Tunisi sotto il coprifuoco

Cosa ha prodotto l'ultimo attentato a Tunisi? E soprattutto, cosa determina il coprifuoco in città?

4 / 12 / 2015

Com’è noto, il 24 novembre un attentatore si è fatto esplodere all’interno di un bus della guardia nazionale sull’Avenue Mohamed V, in pieno centro a Tunisi, uccidendo 12 militari e ferendo 20 persone, tra cui alcuni civili. Secondo il Ministero degli Interni, l’autore dell’attacco sarebbe Houssam Ben Hedi di 26 anni, venditore ambulante della banlieu di Tunisi. L’attacco è stato presto rivendicato dall’ISIS, che lo avrebbe pianificato e organizzato in territorio libico. La risposta del governo tunisino è stata quella di proclamare lo stato di emergenza per 30 giorni e un coprifuoco sulla regione del Grand Tunis dalle nove di sera alle cinque del mattino. Se prima dell’attentato l’Avenue Bourguiba era affollata come sempre, ora dopo le otto la gente si fa strada rapidamente tra i rotoli di filo spinato e le camionette della polizia per andare a chiudersi in casa. L’1 dicembre l’orario di inizio del coprifuoco è stato spostato a mezzanotte.

Gli effetti politici dell’attentato si sono manifestati in maniera netta e immediata. L’attacco è stato infatti commesso proprio il giorno prima dello sciopero generale del settore privato per le quattro regioni del Grand Tunis, indetto dalla confederazione sindacale UGTT. L’iniziativa faceva parte di un’ondata di scioperi generali regionali per gli aumenti salariali nel settore privato, ed era il culmine di un lungo e assai mediatizzato braccio di ferro tra il sindacato e la confederazione padronale UTICA. 

Essendo le manifestazioni e gli scioperi proibiti sotto lo stato d’emergenza, e invocando la necessità dell’unità nazionale per far fronte agli attacchi, il bureau esecutivo dell’UGTT ha annullato tutti gli scioperi regionali precedentemente in programma. La vicenda non può non far pensare al 12 settembre 2015, quando il Ministero degli Interni intimò ai cittadini di non recarsi in centro a Tunisi a causa di una minaccia terroristica proprio nel giorno della manifestazione contro la riabilitazione della cricca affaristica di Ben Ali.

La polizia nel frattempo, complice il clima di allerta securitaria, ha aumentato le violazioni dei diritti civili (e della legge). Sono state effettuate 1880 retate soprattutto nel quartiere di Tunisi Nord La Goulette e 155 arresti in tutto il paese. Ma Amnesty International conferma che la repressione si è abbattuta anche su molti cittadini tunisini che non hanno nulla a che vedere con il jihadismo. Gran parte delle retate erano totalmente arbitrarie e hanno sparso il terrore nelle case di famiglie normali, con minacce, insulti, violenze e danni alla proprietà. Dei taxisti aventi il permesso di circolare di notte sono stati maltrattati e minacciati di morte.

Particolarmente grave è il caso di Adnen e Amine, due giovani artisti impegnati che lavoravano al festival delle Giornate Cinematografiche di Cartagine, uno di loro come volontario. Il 28 novembre, avendo terminato il lavoro più tardi del previsto, i due rientravano a casa venti minuti dopo la scadenza del coprifuoco. La polizia li ha fermati, perquisiti ed arrestati per il possesso di un pacchetto di cartine da tabacco. Adnen e Amine sono tuttora in carcere. Se la famigerata legge 52 sul consumo di sostanze è da tempo il pretesto preferito della polizia per incarcerare la gioventù della rivoluzione, il possesso di cartine costituisce un nuovo e tragicomico precedente.

Gli attivisti di Tunisi minacciano ora di organizzare una violazione del coprifuoco per la notte del 10 dicembre.

Si riconferma insomma l’apparente paradosso per cui gli attacchi terroristici di destra servono da scusa per colpire a sinistra. Lo jihadismo in generale agisce come fattore nei rapporti di forza esistenti, alterandoli in senso regressivo, tagliando le gambe alle mobilitazioni di massa, legittimando la repressione generalizzata da parte del “profondo stato” nonché i bombardamenti all’estero, rendendo i paesi colpiti più dipendenti dalle potenze straniere per prestiti finanziari e cooperazione securitaria, aumentando i consensi per la destra xeonofoba nei paesi occidentali e galvanizzando i militanti dell’estrema destra islamista. Come già scritto, l’esistenza del jihadismo su questa scala è il prodotto indiretto di una configurazione di interessi e di potere che lega l’occidente alle petrolmonarchie del Golfo e alla Turchia.

È dunque necessario sfatare il mito che una svolta autoritaria, in Tunisia o altrove, possa di per sé risolvere il problema (cosa più che mai evidente nell’odierno Egitto!).

La campagna contro le violazioni dei diritti civili perpetrate sotto il coprifuoco è il modo più naturale di resistere.

QUI il link per visionare la campagna in atto per la liberazione di Adnen e Amine

QUI la denuncia di Amnesty International sulla violazione dei diritti a Tunisi

*** Lorenzo “Fe” Feltrin, di Treviso, è dottorando in scienze politiche alla University of Warwick, dove si occupa di sindacati e movimenti sociali in Marocco e Tunisia. Ha precedentemente collaborato con la casa editrice milanese Agenzia X, per la quale ha pubblicato il libro Londra Zero Zero sulle subculture anni zero della capitale inglese.

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