Tregua di sangue nel Donbass

Poroshenko propone una road map di pace e la tregua dei combattimenti nel Donbass

21 / 6 / 2014

Le truppe di Kiev hanno ripreso il controllo di due cittadine del Donbass da tempo in mano ai ribelli filo russi, nell’operazione accompagnata da pesanti combattimenti, in cui hanno sarebbero morti circa 300 miliziani separatisti e avrebbero perso la vita 12 militari. Un ultima pesantissima operazione di pulizia prima che arrivasse l’annuncio del presidente ucraino Poroshenko con cui ha esposto il suo piano di pace, uno spargimento di sangue, quale mai s’era dato dall’inizio della guerra civile e che, inesorabilmente, accompagnerà le sorti della soluzione proposta dal governo di Kiev.

Tanto più poiché quest’ultimo combattimento risulterebbe militarmente inutile, posto che s è determinato poche ore prima della profferta di cessate il fuoco governativo, tanto da far considerare la proposta unilaterale di pace quasi un ultimatum del governo ucraino nei confronti dei ribelli in armi, un ultimatum possibile solo se, aldilà delle apparenze e delle dichiarazioni ufficiali, Mosca avesse abbandonato gli insorti al loro destino.

Poroshenko e il leader del Cremlino Vladimir Putin hanno parlato della situazione in Ucraina e del piano della presidenza di Kiev per mettere fine alle violenze nel sud-est del Paese durante una recentissima conversazione telefonica. Situazione che non sembra, dunque, essersi determinata ma che adombrerebbe piuttosto un richiamo a più miti consigli per gli esponenti politici e militari filo russi che sventolano la richiesta indipendenza per consolidare il loro potere politico ed economico: sul punto Mosca rilancia la partecipazione dei separatisti al negoziato di pace.

Il presidente ucraino Petro Poroshenko ha presentato in tv il suo piano di pace per l'Ucraina sud-orientale in 14 punti. Tra i punti del piano, come era già trapelato, ci sono il disarmo, l'impunità per i separatisti che non si sono macchiati di gravi reati, la creazione di un corridoio per consentire ai "mercenari" di lasciare il paese, "il decentramento del potere e la protezione della lingua russa attraverso emendamenti alla Costituzione".

Tanto tuonò che piovve, vien da dire. È chiaro il tentativo, maturato nel lavorio degli incontri diplomatici e di intelligence russi, occidentali ed ucraini, attraverso l’offerta di una tregua, se pur mascherata e piena di insidie, da parte del governo di Kiev, di dare corpo ad una road map che possa far uscire il paese dal gorgo della guerra civile.

Sullo sfondo rimane la tensione per le forniture di gas all’Ucraina stessa, erogazioni che sono state sospese a causa del mancato accordo sul debito ucraino pregresso e sul prezzo delle nuove forniture. Ma dietro è presente per l’UE e in particolare la Germania, i paesi dell’est europeo e la stessa Italia, la dipendenza energetica dal gas russo per quasi la metà del totale stimato necessario.

Il rafforzamento della posizione della Russia, dopo il raggiunto accordo trentennale di forniture energetiche con la Cina, con il conseguente svuotamento delle misure di embargo politico economico quali l’esclusione dal G8 o le gabelle sulle transazioni finanziarie e relativi pagamenti che gli erano stai imposti dagli Usa e Ue contro le interferenze in Ucraina e l’annessione della Crimea, sta producendo una intricata de escalation, in cui il nuovo  presidente dell’Ucraina, si muove con dei ‘stop and go’ per non  perdere il controllo politico interno e la faccia di fronte ai partiti fascistoidi e nazionalisti che ha da poco estromesso dai punti cardine della gestione del potere politico ed istituzionale del paese.

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