suo intervento. 

 

Nel suo intervento lei ha sottolineato l’importanza di questa conferenza soprattutto in questo periodo particolare per la Tunisia…

Certamente, e per un motivo  molto semplice: il principale risultato ottenuto dalla rivoluzione è la libertà di espressione, dal momento che mai in nessun periodo e da parte di alcun governo o colore politico questo principio è stato affermato in modo così importante. 

Per questo motivo tocca alla società civile impegnarsi per salvaguardare questo risultato. Tra gli obiettivi della Coalition c’è quello di canalizzare gli sforzi da parte di tutte le realtà impegnate nella difesa della libertà di espressione, non solo in Tunisia ma anche a livello internazionale. E’ un impegno ancor più necessario soprattutto in questo periodo in cui  la libertà di espressione è a rischio e addirittura si nota una certa regressione per quanto riguarda la sua tutela. 

Nelle ultime settimane infatti stiamo assistendo al ritorno della politica del “bastone”, portata avanti dai partiti “polizieschi” dei tempi di Ben Ali, rivolta verso manifestazioni pacifiche e giovani attivisti. Questo ritorno non è affatto un buon segno…

 

A proposito della situazione attuale cosa pensa del caso Aziz, del modo in cui sembra esser finito e del ricorso da parte del Procuratore Generale in seguito all’assoluzione del blogger tunisino?

Il caso Aziz va affrontato su due livelli: da un lato c’è la questione del consumo di cannabis e che riguarda la necessità, urgente, di rivedere la legge 52 che sta portando all’arresto di migliaia di giovani tunisiniin tutto il Paese. E dall’altro invece c’è il ricorso a certi metodi repressivi tipici del regime di Ben Ali nei confronti della società civile, che consistevano in accuse pretestuose che non avevano niente a che vedere con la libertà di espressione. 

E’ questo il caso del blogger Aziz Amami, che è stato arrestato con l’accusa di aver consumato di cannabis ma in realtà sappiamo tutti che sono le sue opinioni ad aver infastidito le autorità. 

 Un altro aspetto da lei rimarcato è stata l’importanza di formare una coalizione in difesa della libertà di espressione che vada oltre i confini tunisini.

Sì, perché dalla rivoluzione in poi sono sorte diverse associazioni e organizzazioni in difesa di questo principio, nazionali ed internazionali che vengono in Tunisia per aiutarci ed offrire servizi per preservare la libertà di espressione. 

Purtroppo però non c’è ancora un coordinamento strutturato tra tutte le azioni e le iniziative che vengono realizzate. Questo può significare perdita di efficacia, a volte perdita di tempo e di soldi per tutti gli attori: attivisti, giornalisti, blogger e operatori dell’informazione. Dobbiamo cercare di essere meglio organizzati e avere degli interlocutori con cui ognuna si possa relazionare, non solo in Tunisia ma anche a livello internazionale. 

 Può dunque la libertà di espressione essere considerata, a suo avviso, un problema regionale, del Mediterraneo e del Medio Oriente?

Guardi, a giudicare dalla presenza in questa conferenza di rappresentati provenienti da diversi paesi direi di sì. Per  quanto riguarda la Tunisia in questo periodo sentiamo un certo soffocamento della libertà di espressione. Le istituzioni, i partiti, e anche certi giornalisti hanno perso un’occasione d’oro per coordinare tutti gli sforzi che sono stati fatti per conquistare la libertà di espressione. Ad oggi siamo a circa sei mesi di mobilitazione, ciononostante non mancano i casi di repressione e la mancanza di volontà da parte dei nuovi governanti di mettere in pratica le raccomandazioni proposte dall’Istanza Nazionale per la Riforma dell’Informazione e della Comunicazione alla fine della sua missione nel 2012. In queste raccomandazioni ci sono spunti interessanti che tuttavia non sono mai stati presi in considerazione. 

I cittadini, i giornalisti e gli attivisti hanno capito che questa volontà manca e c’è dunque tutto l’interesse a restare vigilanti e attivi per difendere la libertà di espressione. 

In questo impegno qual è il livello di collaborazione tra realtà laiche e religiose?

Tutte le questioni legate all’identità, e in particolare alle differenze tra laici e religiosi in realtà sono un falso problema creato dai nuovi rappresentati emersi sulla scena politica nel periodo post-rivoluzionario. Non c’è mai stato un problema di relazione tra laici e islamisti in Tunisia, ed è stato tirato in ballo a partire dalle scorse elezioni del 23 ottobre per fini elettorali. 

Ribadisco, non è mai stato un problema e se così viene presentato, sappiate che è una finta questione, utilizzata per creare divisioni che non riflettono in alcun modo la realtà. 

  29 Maggio 2014 di Stefano Nanni (Tunisi) Osservatorio Iraq

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