Ya Basta: Brasil Em Movimento

Trabalhar sem patrão

Diario della nona giornata di carovana.

4 / 9 / 2013

Paranacity - L’alto Paranà è un’infinita e ondulata distesa di pascoli. Niente montagne, niente laghi, niente fiumi. Solo pianura attraversata da lunghi sentieri di terra battuta di un colore rosso crudo. Anche gli alberi sono rari. Gli sparuti villaggi sono formati da casette monofamiliari, rigorosamente piano terra, di mattone o di legno, dipinte per lo più di varie tonalità di giallo. Ogni casa è circondata da un giardino adornato da alberelli o da cespugli da cui sbocciano polposi fiori rosso acceso. Le rotonde delle stradine dove il nostro pullman Gran Turismo si infila a malapena, girano attorno a piccoli monumenti ingenui dedicati a mandriani al rodeo o ad animali come il feroce giaguaro o il timido capibara.

Arriviamo nello Stato del Paranà, uno dei più meridionali del Brasile, dopo una intera notte di viaggio. Otto ore per raggiungere Londrina, altre tre per arrivare a Paranacity dove ci attende un furgoncino della Copavi. Un’altra ora di strada sino ad una deviazione segnalata dalle bandiere rosse dell’Mst. Qui si entra nell’assentamento Sta. Maria, il cuore delle Cooperativa de Produção Agropecuária Vitória, da cui proviene lo zucchero di canna che Ya Basta vende negli spazi sociali per sostenere la lotta dei Sem Terra.

Il villaggio vero e proprio è composto da una trentina di case. Sono come le altre case del Paranà solo che i giardini non hanno muri o cancelli. Ci sono moltissimi fiori. I brasiliani evidentemente hanno un grande amore per le aiuole. Un amore che non riesco a mettere a fuoco se penso che già vivono in un mondo che più verde e fiorito non potrebbe essere. Gli spazi esterni sono attrezzati con amache e divani come chi ama vivere all’aperto e in comunione con i vicini.

Non veniamo ricevuti da un solo portavoce, come ci saremmo aspettati, ma da tutta la comunità. Chi in quel momento non è impegnato a lavorare per la cooperativa, si prende cura di noi e dei nostri bisogni. Francisco, uno dei coordinatori anziani, essendo in pensione è uno di quelli che ci dedica più tempo. Ci porta a vedere la lavorazione dello zucchero e poi, davanti ad una ottima cachaca rigorosamente auto prodotta “da reforma agraria” dalla cooperativa, ci racconta la storia della Copavi. L’occupazione del latifondo, circa 220 ettari di terreno, è avvenuta nel ’93 sotto le bandiere dei Sem Terra. Oggi ci vivono 22 famiglie per circa una settantina di persone, bambini compresi. Lavorano come dipendenti anche 15 lavoratori esterni. “I primi occupanti venivano dal sud del Paranà ed erano abituati ad altri tipi di coltivazioni - ci spiega Francisco -. Ma il terreno argilloso che non è particolarmente fertile non si è rivelato adatto. All’inizio è stata dura ma poi abbiamo provato con la canna da zucchero e si è rivelata una scelta vincente perché il prodotto finale è ottimo e lo si commercia bene”.

Oltre allo zucchero e alla cachaca, la Copavi ha un allevamento di mucche da latte e produce una serie di dolci come biscotti e torte del tipo “quelle che faceva mia nonna” che sono una cosa da leccarsi i baffi. La Cuca, sorta di pan di Spagna dolce, viene usato come merenda da una sessantina di scuole del Comune di Paranacity. E’ un vero peccato che questi prodotti non si possano esportare in Italia.

Gironzolando per gli impianti di lavorazione conosciamo anche la presidente della cooperativa. Si chiama Solange, è stata una delle prime occupanti e la troviamo intabarrata con grembiulone e mascherina da lavoro mentre mescola dei pentoloni fumanti . Come si lavora alla Copavi? “Lavoriamo per noi, per la nostra terra e senza padroni. Che vi devo dire? Se pensate che nei latifondi vicini esiste ancora la schiavitù, questo per noi è un sogno realizzato”.

Continuiamo la visita con altri accompagnatori che ci illustrano i metodi di coltivazione biologica e sostenibili della cooperativa. Chiediamo anche come funziona la partecipazione alle scelte collettive. Le cariche, ci spiegano, sono a rotazione. Prima o poi tocca a tutti fare il presidente. E comunque il presidente lavora come gli altri. Le famiglie sono divise in “nuclei”. Durante le assemblee di nucleo possono parlare anche i bambini e gli adolescenti. Ogni nucleo vota un coordinatore che si accorda con i coordinatori degli altri nuclei. Più che le votazioni per alzata di mano, conta la discussione e il confronto. Si preferisce parlare sino a mettersi d’accordo più che andare a scontri o dividersi a fazioni. Alla fine ogni decisione viene ratificata da un assemblea collettiva. Poi ci sono le commissioni ciascuna delle quali si occupa di un particolare aspetto della conduzione della cooperativa. Un sistema molto simile a quello che ho incontrato nei Caracoles del Chiapas.

A mezzogiorno pranziamo nel refettorio con i lavoratori. Con nostra sorpresa, alla fine ognuno lava il suo piatto e anche noi dobbiamo fare la nostra parte. Non ci fanno pagare niente. Non ci sono incontri o visite programmate. Siamo ospiti e liberi di fare quello che vogliamo, andare dove ci pare e parlare con chi ci capita.

E, in quanto ospiti, ciascuno di noi è invitato a cena nella casa di una famiglia per poi andare in un’altra casa per dormire.

Sarà una bella esperienza. 

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